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A proposito della moratoria ONU sulla decriminalizzazione dell’omosessualità

Alì Abdussalam TrekiIl 23 settembre, all’apertura della sessantaquattresima sessione dell’assemblea dell’ ONU, Alì Abdussalam Treki, Presidente dell’Assemblea Generale ONU, dichiara in una conferenza stampa che, da libico musulmano, non può essere d’accordo sulla dichiarazione della  decriminalizzazione universale dell’omosessualità depositata il 19 dicembre 2008. “E’ un problema molto delicato”, afferma  Treki “da musulmano, non sono d’accordo. Penso che non sia accettabile, non lo è per la maggior parte del mondo e non lo è assolutamente per la nostra tradizione, la nostra religione”.

Ricordiamo che, a tutt’oggi, gli atti omosessuali sono considerati un reato in oltre 80 nazioni e puniti con la pena di morte in 7: Mauritania, Sudan, 12 stati del nord Nigeria, zona meridionale della Somalia, Iran, Arabia saudita e Yemen (rapporto ILGA 2009).

Come può essere che un autorevole esponente delle Nazioni Unite abbia potuto dire una cosa del genere in quella sede? Ripercorriamo qualche passaggio dei vari momenti in cui l’Organizzazione si è trovata a dover discutere di questo argomento negli anni passati.

La Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo è forse il documento più importante che sia mai stato redatto dalle nazioni Unite. Approvato dall’Assemblea generale nel 1948, esso specifica, nell’art. 2,  in maniera chiara ed inequivocabile: “Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciate nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione.” Anche se non viene citato esplicitamente il concetto di “orientamento sessuale”, tuttavia questo non può non intendersi incluso nel concetto generico di “senza distinzione alcuna”, Amnesty International  (Fonte: “L’amore che non si può dire” di Brian Whitaker. Fonte Amnesty: htpp://web.amnesty.org/library/index/ENGACT790031999) dirà, nel 1999: “I diritti delle lesbiche e dei gay devono essere presi in considerazione dal movimento di difesa dei diritti fondamentali (…) in particolare è forse ancora più importante che il movimento a favore dei diritti umani debba difendere i diritti di lesbiche e gay, perché l’orientamento sessuale – così come la razza o il sesso – è parte integrante dell’identità di una persona”.

Nonostante questo e nonostante le numerosissime prove di abusi e violenze commesse negli anni nei confronti degli omosessuali in numerose parti del mondo, l’ONU si ritrova a parlare dell’argomento soltanto nel 2003, quando il Brasile presentò una risoluzione esprimendo: ”Grande preoccupazione per gli episodi di abusi e violazione dei diritti umani nel mondo, legati all’orientamento sessuale”. Addirittura in Canada gli atti sessuali tra adulti consenzienti dello stesso sesso erano stati considerati reati fino al 1969 e soltanto in quell’anno il Canada aveva finalmente concluso che: ”Lo Stato non doveva intromettersi nelle camere da letto del Paese”(comunicato stampa ONU del 24/04/2003). Se la risoluzione brasiliana fosse stata approvata, questo non avrebbe certo fermato gli abusi nel mondo, ma avrebbe senz’altro fatto sì che la questione “orientamento sessuale” entrasse a pieno titolo nella sfera dei diritti umani. La proposta venne bocciata da cinque paesi musulmani (Arabia Saudita, Egitto, Libia, Malaysia e Pakistan), che dichiararono addirittura, per bocca dell’ambasciatore pakistano Shaukat Umer, che il termine corretto non poteva essere “orientamento sessuale”, ma bensì ”disorientamento sessuale” e,  sempre per bocca dell’ambasciatore: ”Noi diciamo: rispettiamo il vostro sistema di valori, ma per favore tenetevelo all’interno dei vostri paesi” (The Guardian del 25/04/2003). La mozione pakistana venne respinta, ma il giorno seguente i cinque alleati islamici fecero ricorso all’ostruzionismo con emendamenti vari e manovre procedurali e costrinsero, di fatto, la Commissione, a sospendere il  dibattito.

Arriviamo al 2008:  la Francia presenta una proposta in sede ONU sulla depenalizzazione universale dell’omosessualità. Più di sessanta Stati  aderiscono, tra cui tutti quelli dell’UE, inclusa l’Italia. Inoltre ci sono tutti i paesi occidentali non membri della UE (Norvegia, Islanda, Svizzera, Liechtenstein, S. Marino, Andorra) con l’eccezione di Monaco, i paesi dei Balcani (Croazia, Bosnia,Serbia, Montenegro, Macedonia, Albania), due paesi dell’ex U.R.S.S. (Georgia e Armenia), altri paesi del “blocco occidentale” (Canada, Israele, Australia, Nuova Zelanda), molti paesi dell’America Latina (Messico, Argentina, Cile, Brasile, Cuba, Ecuador, Venezuela, Uruguay, Nicaragua, Bolivia), ben cinque paesi africani, novità assoluta! ( Gabon,   Repubblica centroafricana, capo Verde, Sao Tomè e Principe, Mauritius), e due paesi dell’Asia ( Giappone e Nepal). L’iniziativa auspica  alla deposizione di una proposta comune all’Assemblea Generale. La dichiarazione affermava che tutte le discriminazioni, persecuzioni, detenzioni ed esecuzioni  compiute sulla base dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere sono una violazione dei diritti umani e quindi si richiedevano al riguardo, misure legislative o amministrative per assicurare che, orientamento sessuale ed identità di genere, non vengano perseguite come azioni criminali. Per quanto riguarda, invece, i paesi apertamente ostili, ci sono la maggioranza dei membri dell’Organizzazione della Conferenza Islamica, con due eccezioni significative: Albania e Gabon (che peraltro risulta essere tra i primi firmatari.

Questo breve percorso ci fa capire quanto sia stato e sia tuttora forte e determinante il potere dei paesi islamici nelle nazioni Unite.  Inoltre ci chiediamo quale possa essere il ruolo effettivo dell’ ONU nell’ordine mondiale alla luce di questi fatti (non dimentichiamo che anni fa il rappresentante per la Cambogia era Pol Pot e tale rimase fino alla sua sconfitta da parte dei vietnamiti).

Tornando ai nostri giorni vediamo che, nonostante lo stesso presidente Barack Obama abbia annunciato che sottoscriverà la dichiarazione francese, un autorevole esponente dell’Assemblea dell’ONU ripropone le stesse argomentazioni del passato, dimostrando, ancora una volta, quanto sia forte la paura del mondo islamico di perdere la propria identità culturale e religiosa e  quanto la questione omosessuale venga anche da essi strumentalizzata ed usata come simbolo per rappresentare la degenerazione e  il decadimento della cultura occidentale e i vari tipi di rapporti di potere.

Constatiamo, ancora una volta, quanto sia potente e dura da sconfiggere la cultura patriarcale e profondamente omofobica delle religioni monoteistiche. A tale proposito può essere “illuminante” anche la dichiarazione di Monsignor Migliore, rappresentante della Santa Sede nell’Assemblea, che si é opposto alla mozione e che appare decisamente andare a sostegno di quella di Treki: “Il Catechismo della Chiesa cattolica dice, e non da oggi, che nei confronti delle persone omosessuali si deve evitare ogni marchio di ingiusta discriminazione. Ma qui la questione è un’altra. Con una dichiarazione di valore politico, sottoscritta da un gruppo di paesi, si chiede agli Stati ed ai meccanismi internazionali di attuazione e controllo dei diritti umani di aggiungere nuove categorie protette dalla discriminazione, senza tenere conto che, se adottate, esse creeranno nuove e implacabili discriminazioni. Per esempio, gli Stati che non riconoscono l’unione tra persone dello stesso sesso come “matrimonio” verranno messi alla gogna e fatti oggetto di pressioni”.

Cosa dire in conclusione? La strada è ancora lunga ed il percorso pieno di ostacoli di tutti i tipi…… mentre scrivo mi arriva una mail di un’amica. Apro il link e leggo: “OBAMA PROCLAMA IL FAMILY DAY E INCLUDE LE COPPIE GAY E LESBO. Con una dichiarazione ufficiale ieri, il presidente degli States Barack Obama ha proclamato il 28 settembre giornata della Famiglia (…) ed ha inserito nel novero delle famiglie riconosciute come tali negli USA anche quelle formate da persone dello stesso sesso”. Ecco le parole del Presidente: ”Le nostre famiglie hanno la maggiore influenza sulle nostre vite. Le famiglie americane di qualsiasi livello sociale ci hanno insegnato che i bambini che crescono in case piene d’amore e che si prendono cura di loro che vengano educati da due genitori, da uno solo, dai nonni, da coppie dello stesso sesso o da un tutore, le famiglie li incoraggiano a fare del loro meglio e permettono loro di compiere grandi cose. Oggi, i nostri bambini si confrontano con problemi di droga e di alcol. Con il Family Day onoriamo la dedizione dei genitori, encomiamo i successi dei loro figli e celebriamo il contributo che le famiglie di tutta la Nazione danno per combattere l’abuso di sostanze tra i giovani hanno la capacità di respingere comportamenti negativi e di raggiungere il massimo del loro potenziale. A prescindere”.

Ricordo la petizione portata avanti con coraggio e tenacia da questa Rete, ancora aperta, a sostegno della proposta francese e riporto la risposta del parlamento Europeo: ”Gentile Signora, sono lieto di comunicarLe che la commissione per le petizioni ha avviato l’esame della Sua petizione. La Commisisone considera la petizione ricevibile poiché il suo oggetto rientra nell’ambito delle attività dell’Unione Europea. La commissione ha inoltre ravvisato l’opportunità di sottoporre le questioni sollevate nella Sua petizione alla commissione del Parlamento europeo competente in materia, ed ha pertanto deciso di trasmettere la petizione all’intergruppo per i diritti di gay e lesbiche al Parlamento europeo.

Nel farlo, La informo che l’esame della Sua petizione si è in tal modo concluso. Voglia gradire i miei più distinti saluti.
Marcin Libicki
Presidente della commissione per le petizioni

Voci di speranza  dall’Occidente! Voglio crederci. Voglio continuare a combattere per me stessa, per le generazioni future. La strada è lunghissima e insidiosa, ma ce la possiamo fare.

La posta in gioco è alta e preziosa, imprescindibile e inviolabile, ambiziosa anche se scontata: il diritto sacrosanto di ogni essere umano di amare e di essere amat*.

Elisabetta per Rete Agatergon

Il lupo in calzoncini corti

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In Italia, oggigiorno, si parla sempre più spesso del concetto di famiglia allargata, ma troppo spesso l’argomento viene affrontato con superficialità. Vi è un completo scollegamento con la realtà da parte di chi detiene il potere decisionale sui modelli mostrati dai mezzi di comunicazione.

In Italia infatti non sono presenti solo famiglie tradizionali, ma anche famiglie allargate, single e addirittura famiglie omogenitoriali.

Chi sono le famiglie omogenitoriali? Alla domanda risponde il documentario Il lupo in calzoncini corti che racconta le storie di tre famiglie omosessuali con figli che vivono la loro normale quotidianità nell’Italia di oggi, fanalino di coda europeo in tema di diritti civili.

Il film è a metà lavorazione. Per poterlo portare a termine è stata messa in moto la PRODUZIONE DAL BASSO, una modalità di produzione consapevole in cui il pubblico partecipa attivamente pre-acquistando il Dvd prima della sua realizzazione ottenendo così di forzare le regole per arrivare dove la produzione televisiva pone i suoi limiti. Un gesto partecipativo per portare alla luce storie di ordinaria discriminazione, storie di un’Italia invisibile, ma anche l’occasione per rispondere ai politici italiani, alle famiglie italiane, agli eterosessuali italiani, al Vaticano e infine, perché no, agli omosessuali italiani. I protagonisti de Il lupo in calzoncini corti sono i bambini. Joshua che ha 7 anni, un fratello, una sorella e due mamme. Roberta, 12 anni, che vive con due mamme, una sorella nata da inseminazione casalinga e il cui padre naturale cerca di strapparla alla sua casa. E poi ci sono Luca e Francesco, compagni da 13 anni, che desiderano diventare padri e che forse ci riusciranno grazie ad una clinica canadese che li sta aiutando ad attuare la Surrogacy: una donna si è offerta di portare avanti la gravidanza al posto loro. A differenza di quello che succede nel resto d’Europa, in Italia queste famiglie non sono tutelate da nessuna legge.

IL LUPO IN CALZONCINI CORTI extraLucia Stano e Nadia Dalle Vedove, le due registe, hanno iniziato la lavorazione de Il lupo in calzoncini corti ben due anni fa, dopo i numerosi riconoscimenti ottenuti grazie al precedente lavoro dal titolo Le famiglie arcobaleno che ha vinto il Festival Internazionale GayLesbico di Milano 2007 e che ancora oggi è proiettato in diversi circuiti. Una scintilla che ha fatto scoccare in loro la volontà di raccontare una realtà troppo spesso esclusa da qualunque mezzo di comunicazione e che ha davvero bisogno di mostrarsi nella sua normale e semplice quotidianità.

I media stanno seguendo questo tema di estrema attualità, ma i passaggi televisivi e gli articoli sintetici sulla stampa non danno merito alla complessità dell’argomento. Accennano e passano ad altro. Il documentario Il lupo in calzoncini corti invece non sarà un lavoro sociologico e non entrerà nel merito delle questioni socio-politiche, ma sarà un racconto cinematografico di storie di donne, uomini e bambini: di madri, padri e figli. Una storia che deve essere raccontata perché si ha sempre paura di ciò che non si conosce.

Il lupo in calzoncini corti ha una serie di finanziatori che credono nel film, soprattutto associazioni umanitarie e GLBT, ed è già in trattativa per la futura messa in onda e distribuzione, ma purtroppo i finanziamenti ottenuti fino ad ora non bastano a coprire le prossime spese del progetto. Un supporto da parte di chi vuole contare di più e scegliere una programmazione televisiva e cinematografica più consapevole risulta quindi la mossa vincente, così che il pubblici possa ricoprire un ruolo attivo, trasformandosi in co-produttore del film, investendo 14 euro (compresi i costi di spedizione) pre-acquistando una copia del Dvd che verrà spedito al completamento del documentario, previsto nell’estate 2010.

Per maggiori informazioni o per pre-acquistare:

www.illupoincalzoncinicorti.com

IL LUPO IN CALZONCINI CORTI foto 1Noi della Rete crediamo e sosteniamo questo progetto che ad oggi ha ottenuto circa 300 pre-ordini, numero considerevole ma certamente non sufficiente a sostenere le spese di queste due registe che si sono impegnate in un lavoro che merita di essere pubblicizzato e diffuso il più possibile.

Per tale motivo abbiamo chiesto ed ottenuto di poterle intervistare, e le ringraziamo per la disponibilità, il cuore e l’impegno che sono riuscite a trasmetterci!

Il lupo in calzoncini corti: chi c’è alla base di questo progetto?

L’idea del documentario “Il lupo in calzoncini corti” è nata nei primi mesi del 2007. Nadia Dalle Vedove e io (n.d.r. Lucia Stano) abbiamo deciso di affrontare il controverso argomento delle famiglie omogenitoriali, abbiamo deciso cioè di raccontare quelle famiglie omosessuali con figli che in Italia vivono ancora una forte discriminazione, famiglie fantasma totalmente ignorate dallo Stato e dagli italiani.

Da allora stiamo portando avanti il progetto grazie allo studio di produzione Fåröfilm, piccola struttura produttiva che abbiamo fondato nel 2004, con la collaborazione di diverse associazioni sensibili all’argomento ma soprattutto grazie alle famiglie che insieme a noi stanno raccontando la loro esperienza e ci stanno lasciando osservare la propria vita.

Cosa fate nella vita?

A parte i documentari che realizziamo come studio Fåröfilm, commissionati e non, dei quali firmiamo insieme la regia, lavoriamo in maniera diversa in ambito televisivo e cinematografico. Io lavoro come regista e producer per spot promozionali per diversi canali satellitari, Nadia invece si occupa di scrittura, è autrice per documentari e fiction e lavora come story editor su diversi progetti.

Com’è nata l’idea di girare un corto su questo tema? Chi sono i protagonisti? Si tratta di un lavoro autobiografico?

“Il lupo in calzoncini corti” è un lungometraggio. Avrà infatti la classica doppia versione da 52 minuti per la programmazione nei palinsesti televisivi e 80 minuti per la proiezione al cinema. E’ un’abitudine piuttosto diffusa tra i documentaristi ragionare sulla doppia lunghezza.

Raccontiamo la storia di tre famiglie omogenitoriali italiane, una coppia di donne di Milano con tre figli avuti da inseminazione assistita, una coppia di donne che abita in Maremma con una figlia avuta da precedente matrimonio e un’altra figlia concepita insieme con fecondazione casalinga, e infine la storia di due uomini romani che stanno attuando una Surrogacy in Canada dove una donna ha donato gli ovuli e un’altra porterà avanti la gravidanza al posto loro.

I protagonisti principali saranno i bambini che ci racconteranno dal loro punto di vista cosa voglia dire essere figli di genitori omosessuali.

La storia non ci riguarda in maniera diretta, non è una storia autobiografia, ma abbiamo conosciuto molte di queste famiglie durante la lavorazione di un precedente progetto, e ci è sembrato insensato che in Italia si faccia ancora così fatica a parlare di omosessuali e dei loro figli. Purtroppo L’Italia si conferma fanalino di coda in tema di diritti umani. Con il nostro lavoro vogliamo rendere visibile una realtà ignorata.

A chi è rivolto?

E’ rivolto a tutti gli italiani. A tutti quelli che ancora si chiedono se queste famiglie debbano esistere o meno e che non sanno che in realtà queste famiglie ci sono già e i bambini sono tanti. Il documentario permetterà a tutti coloro che non conoscono ancora queste famiglie di entrare nelle loro vite per coglierne le differenze, o magari per accorgersi che di differenze non ce ne sono poi tante.

Ma è rivolto anche ad un pubblico europeo, ad un pubblico abituato ad una situazione diversa, visto che nella maggior parte degli stati europei la condizione delle famiglie omogenitoriali è pienamente riconosciuta dalla legge, perchè si rendano conto dell’arretratezza dell’Italia su questo tema.

Come mai la scelta di questo titolo?

“Il lupo in calzoncini corti” è un titolo che richiama il mondo delle fiabe e quindi dell’infanzia, visto che i nostri protagonisti sono soprattutto i bambini, e soprattutto richiama la figura del “cattivo” delle favole, il lupo.

“Il lupo in calzoncini corti” ridicolizza il personaggio del lupo sdrammatizzando così la paura sociale nei confronti delle famiglie omogenitoriali.

Qual è la novità di questo documentario? E’ prodotto da qualcuno?

La novità di questo progetto è che abbiamo deciso di realizzarlo coinvolgendo il pubblico. E’ sempre difficile ottenere fondi per il documentario in Italia, e spesso argomenti che non incontrano il favore dell’industria rischiano di non vedere mai la luce. Ecco perchè abbiamo chiesto al pubblico di partecipare pre-acquistando una copia del Dvd prima della fine della sua realizzazione, in modo da aiutarci a coprire parte delle spese. Il Dvd verrà poi spedito a chi avrà collaborato quando il film sarà finito (estate 2010). Una forma di produzione consapevole, un gesto partecipativo che trasforma il pubblico da ultimo anello di una catena a parte attiva con un forte potere decisionale. Questa formula viene definita “Produzione dal basso”.

L’idea di una “produzione dal basso” e del pre-acquisto è un’idea fortemente legata alla produzione dei prodotti del Commercio Equo nelle cooperative del Sud del Mondo e alla loro vendita per esempio in Italia: c’è un qualche collegamento con questo metodo?

Ciò che queste realtà hanno in comune è la volontà di bypassare le solite regole e premiare quelle idee indipendenti che normalmente sono escluse dai mercati.

Possiamo definire rivoluzione culturale la scelta di girare un film finanziato da coloro che ne usufruiranno? Quante copie sono già state pre-acquistate?

Sarà una rivoluzione culturale se il pubblico si renderà realmente conto della propria forza e del proprio potere decisionale. Siamo troppo spesso abituati a sorbirci ciò che le industrie ci impongono e ci dimentichiamo che siamo noi a decidere se premiare o meno un progetto, un film, un prodotto.

Il progetto di produzione dal basso de “Il lupo in calzoncini corti” è iniziato nel giugno 2009 e in quattro mesi abbiamo pre-venduto quasi 300 copie (tenendo conto che nel mese di agosto l’immobilità regnava sovrana). Lo consideriamo un ottimo risulato, ma il progetto potrà dirsi riuscito quando avremo raggiunto le 1000 copie. La “Produzione dal Basso” continua per almeno un anno fino alla fine dei lavori quindi abbiamo tempo di raggiungere questa cifra.

In che modo arcigaymilano e famiglie arcobaleno collaborano con voi?

Arcigay Milano (CIG) sostiene attivamente il documentario fin dalle sue prime fasi, finanziandone parte della realizzazione. E’ stato un contributo importante soprattutto quando all’inizio il progetto era solo su carta.

L’Associazione Famiglie Arcobaleno supporta il progetto in diverse forme e ci aiuta molto a livello organizzativo e promozionale. Inoltre hanno contribuito con un piccolo finanziamento economico che ci ha sicuramente aiutate nei momenti più difficili. Le famiglie protagoniste fanno parte dell’associazione e tutti gli iscritti seguono sempre con molto interesse i progressi del documentario.

Quando uscirà?

“Il lupo in calzoncini corti” uscirà presumibilmente nell’inverno del 2010.

In che circuiti lo manderete?

Sarà prima presentato ad un festival importante per poi seguire il suo destino tra proiezioni in sala, programmazioni televisive e distribuzione in Dvd.

Pensate di partecipare a qualche concorso?

Certo. Molto dipende dalla data di chiusura dei lavori ma sicuramente la prima proiezione è prevista in un festival importante. Poi organizzeremo una serie di proiezioni in diversi festival italiani e non.

Avete altri progetti per il futuro?

I progetti sono molti e alcuni sono già in lavorazione, magari in fase di ricerca. Quando avremo concluso “Il lupo in calzoncini corti” avremo la lucidità e l’energia per dedicarci a tempo pieno ad un nuovo progetto. Per adesso tutte le nostre energie sono concentrate sul documentario, e crepi il lupo, tranne quello in calzoncini corti…

Trailer Il Lupo in calzoncini corti

Artura. I colori delle donne di Teatro

bianca_maria_pirazzoliDa domani 1 Ottobre fino all’11 Ottobre al Teatro San Martino a Bologna si svolgerà la rassegna “Artura. I colori delle donne di Teatro”, ciclo di eventi realizzati dalla cooperativa teatrale Il Gruppo Libero, in collaborazione con Libero Fortebraccio Teatro e con la partecipazione delle “Arture” e di Paola Bignami dell’Università di Bologna e Laura Mariani dell’Università di Cassino. Undici giorni di appuntamenti con 5 spettacoli, appuntamenti giornalieri con la poesia e i documentari, un laboratorio condotto da Laura Curino, una mostra, la presentazione del libro “Monologhi al femminile” e l’evento speciale “Il 1° Ottobre delle attrici”, ovvero una carrellata di performance di 37 attrici della scena bolgnese

Cos’è è Artura? Il “femminile” di un re leggendario o un mestiere che viene trasmesso da fate artigiane? La tavola rotonda è un concetto che ci piace: artiste, poetesse, attrici, documentariste, tutte donne, con la volontà di creare uno spazio condiviso in cui dare visibilità ai colori dei mestieri che esse raccontano.

Il fare teatro delle attrici, e dunque delle donne che agiscono. In un tessuto di relazioni e capacità che vanno coltivate e valorizzate, oggi in maniera particolare. Per dare vita ad una scena fatta di professionalità e di quella straordinaria creatività delle donne che considerano la differenza come una ricchezza. Un desiderio alla ribalta.

Artura sorride e vuole visibilità ma non la rivendica con rabbia, lo fa con ironia e con femminile determinazione a partire dal suo nome; un invito a sentire e vedere, ad incontrare il fare delle attrici e a rafforzarlo.

Il progetto Artura si pone in continuità con il Premio Nazionale Bianca Maria Pirazzoli – concorso teatrale a cadenza biennale rivolto alle donne, inaugurato lo scorso anno – di cui rappresenta l’esito e l’evoluzione: da un lato infatti Artura dà spazio alla messa in scena delle vincitrici e finaliste del premio, perché esso sia, per coloro che vi hanno partecipato, non solo un punto di arrivo ma l’innesco di nuovi percorsi di lavoro, di progettualità e di relazione che possano dare vita a uno spazio delle donne di teatro; dall’altro lato Artura coinvolge e catalizza, in una condivisione di visibilità e confronto, i mestieri e talenti femminili nell’ambito della produzione teatrale e culturale bolognese.

Cuore pulsante del progetto è il fare teatro delle attrici, intese come donne che agiscono il teatro, sulla scena e dietro la scena, lo supportano e lo rendono possibile con il lavoro tecnico, amministrativo e organizzativo, lo scrivono, ne scrivono, ne danno comunicazione, ne restituiscono la memoria, lo trasmettono, ne discutono, lo criticano, lo scelgono, lo qualificano. Da questo fare, dalle molteplici pratiche e progettualità delle donne che producono teatro e cultura, nasce il percorso con cui Il Gruppo Libero intende dare visibilità ai colori dei mestieri che esse raccontano: per valorizzare le capacità di ognuna, costruire e coltivare, in un’azione di tessitura, le relazioni tra tutte, aprire scambi possibili, rendere più potente quella particolare creatività delle donne che rivendicano la differenza come una ricchezza.

Di seguito il PROGRAMMA:

Giovedì 1 ottobre 09

ore 17.00 – Inaugurazione della mostra Le attrici di Bologna: i ritratti fotografici, le impronte delle mani e le testimonianze audiovisive delle attrici attive a Bologna.

ore 17.00-23.00 – Il 1° ottobre delle attrici, ideato e condotto da Laura Mariani: attrici attive a Bologna si esibiscono in brani del loro repertorio o appositamente scelti, ideati o adattati per l’evento.

Venerdì 2 ottobre 09

ore 14.00 – Laboratorio Le tecniche della narrazione condotto da Laura Curino.

ore 19.00 – Presentazione del libro Monologhi al femminile (a cura di Sebastiano A. Giuffrida, edizioni corsare, 2009), con letture di brani dal testo. Partecipano Sebastiano A. Giuffrida, Claudia Palombi, Laura Curino.

ore 20.30 – Proiezione di Frammenti di Mezzogiorno, di Alice Fatone.

ore 21.15 – Spettacolo Alice, oh che meraviglia versione 1, testo e regia di Alessandra Tomassini, in scena l’autrice-attrice.

Sabato 3 ottobre 09

ore 10.00 – Laboratorio Le tecniche della narrazione condotto da Laura Curino.

ore 19.00 – Aperitivo con poete, letture di Maria Luisa Vezzali e Leila Falà, partecipa Angela Malfitano.

ore 20.30 – Artura Docs, rassegna di documentari a cura di Alessandra Santanera: proiezione di Ma chi è questo Grifi? e Choix de vie di Cristina Mazza.

ore 21.15 – Spettacolo “Che oggi torna a casa versione 1“, di Laura Bucciarelli, regia di Claudia Palombi, con Mara Gigli.

Domenica 4 ottobre 09

ore 10.00 Laboratorio Le tecniche della narrazione condotto da Laura Curino.

ore 19.00 Reading Monologhi al femminile, letture delle attrici di Artura.

ore 20.30 Artura Docs, rassegna di documentari a cura di Alessandra Santanera: proiezione di La luna di Kiev e Mangia il tuo riso di Marcella Piccinini.

ore 21.15 Spettacolo “Alice, oh che meraviglia versione 2, di Alessandra Tomassini, regia di Claudia Palombi, con Chiara Moretti.

Lunedì 5 ottobre 09

ore 19.00 Aperitivo con poete, letture di Loredana Magazzeni e Michela Martelli, partecipa Fulvia Lionetti.

ore 20.30 Artura Docs, rassegna di documentari a cura di Alessandra Santanera: proiezione di Ma mission a dix-neuf ans e Messaggio di Marilena Astolfi Calza.

ore 21.15 Spettacolo “Che oggi torna a casa versione 2”, di Laura Bucciarelli, regia di Claudia Palombi, con Cinzia Melis.

Martedì 6 ottobre 09

ore 19.00 Reading Monologhi al femminile, letture delle attrici di Artura.

ore 20.30 Proiezione di Frammenti di Mezzogiorno, di Alice Fatone.

ore 21.15 Spettacolo COMARI/COMARI. Uno studio al femminile tratto da “Le allegre comari di Windsor” di W. Shakespeare. Per “Omaggio a Bianca” in occasione del Premio Bianca Maria Pirazzoli 2008. Regia di Mariapia Papandrea, con Leila Falà, Fabiana Giordano, Mariapia Papandrea, Elisa Tinti.

Mercoledì 7 ottobre 09

ore 19.00 Aperitivo con poete, letture delle poete del Gruppo ‘98 Poesia: Leila Falà, Serenella Gatti, Loredana Magazzeni, Paola Poluzzi, Berenice Sica Lamas, Paola Tosi, Alessandra Vignoli, Anna Zoli.

ore 20.30 Artura Docs, rassegna di documentari a cura di Alessandra Santanera: proiezione di Insc’Allah di Sara Pattini e Rocco Busi.

ore 21.15 Spettacolo Alice, oh che meraviglia versione 1, testo e regia di Alessandra Tomassini, in scena l’autrice-attrice.

Giovedì 8 ottobre 09

ore 19.00 Reading Monologhi al femminile, letture delle attrici di Artura.

ore 20.30 Artura Docs, rassegna di documentari a cura di Alessandra Santanera: proiezione di L’amore che fugge. Capitolo I: l’amore distratto di Maria Martinelli.

ore 21.15 Spettacolo COMARI/COMARI. Uno studio al femminile tratto da “Le allegre comari di Windsor” di W. Shakespeare. Per “Omaggio a Bianca” in occasione del Premio Bianca Maria Pirazzoli 2008. Regia di Mariapia Papandrea, con Leila Falà, Fabiana Giordano, Mariapia Papandrea, Elisa Tinti.

Venerdì 9 ottobre 09

ore 19.00 Aperitivo con poete, letture di Chiara Cretella e Alessia Bersano.

ore 20.30 Artura Docs, rassegna di documentari a cura di Alessandra Santanera presenta: Giovani d’Emilia Romagna, conversazioni a tema e Perceptions di Allieta Melchioni.

ore 21.15 Spettacolo Alice, oh che meraviglia versione 1, testo e regia di Alessandra Tomassini, in scena l’autrice-attrice.

Sabato 10 ottobre 09

ore 19.00 Reading Monologhi al femminile, letture delle attrici di Artura.

ore 20.30 Artura Docs – Docs in Progress: Il lupo in calzoncini corti, di Nadia Dalle Vedove e Lucia Stano; Cantare il Maggio di Allieta Melchioni.

ore 21.00 Proiezione di La ‘Divina’ Commedia di Fabiola Crudeli.

ore 21.15 Spettacolo COMARI/COMARI. Uno studio al femminile tratto da “Le allegre comari di Windsor” di W. Shakespeare. Per “Omaggio a Bianca” in occasione del Premio Bianca Maria Pirazzoli 2008. Regia di Mariapia Papandrea, con Leila Falà, Fabiana Giordano, Mariapia Papandrea, Elisa Tinti.

Domenica 11 ottobre 09

ore 16.30 Proiezione di Frammenti di Mezzogiorno, di Alice Fatone.

ore 17.30 Spettacolo Alice, oh che meraviglia versione 1, testo e regia di Alessandra Tomassini, in scena l’autrice-attrice.

ore 18.30 Spettacolo COMARI/COMARI. Uno studio al femminile tratto da “Le allegre comari di Windsor” di W. Shakespeare. Per “Omaggio a Bianca” in occasione del Premio Bianca Maria Pirazzoli 2008. Regia di Mariapia Papandrea, con Leila Falà, Fabiana Giordano, Mariapia Papandrea, Elisa Tinti.

Biglietto giornaliero: € 15,00

Biglietto spettacoli COMARI/COMARI, Alice, oh che meraviglia versione 1, Alice, oh che meraviglia versione 2, Che oggi torna a casa versione 1, Che oggi torna a casa versione 2:

€ 12,00

Aperitivo: € 5

Informazioni

tel. 051.7459360 – 051.224671 – 331.6416524

Mariapia Papandrea

teatroragazzi@teatrosanmartino.it

www.artura09.splinder.com

Mare e Femminismi

Locandina Settembre - Foto Tano D'amico

Foto Tano D'Amico

In un periodo in cui sembra non si parli più di femminismo e se ti definisci femminista la gente ti guarda male; in un momento in cui i movimenti femminili sembrano sommessi o autoreferenziali, e la querelle tra sesso e potere è animatissima; in questo momento in cui é fortissimo lo scarto generazionale tra le donne che hanno combattuto per quei diritti che le giovani oggi ritengono più che scontatiinsomma in un periodo in cui ogni dialogo, anche tra donne, “sembra” svanito o afono, la Rete Agatergon ha deciso di dedicarsi allo studio e al confronto dei Femminismi… adottando una pratica tipicamente femminista!

Attraverso il dialogo e lo scambio di idee, la lettura e il parlare di donne tra donne, la Rete Agatergon proverà ad instaurare un sistema piu’ ampio di scambio e relazione cercando di capire dove si é innescato il corto circuito, provando a pensarsi senza sentire la necessità di collocarsi ad alcun “livello” , spogliandoci una volta per tutte dei panni dell’inadeguatezza che ci immobilizza e ci rende mute anche al cospetto di altre donne certamente anche piu’ preparate di noi a cui dobbiamo stima e rispetto.

Ci sentiamo all’inizio di una presa di coscienza e di impegno che  ci spinge ad uscire da anni e anni di indifferenza e di “tanto non cambia niente”: soltanto noi possiamo essere il motore del cambiamento di noi stess*!

« Ero sorda e cieca / Adesso ho occhi e orecchie dappertutto… / le visite sono finite / uscirò uscirò uscirò… / Ero qualcuno / Adesso sono qualcuna / Sono donna / e le mie sorelle mi aspettano / Non sapevo cantare / Ho provato / ora urlo / e ho dimenticato le lacrime ».

Dossier sulla trans-omofobia in Italia

Omofobia
Dopo quasi un anno di lavoro che ci ha vist* impegnat* nella raccolta di firme (ad oggi 10.557 firme!) a favore della decriminalizzazione dell’omosessualità, cui il Parlamento Europeo ci ha risposto con esito positivo, proseguendo nella nostra opera di raccolta dei casi di violenza trans-omofobica in Italia, abbiamo deciso di pubblicare, dopo averlo tenuto in cantiere per mesi, il nostro dossier sugli atti violenti e discriminatori nei confronti degli individui GLBT in Italia.
Visto che l’ On. Concia lancerà oggi alla Camera la campagna ‘L’omofobia ha i giorni contati’ e vista l’apertura dell’ On. Carfagna che solo circa un anno fa aveva dichiarato che “l’omofobia è solo un reato di pensiero” e per questo non perseguibile, bloccando i fondi destinati all’Istat per l’indagine contro le discriminazioni causate dall’orientamento sessuale, ci auguriamo che il nostro lavoro possa in qualunque modo essere un supporto utile e stimolante. E’ possibile scaricare il dossier completo con l’elenco dei casi per il 2008, ma il nostro Osservatorio é sempre vigile e riunisce tutti i casi raccolti fino ad oggi a partire dal 2005.
Scarica il Dossier sulla trans-omofobiaDossier Trans-Omofobia

Dossier sugli atti violenti e discriminatori nei confronti delle persone GLBT in Italia, con l’elenco dei casi del 2008.

«Io credo che l’omosessualità non sia più un problema. Perlomeno così come ce lo vorrebbero far credere gli organizzatori di queste manifestazioni [Gay Pride n.d.r.]. Sono sepolti i tempi in cui gli omosessuali venivano dichiarati malati di mente. Oggi l’integrazione nella società esiste. Sono pronta a ricredermi. Ma qualcuno me lo deve dimostrare».
On. Mara Carfagna  08/05/2008,  Corriere.it

Chi siamo.

Siamo un gruppo di persone, gay, lesbiche, trans, incontratesi sul web un po’ per caso. Dallo scambio continuo di idee, dai discorsi, dai confronti e dalla delusione per il lassismo delle realtà associative e politiche che ci circondano, abbiamo sviluppata l’idea di costituirci in Rete. Nasce così ad Ottobre la Rete Agatergon, gruppo di persone distanti fisicamente ma che la tecnologia e le idee riescono a tenere unite e vicine nonostante i chilometri che li separano. Abbiamo dato vita ad un blog (ReteAgatergon) senza proprietari, se non le idee e la voglia di partecipare, dove chiunque possa scrivere e far passare informazioni. Riteniamo che la partecipazione diretta sia indispensabile, per questo il nostro obiettivo è quello di riuscire a coinvolgere i diretti interessati, mettendoci tutti nella condizione di poter operare per il cambiamento, secondo un’idea di rete che non ingabbi ma allargandosi sempre più consenta di essere attivi grazie all’impegno comune e di squadra, realizzando delle “buone opere”, ragion per cui ci siamo ispirati al greco “agatergon”.
La Rete, ad esempio, a seguito delle dichiarazione della Ministra Francese Yama Rade, e del silenzio agghiacciante che regnava attorno a politici e non in Italia, si è fatta promotrice della Petizione a favore della decriminalizzazione universale dell’omosessualità, inviata al Parlamento Europeo e alla Ministra Carfagna. Ad oggi ha ottenuto 10.557 firme e riteniamo di aver raggiunto un buon risultato, non solo per il numero di adesioni ma anche per il fatto di aver contribuito alla diffusione dell’iniziativa della Yade e al dibattito e all’azione in Italia.
La Rete Agatergon, adesso,  ha deciso di tentare l’impresa: far  ricredere la Ministra per le Pari Opportunità On . Mara Carfagna dimostrandole l’esistenza di una ancor viva discriminazione a danno di gay , lesbiche e transgender.

Discriminazioni e crimini d’odio: chiavi di lettura.

Secondo un sondaggio del 2007 condotto dall’ Eurobarometro (dedicato alle discriminazioni nell’Unione Europea) in Italia l’omosessualità è ancora un tabù. Per gli omosessuali la condizione di emarginazione sociale e discriminazione, non potendo spesso vivere alla luce del sole la propria condizione, in coppia o singoli, sul lavoro come a casa, è una realtà ancora molto forte. Lo pensano 7 italiani su 10, ovvero il 68% degli intervistati. Una percentuale che supera quella europea (ferma al 48%). Più alta è solo quella di Cipro (86%) o della Grecia (85%). La Spagna è invece al di sotto della media europea con il suo 46%, anche se i Paesi più aperti risultano Germania (28%) e Cecoslovacchia (dove solo il 19% degli intervistati pensa che l’omosessualità sia ancora un tabù).
La percezione che la discriminazione nei confronti degli omosessuali sia così elevata però non è per forza un elemento negativo, nel senso che una tale percezione può essere frutto di una maggiore coscienza del problema, anche se tale consapevolezza prende atto di una realtà oggettiva diffusa di
omofobia e transfobia. Con tali termini si intende fare riferimento a tutti quegli atteggiamenti ed atti discriminatori nei confronti degli omosessuali e delle persone transgender per il semplice fatto di essere considerati diversi per l’orientamento sessuale o l’identità di genere, intesa come l’assegnazione che ogni individuo fa (e cioè la sua identificazione) e quella che gli altri fanno di lui o di lei, rispetto ad una o varie categorie di genere, basate sulla differenza sessuale socialmente percepita. Per tale motivo tutti gli atti di violenza, discriminazioni ed omicidi nei confronti delle persone gay, lesbiche e trans (da questo momento GLT, n.d.r.) sono identificabili come crimini d’odio, cioè quei crimini che ledono una persona perché considerata diversa da ciò che è comunemente ritenuto giusto e normale. Eppure il moderno stato di diritto si fonda su importanti elementi costitutivi quali l’autonomia dell’individuo e la piena giurisdizione di quest’ultimo sul proprio corpo, la tutela giuridica delle diversità, e la sanzionabilità degli atti lesivi di terzi, intendendo con questi ultimi tutti coloro che vengono discriminati o subiscono violenze, GLT compresi.

Obiettivo del dossier.

Sono stati raccolti in questo dossier una serie di articoli dei maggiori quotidiani nazionali e locali, reperiti e reperibili in Internet, che illustrano atti di discriminazioni e violenze di cui sono state vittime, nel corso dell’anno 2008 persone gay , lesbiche o transessuali , o ritenute tali. E’ da notarsi come discriminazioni e aggressioni siano state perpetrate proprio a causa dell’ orientamento sessuale o dell’identità di genere delle vittime, ad esempio giovani lesbiche sono state picchiate al grido di “lesbica di merda”, e gay aggrediti perché “froci di merda”. Per non dire delle persone transessuali, costrette a prostituirsi per l’impossibilità di trovare un lavoro dignitoso, rischiando la vita ogni notte, come dimostrano molti fatti documentati, e la cui condizione può venire solo peggiorata da norme che mettono sullo stesso piano clienti, sfruttatori e transessuali, cioè carnefici e vittime.
L’obiettivo di questa pubblicazione è quello di contribuire a una maggiore e migliore diffusione degli atti omofobi e transfobici, fornendo gli strumenti per documentare in modo sistematico le violenze contro le persone GLBT computabili alla stregua di crimini d’odio. Inoltre si intende documentare come l’Italia non riesca a proteggere i diritti di tali vittime né di monitorare il rispetto dei diritti umani, anche attraverso l’utilizzo di standard internazionali relativi a crimini motivati dall’odio o dalla discriminazione.

Perché le discriminazioni non sono “facili a vedersi”.

Appare evidente, anche dal richiamo della ministra Carfagna, come la predisposizione di strumenti normativi a difesa dei diritti degli omosessuali costituisca una ‘priorità’ ed un’”esigenza” solo a patto che tali violazioni siano di entità tale da creare un allarme sociale diffuso.
A noi sembra chiara, però, se ci è permessa un po’ di malizia, l’”esigenza” di alcuni esponenti del mondo politico e delle istituzioni di intervenire solo quando certi fenomeni creano nella popolazione situazioni tali da ridefinire gli “spazi di consenso” .
Senza entrare nel merito di una questione assai spinosa come il senso stesso dell’azione politica, oggi ridotta quasi esclusivamente alla “gestione del consenso”, ci pare però opportuno chiarire meglio alcuni punti in merito all’entità e ‘qualità’ del fenomeno dell’omofobia e della sua presunta ‘marginalità’ o ‘inconsistenza’, soprattutto nelle moderne democrazie occidentali.
Innanzitutto, ci sembra importante sottolineare che gli atti di violenza e discriminazione sono comunque e per la loro stessa natura atti odiosi, che creano in chi li subisce danni spesso irreparabili
di natura non solo fisica, ma anche psicologica e sociale. Motivo per cui ogni ‘singolo’ atto perpetrato a danno di qualcuno per il suo orientamento sessuale non perde la sua valenza e la sua gravità solo perché ‘può’ riguardare alcuni o pochi soggetti. Se l’entità dei soggetti vittime di violenze o altri atti criminali fosse stata la ‘misura’ adottata dal legislatore nel dar vita ai codici che regolano la vita delle nostra comunità, ci troveremmo, oggi, un sistema normativo a dir poco ‘folle’, orientato più a disciplinare e sanzionare le “liti condominiali”, così diffuse e di grande entità nel nostro paese, che ad intervenire per tutelare l’integrità e dignità degli individui!
Fortunatamente, il nostro sistema normativo, come qualsiasi sistema di regole dei paesi civili, si struttura e si sviluppa a partire dal riconoscimento di alcuni valori fondanti, contenuti nella nostra carta costituzionale, valori e principi che non sono e non “possono essere” oggetto di scambi nel “mercato politico”, valori che fondano il nostro patto sociale e la cui violazione costituisce comunque un atto di gravità ‘eccezionale’, anche se riguardasse solo un soggetto!
Ricordiamo con questo alla ministra delle Pari opportunità che dovrebbe essere sufficiente, per un rappresentante delle istituzioni, il fatto che solo una di queste violazioni abbia luogo, come documentato peraltro dalle recenti cronache sui quotidiani, perché sia ‘spinta’ a ricredersi.
In secondo luogo, ci sembra utile entrare nel merito dell’”entità” stessa del fenomeno dell’omofobia e della transfobia, e questo non tanto per avviare una inutile “battaglia” di numeri e di cifre, ma per vedere meglio cosa c’è dietro questi numeri e queste cifre.
Chiaramente, riconosciamo che un fenomeno come quello delle discriminazioni quanto più interessa la collettività tanto più richiede un intervento ed un’azione politica tesi a ripristinare i principi di uguaglianza e parità tra gli individui. Cioè, siamo consapevoli del fatto che l’”urgenza” di interventi in merito ad atti di discriminazione trovi nell’entità del fenomeno uno, ma non il solo!, ‘indicatore’ di un interesse collettivo da tutelare.
Però, se ci si limita ad una lettura ‘miope’ ed ‘ingenua’ delle statistiche che riportano le denuncie di atti e fatti discriminatori, si finisce per concludere che, tutto sommato, il fenomeno è contenuto e quindi non ‘merita’ di essere preso in considerazione in termini di interventi sanzionatori.
Ora, è noto ai molti che, seppure di grande utilità, le statistiche che riguardano i crimini possono solo darci un quadro di massima dell’andamento del fenomeno deviante e delle sue caratterizzazioni, poiché esiste sempre un “numero oscuro” di delitti che per svariate ragioni non vengono denunciati dalle vittime, cosa che ridimensiona l’entità stessa dei comportamenti criminali rilevati.
Questo ‘limite’ dei dati a nostra disposizione andrebbe, a maggiore ragione, considerato proprio nel caso delle discriminazioni dovute all’orientamento sessuale. In effetti, proprio le vittime di atti discriminatori di questo tipo difficilmente tendono a denunciare perché temono con questo di rendersi troppo ‘visibili’, soprattutto coloro i quali, e sono molti, vivono la propria identità sessuale in una dimensione “privata”.
Sono numerose, infatti, le ricerche condotte sul mondo dell’omosessualità che testimoniano dell’esistenza di un vero e proprio “mondo sommerso” che, spesso, è costretto a vivere un’esistenza dimezzata per il timore proprio che il manifestarsi “per-ciò-che-si-è” comporti una serie di sanzioni sociali insopportabili e ancor più limitanti.
Alla luce di queste considerazioni è, dunque, difficile ritenere che l’entità del fenomeno discriminatorio possa essere reso dai dati statistici a disposizione. E sarebbe sconsiderato assumere una posizione politica solo sulla scorta di dati così poco affidabili.
Diversi sono, infatti, i fenomeni di violenze e discriminazioni che hanno caratterizzato nel corso degli anni il nostro paese e che proprio in quanto “statisticamente” poco visibili sono stati affrontati con grave e grande ritardo dalle istituzioni e dalla politica.
La violenza sessuale contro le donne ne è forse un esempio paradigmatico. Un fenomeno che ha avuto come sua peculiarità specifica quello di essere ‘sotterraneo’, ma che nel tempo si è manifestato come fortemente radicato e diffuso su tutto il territorio nazionale. Fenomeno
sotterraneo perché purtroppo largamente “tollerato” in un contesto come l’Italia di poco più di 20 anni fa, in cui era quasi un ‘costume’ abusare delle donne, in quanto ritenute “in-fin-dei-conti” consenzienti! Basti pensare che un giurista italiano poteva così dichiarare circa cinquant’anni fa: “Poiché la costrizione, per costituire reato, dev’essere illegittima, così non è punibile il coniuge che costringa l’altro coniuge, mediante violenza o minaccia, alla congiunzione carnale secondo natura e in condizioni normali. Tra gli scopi del matrimonio, invero, vi è anche quello di fornire remedium concupiscientiae (Manzini V., Diritto Penale Italiano, vol.VII, UTET, Torino, 1951, pg. 323)”.
Solo l’introduzione di una normativa finalizzata a sanzionare apertamente e direttamente atti così gravi ed ignobili, ha “consentito” a molte donne di uscire dall’ombra e di denunciare i propri aguzzini, riconoscendosi come vittime e contribuendo alla lotta contro fenomeni di questo genere di intollerabile inciviltà.
Ed è proprio nel periodo successivo all’introduzione di questi nuovi strumenti legislativi, che hanno reso la violenza sessuale un delitto non più contro la morale ma contro la persona e la sua integrità, che si è assistito ad un aumento esponenziale delle denuncie di violenze da parte delle donne.
Cioè, l’adeguamento del sistema normativo all’emergere di nuovi fenomeni criminali ha influito anche sul “sentire diffuso”, consentendo alle donne non solo di avere uno strumento concreto ed adeguato per tutelarsi, ma implicitamente dando loro anche la ‘forza’ di ‘emergere’ e di denunciare apertamente le violenze subite.
Questo esempio è stato riportato per sottolineare il fatto che, oggi, molte persone transgender, lesbiche e gay, crescono sentendosi isolati e consapevoli di essere diversi. Il costante sbarramento di messaggi negativi può portare a introiettare la transfobia e l’omofobia con sentimenti di vergogna e odio di sé, e quindi a legittimare atteggiamenti discriminatori o di violenza.

Descrizione violenze e discriminazioni.

Il metodo utilizzato nella raccolta dei casi è quello dei colori, cercando di realizzare una sorta di classificazione per genere, sottolineando in rosso le violenze nei confronti di donne, in blu nei confronti di uomini, in verde quelle nei confronti di persone transgender e in grigio scuro gli atteggiamenti discriminatori in generale. Tutto ciò con lo scopo di cercare di capire anche la tipologia di aggressori, che può variare e fare delle comparazioni.    Vengono inoltre riportati i link ai vari quotidiani che hanno diffuso la notizia, proprio per dare la possibilità di verificare di volta in volta la veridicità dei casi, ma anche per permettere una ricognizione dettagliata sul numero e sul modo di riportare la notizia da parte delle varie testate, o dei siti internet (spesso blog personali, ossia “diari” virtuali di persone interessate nelle tematiche dei diritti trans/omosessuali e non ).
Ciò che emerge dalla lettura dei casi di violenze e discriminazioni “dichiarate” e “documentate” in Italia per l’anno 2008 è ciò che è stato definito da Milgram come controantropomorfismo (Zulueta de F., Dal dolore alla violenza – Le origini traumatiche dell’aggressività, Cortina, Milano, 1999, pg. 23), cioè la negazione delle qualità umane delle vittime fino a distorcere la visione dell’Altro in quanto diverso, e pertanto minaccioso e colpevole, un po’ come ciò che si verificò in Germania con gli ebrei. “Nel concetto di violenza è implicito l’assunto che agli esseri umani sia dovuto un certo rispetto. La pietra angolare di tutte le persecuzioni e discriminazioni è lo stabilirsi di un sistema di teorie che sancisce che l’altro è essenzialmente meno umano e perciò inutile, da buttare via, o pericoloso”. Però, perché questo sistema possa radicarsi in un individuo deve esistere il presupposto  che l’”altro” sia oggetto delle nostre paure, così da passare dalla visione della differenza all’esclusione fino all’avvaloramento del gesto di violenza.
Se fino a venti anni fa l’esposizione al rischio di violenze, discriminazioni o omicidi a danno di gay  poteva essere in qualche modo collegato ad un certo stile di vita che consisteva nel cercare l’affetto in compagnie occasionali o retribuite, poiché l’omosessualità era una condizione da tenere nascosta e che difficilmente poteva dar luogo ad una vita di coppia “visibile” e “continuativa”, oggi questo
avviene con minore frequenza grazie ad una maggiore consapevolezza e visibilità degli omosessuali. Il mutamento va tuttavia osservato anche nei ragazzi di vita responsabili dei delitti: non sono più giovani emarginati delle periferie o delle borgate,  ma ragazzi provenienti dall’est Europeo o dal Maghreb, Paesi di cultura “omofoba”, cosa che ovviamente può provocare un ulteriore innesco della violenza. In molti casi il luogo del delitto è la casa della vittima, la differenza d’età è notevole e l’assassino non si riconosce come omosessuale.
Molte aggressioni a gay e lesbiche sono direttamente correlate a normali effusioni in luoghi pubblici (tenersi per mano, lo scambio di un bacio) e alla loro presentazione di “genere”: i capelli corti per una ragazza o gli abiti femminili per un ragazzo,  possono rappresentare una deviazione di ciò che è “comunemente accettabile” e quindi condannabile anche con gesti di violenza. Ma spesso anche i luoghi di aggregazione quali discoteche, centri sociali, pub o strade più o meno frequentate da omosessuali diventano la misura della riprova di una deviazione dalle regole di genere da “correggere” o condannare con azioni premeditate, come avvenuto per esempio nel caso della ragazza presa a sassate a Bologna a Novembre davanti al centro sociale “Atlantide”, luogo di aggregazione e socialità di identità diverse.
L’incidenza della violenza contro le persone transgender è poi molto alta e occupa un capitolo a sé.
Tale forma di discriminazione prende il nome di transfobia e intende descrivere il pregiudizio e la discriminazione diretta alle persone che si discostano dalle rigide aspettative di genere della nostra società. E’ una reazione di paura, disgusto e atteggiamento discriminatorio nei confronti delle persone la cui identità di genere o presentazione di genere non corrisponde, nel modo socialmente accettato, con il sesso assegnato alla nascita. Essa può andare dall’impiego di termini o aggettivi che corrispondono col genere che “noi vogliamo vedere” (“è un travestito, un maschio anche se si veste da femmina”, e viceversa), alla negazione all’impiego, alle cure mediche o alla protezione legale. Si verifica una sorta di mancanza di riconoscimento della loro esistenza, anche a livello istituzionale, alla quale inevitabilmente segue una  mancanza di protezione specifica per le persone transgender nelle politiche antidiscriminatorie, e anche un’azione come la denuncia alla polizia da parte di una persona transgender di un crimine subito può diventare un compito difficile e pericoloso, perché alla denuncia del fatto va aggiunta la dichiarazione dell’essere transgender e quindi il rischio di non essere presi in considerazione perché immediatamente giudicati.
La maggior parte dei casi riportati testimonia come gli individui transgender aggrediti, violentati, seviziati o uccisi per la maggior parte si prostituissero. Questo mette ulteriormente in luce la loro condizione di persone spesso costrette a prostituirsi perché nessuno assumerebbe un* trans  come segretaria, o cameriere, o ragioniere o bancario. Quindi, la frequentazione degli ambienti legati alla prostituzione costituisce una situazione di notevole rischio, cui va aggiunto l’ odio o il pregiudizio transfobico nei confronti di persone non riconosciute come tali!
I vari casi testimoniano certamente un’ impennata di intolleranza che un Paese come l’Italia non può ignorare. Si tratta sempre e solo di casi così gravi ed eclatanti da essere stati pubblicati in più quotidiani. Sono pertanto tutte notizie verificabili in ogni momento. La motivazione di tali reati è sempre e solo l’orientamento sessuale : gay e lesbiche picchiati perché omosessuali, trans stuprate e uccise perché  transessuali e quindi diverse. I casi di omicidio, stupro e sequestro sono inoltre sempre accompagnati da violenza fisica e verbale.

Cosa proponiamo.

Risulta  pertanto “urgente” che la politica e le istituzioni ritrovino la ‘capacità’ ed il ‘coraggio’ di essere lungimiranti, di intervenire, cioè, sui fenomeni per governarli ed orientarli prima che diventino “cancri sociali”, nonché capacità  e coraggio di leggere e dare risposte alle domande di
diritti che vengono pressantemente poste, piuttosto che rinchiudersi dietro elenchi inutili di cifre, ‘accarezzando’ e cavalcando in modo strumentale paure e pregiudizi.
Ribadiamo che anche su una questione come l’omofobia e la transfobia le istituzioni di questo paese e la politica tutta si giocano ancora una volta la loro capacità di governare realmente la nostra società.
All’obiezione che il reato di omofobia possa essere in qualche modo identificato come un reato di opinione, rispondiamo che una cosa è la libertà di parola e di pensiero, con la quale poter esprimere una certa “antipatia” nei confronti dell’omosessualità che può essere verbalmente espressa con toni di critica o con sentimento di distacco o lontananza, altra cosa è l’assunzione di toni imperanti o offensivi che possano diventare una sorta di “brodo di coltura” dell’omofobia, fino a sfociare in violenze, aggressività e discriminazioni. In questo caso certamente l’omofobia diventa una forma  di pregiudizio che si manifesta con un ampio spettro di azioni, dai discorsi di incitamento all’odio contro chi è diverso, agli inviti alla discriminazione contro i singoli ed è purtroppo ancora ampiamente diffusa.
Quello che si richiede, quindi, così come avvenuto per esempio in Francia nel 2004, dove è stata varata una legge che ha istituito un’alta autorità per la lotta contro ogni tipo di discriminazione nei confronti degli omosessuali, è l’introduzione anche in Italia di una legge che non ha nulla a che fare con l’opinione, ma che punisca atti di intolleranza e di offesa o violenza che rientrino nella competenza del codice penale, e condanni l’omofobia quando è evidente una discriminazione di natura sessuale.
Per esempio, la direttiva europea 2000/78 del Novembre 2000, volta a stabilire un quadro generale in materia di occupazione e lavoro, vieta “ogni discriminazione diretta o indiretta fondata sulla religione o le opinioni, un handicap, l’età o l’orientamento sessuale”. Nel Maggio 2003 il Parlamento europeo ha deplorato con una dichiarazione scritta l’assenza dell’applicazione di questa direttiva in diversi stati membri. Inoltre, la raccomandazione 1471 del 30 giugno 2000 sulla situazione delle persone omosessuali negli stati membri del Consiglio d’Europa inviata questi ultimi a “includere l’orientamento sessuale e l’identità di genere fra i motivi di discriminazione proibiti nella loro legislazione nazionale (…); a prendere misure concrete per combattere l’omofobia in qualsiasi campo (a scuola, nella sanità, nell’esercito, nella polizia, nello sport, nella magistratura, ecc.) attraverso una formazione permanente (…); a prendere misure disciplinari contro chi discrimina gli omosessuali; assicurare uguaglianza di trattamento in materia di occupazione per gli omosessuali”.
Oltre alle modifiche/integrazioni legislative è auspicabile, così come già avvenuto in altri Paesi Europei, la creazione di organismi indipendenti che veglino sul rispetto dei diritti di omosessuali e transessuali.

Proponiamo inoltre delle buone prassi di comportamento:

  • Finanziamento da parte dello Stato di progetti concernenti programmi di protezione sociale e reinserimento delle vittime della violenza a causa dell’ orientamento sessuale che, per effetto della violenza subita, manifestano difficoltà di reinserimento a livello sociale e lavorativo;
  • Interventi di informazione e di sensibilizzazione contro la violenza sessuale, di genere e per ragioni di orientamento sessuale, a scopo preventivo, anche tramite la realizzazione di campagne pubblicitarie informative;
  • Adozione di misure contro la discriminazione, sanzioni penali contro l’omofobia;
  • Possibilità per le associazioni di intraprendere tutte le iniziative giudiziarie o amministrative per far rispettare le norme in difesa degli omosessuali (garantita dalla direttiva 2000/78);
  • Periodici rilevamenti sulla violenza (con una raccolta dati realizzabile da soggetti pubblici o privati), istituzione di un Registro dei centri antiviolenza e organizzazione e analisi dei dati per renderli più accessibili;
  • Relazioni e diffusione delle informazioni agli attori (autorità governative, istituzioni Europee / internazionali, istituzioni per i diritti umani, ecc) che possano intervenire;
  • Monitoraggio continuo per raccogliere informazioni, anche attraverso interviste o questionari da distribuire nei centri di aggregazione (reti associative, centri sociali, locali pubblici);
  • Azioni di incoraggiamento della vittima a denunciare il fatto;
  • Promozione di iniziative per l’apertura di centri di tutela;
  • Creazione di codici di comportamento per i dipendenti pubblici e privati che vietino le discriminazioni nei confronti dei colleghi omosessuali o trans, e realizzazione di interventi di informazione e di sensibilizzazione;
  • Istituzione di appositi corsi per insegnanti, al fine di rendere la scuola uno spazio aperto e accogliente che garantisca un clima di sicurezza e rispetto, dove tutti gli alunni possano vivere la valorizzazione delle differenze d’identità e di esperienza come fondamentale;
  • Incoraggiamento a tenere incontri nelle scuole con associazioni omosessuali per educare ai diritti umani e ad una socialità in cui identità diverse convivono e prendono parola;
  • Promozione di iniziative culturali, nazionali e locali, volte a combattere il pregiudizio  e le violenze nei confronti di GLBT;
  • Impegni politici seri e concreti.


Considerazioni finali:

Il rispetto dell’uguaglianza e della pari dignità sociali senza discriminazioni fondate sull’orientamento sessuale e l’identità di genere è vitale per un Paese moderno e democratico come l’ Italia, perché, come l’Onorevole Carfagna stessa ha affermato: “Pari opportunità significa innanzitutto un cambio di mentalità!”.

Dossier Rete Agatergon

Tutti a caccia di…

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Tre aggressioni in sette giorni solo a Roma, una bomba carta lanciata nella gay street della capitale ( S. Giovanni in Laterano, altezza Colosseo) non sono gli unici atti di violenza contro lesbiche, gay e transessuali.

Le aggressioni contro lesbiche, gay e trans hanno cadenza quotidiana, solo le più eclatanti però assurgono all’onore della cronaca e ogni volta si giustifica la violenza imputandola a un pugno di balordi, mele marce, sciocchi, minimizzando un fenomeno che non ha nulla di transitorio o sporadico ma ha anzi precise cause e responsabili, anche istituzionali.

In una condizione come quella attuale di eterna campagna elettorale, lo scontro è continuo e si storna l’attenzione dell’opinione pubblica dai veri problemi che evidentemente non si è in grado di risolvere per crearne di fittizi da gestire a proprio piacimento, si genera un clima di paura per millantare un problema sicurezza che nella realtà non rappresenta un’emergenza ma un naturale effetto dei tempi e della società contemporanea (dove le persone si spostano più di quanto avveniva nel medioevo), che andrebbe governato con lungimiranza e organicità. In questo modo si induce il cittadino ad accettare gravi limitazioni della propria libertà in nome della sicurezza, dalle telecamere ovunque alle ronde, si alimentano l’intolleranza e l’insofferenza. Tutto ciò che è diverso va ricondotto entro i confini dell’omologazione, va disciplinato d’autorità per difendere l’onore italico , da qualunque parte arrivi la minaccia, dagli extracomunitari o dagli omosessuali.

Non è un balordo quello “Svastichella” che il 22 agosto ha accoltellato un ragazzo gay all’uscita del gay village romano, ma un uomo con un preciso orientamento politico; non sono mele marce i ragazzi che, organizzati in gruppetti trascorrono le serate a effettuare raid punitivi contro le transessuali; è stato il padre a picchiare un adolescente perché ha dichiarato la sua omosessualità.

Il clima di intolleranza è pesante e non accenna a scemare, d’altronde persino le istituzioni a ciò preposte negano lo scandalo dell’omofobia, e il Paese che celebra il valore della vita è anche il primo Paese per transessuali uccise perchè colpevoli di scompaginare l’ordine costituito dei due sessi dati.

Quando lesbiche, gay e trans* chiedono pari diritti vengono ritenuti responsabili dello sfascio della società, quando manifestano sono colpevoli di diffondere la loro depravazione ops… ho sbagliato, il link corretto è questo: depravazione , quando denunciano le violenze e le discriminazioni subite, il fatto che i loro affetti vengano sminuiti o negati anche davanti all’evidenza, li si accusa di vittimismo senza rendersi conto di come si usino due pesi e due misure.

Le associazioni che dovrebbero far sentire forte la loro voce a tutela della dignità di lesbiche, gay e trans appaiono spesso troppo timide nel denunciare l’ipocrisia e la violenza e nella richiesta di quell’uguaglianza che la Costituzione garantisce a tutti i cittadini.

Quando la sottosegretaria ai diritti umani del governo francese Rama Yade avanzò la proposta di depenalizzazione universale dell’omosessualità all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il Vaticano espresse senza mezzi termini il proprio dissenso affermando che ciò avrebbe discriminato [!] i Paesi che puniscono l’omosessualità con la pena di morte.

Le varie proposte che regolamenterebbero le unioni civili anche tra omosessuali sono sempre cadute nel nulla, lasciando a intendere come non vi fosse alcuna reale volontà politica di riconoscere pari diritti a coppie etero e omosessuali; intolleranza e omofobia sono coltivati da esponenti sia politici dell’ una e dell’ altra parte, sia religiosi.

Non ci sono scusanti, non si tratta di ingenuità, ma di un clima creato ad arte grazie al quale anche esponenti della cosiddetta società civile cadono nei soliti pregiudizi .

Nessuno può pensare che la continua disinformazione e la diffusione di stereotipi falsi e umilianti non abbiano riflessi nella vita di tutti i giorni, non siano corresponsabili di una cultura dell’intolleranza e dell’omofobia, e poco serve mettere il cappello dell’adesione a manifestazioni nate spontaneamente se, passata la sfilata, muore anche ogni buona volontà di tutelare l’incolumità e i diritti delle persone LGT.

Sarah