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Incontri e relazioni sul Femminismo

femministeComincerò quest’articolo con una banalità: certe volte la vita riserva delle sorprese inaspettate.

Eh già, è proprio una diceria, ma è ciò che, in occasione di quest’incontro, mi è capitato.

Solo un anno fa non avrei neppure immaginato che mi sarei trovata coinvolta in una tavola rotonda sul femminismo e sul separatismo, termini che mi sembravano parolacce, intrisi di un’accezione negativa, distruttiva e anacronistica.

Poi è stata costituita la Rete e mi sono trovata a confrontarmi con persone provenienti da percorsi, realtà e riflessioni diverse dalla mia e mi sono scoperta a riflettere sulle mie “convinzioni”, su come e perché le avevo fatte mie, ho dovuto esternare le mie paure e mi è stato proposto di affrontarle e metterle su un tavolo, insieme a quelle delle altre.

Così è nata questa tavola rotonda, dalla relazione di donne di diverse generazioni e dalle differenze che ciascuna di noi aveva (e magari ha ancora) nel rapporto col femminismo e col separatismo, dalla pazienza di alcune e dalla volontà di capire di altre.

Con naturalezza – ma anche con reciproca apertura – è nata l’idea di incontrarsi e trascorrere un fine settimana insieme ad ascoltarci e confrontarci sul percorso delle donne femministe, sulle varie accezioni della parola “femminismo”, sulle diverse sfaccettature che il movimento femminista ha sviluppato nel tempo e nelle diverse realtà in cui si è manifestato.

E con altrettanta naturalezza quest’idea è stata accolta.

È stato impegnativo, s’intenda, sia per chi ha (anche) organizzato, sia per chi ha (solo) partecipato.

L’incontro è stato pensato e gestito in maniera accurata: è stata individuata la casa che ci avrebbe (e ci ha) accolte sia per la tavola rotonda che per quella mangereccia, cercato e messo a disposizione una serie di testi emblematici e rappresentativi sia del femminismo in generale che delle singole posizioni all’interno di esso, pensato e organizzato un metodo di discussione che ci vedesse tutte partecipanti attive.

Per prepararci a quest’incontro, a partecipare al quale eravamo circa venti donne, abbiamo letto un testo comune a tutte e ognuna di noi ha poi scelto, da una lista, un articolo del quale ha proposto una relazione nel corso della tavola rotonda.

Questo metodo è stato molto stimolante, poiché ci ha permesso non solo di dare in nostro contributo alla discussione – seppur molte di noi fossero completamente a digiuno dell’argomento -, ma anche di cominciare a imparare a gestire i nostri pensieri e le nostre considerazioni nell’ambito di un gruppo.

Così, le mie presunte (e presuntuose, oserei ormai dire) certezze sul femminismo sono piano piano crollate.

Ho scoperto che il movimento femminista non è nato negli anni ’60, ma ha avuto i primi virgulti addirittura a metà del 1600, quando una donna americana – Margaret Brent – ha chiesto di poter votare (ma, contestualmente, anche in Europa le donne si davano da fare!); ho saputo che, nonostante la battaglia delle donne fosse contemporanea rispetto a quella dei neri d’america, questi ultimi (uomini, sia chiaro) hanno visto riconosciuti il proprio diritto di voto quasi cinquant’anni prima delle donne; ho, per la prima volta, sentito parlare della “teoria della differenza”, ho conosciuto la differenza tra femminismo radicale e non, ho capito che femminismo e femminismo lesbico non coincidono e non sempre hanno proceduto di pari passo, ho (finalmente) compreso cosa sono i gruppi di autocoscienza e, soprattutto, cos’è il separatismo.

Il separatismo, che ho sempre pensato essere una presa di posizione estremista di donne che anelavano a un mondo esclusivamente al femminile, è semplicemente un modo di essere, di incontrarsi, di confrontarsi tra donne.

Nessuna parolaccia, nessun sentimento discriminatorio nei confronti del genere maschile, solo una modalità di incontro.

E, con somma sorpresa (nonché con estremo piacere, devo dire), ho scoperto non solo di essere sempre stata femminista, ma anche di aver praticato, spesso nella mia vita, il separatismo.

Già. Perché il separatismo altro non è che un incontrarsi tra donne.

Tutto ciò mi ha fatto riflettere sulle costruzioni che ci portiamo dietro dall’educazione cattolica, dall’ignoranza e dalla mentalità in cui siamo cresciuti e che, spesso, non riconosciamo; sulla necessità del confronto, dell’apertura verso ciò che non conosciamo e che ci fa paura, sull’importanza delle relazioni con gli altri, del tramandare le proprie conoscenze e su come tutto ciò ci arricchisca, non solo dal punto di vista “culturale” ma anche sotto il profilo personale.

La tavola rotonda e tutto ciò che l’ha preceduta (e che la seguirà, spero), infatti, è stata non solo un momento di conoscenza del femminismo, ma anche un’occasione di profonda crescita personale.

È stato un momento di accoglienza e rispetto per tutto ciò che ciascuna delle partecipanti era ed è, a prescindere dall’approccio che essa aveva (e ha) sull’argomento che saremmo andate a trattare, con un’attenzione per i particolari che mi ha fatto sentire a mio agio e partecipante ad un momento importante, in certo modo solenne (basti pensare che, all’arrivo, ciascuna di noi ha trovato una piccola cartella, contenente un breve sunto delle posizioni fondamentali nella storia del femminismo e una bibliografia curatissima, nonché un cartellino col proprio nome, da appuntare sugli abiti, come un convegno con tutti i crismi!).

Per questo e per tutto ciò che verrà, io ringrazio.

Ringrazio Rete Agatergon e tutt* coloro che ne fanno o faranno parte.

E spero che continueremo così, donne!

Due Novembre 1975…… Morte Di Un Intellettuale Scomodo

PasoliniNella notte tra l’ 1 e il 2 novembre 1975 muore Pier Paolo Pasolini. Sarà assassinato brutalmente e con spietata ferocia. L’assassino, dopo averlo massacrato di percosse e bastonate, lo finirà passandogli più volte sopra con l’auto. Il corpo maciullato dello scrittore sarà ritrovato il mattino successivo in un misero e sporco spazio erboso vicino all’Idroscalo di Ostia, nello stesso luogo dove era stato consumato il delitto. A trentaquattro anni di distanza la sua morte è ancora avvolta nel mistero. Pino Pelosi, all’epoca diciassettenne, che si trovava con lui quella sera per un incontro sessuale, si accollerà in un primo momento la responsabilità dell’assassinio affermando che sarebbe stata, la sua, una reazione di difesa, conseguente a delle pesanti richieste di prestazioni sessuali da parte dell’artista. Dopo trent’anni di silenzio sull’accaduto, l’ex ”ragazzo di vita” ritratterà: “Non sono stato io… io sono innocente”.

Queste le sue parole rilasciate in un’intervista, nella quale racconterà di un’aggressione subita da entrambi da parte di tre uomini sbucati all’improvviso dal buio e, mentre uno aggrediva il Pelosi, gli altri due avrebbero iniziato a insultare lo scrittore urlandogli “fetuso, arruso, sporco comunista, FROCIO”. Pasolini non reagì. I due l’avrebbero poi tirato fuori dalla macchina a forza massacrandolo di botte e lasciandolo a terra agonizzante. Lo stesso Pelosi poi, cercando di fuggire, sarebbe passato più volte con la macchina sul suo corpo senza accorgersene, finendolo del tutto.

Omicidio a sfondo sessuale o aggressione omofoba?
Certamente Pasolini era un personaggio scomodo, uno che andava “controcorrente” e che dava fastidio a molti. Era un omosessuale che sviscerava e teorizzava la “diversità” sotto tutti i suoi aspetti, attraverso scritti e film, e la “diversità” spaventava, allora, così come fa paura oggi. Era un uomo che pubblicamente dichiarava senza metafore che non amava, né la società italiana, né il potere (politico ed economico) che stava spingendo l’Italia verso un abisso culturale e umano e stava distruggendo anche “l’ingenuità, la poesia, la sensualità e la bellezza delle classi popolari” di cui i suoi romanzi trasudano, per sostituirle con quelli che sono i valori tipici del consumismo: aridità e qualunquismo. Ci ha comunicato il dolore di un omosessuale che assisteva impotente al lento mutare di quel mondo dell’omoerotismo che, con l’avanzare del capitalismo, dopo una fase post bellica lontana dal cinismo e dalla violenza, diveniva sempre più vittima di aggressioni numerose e crudeli.

Il tema dell’omosessualità lo troviamo sempre presente nella sua opera, sia come racconto, sia come chiave di lettura della realtà. Mi piace ricordare due dei suoi primi romanzi, “Atti Impuri” e “Amado Mio”. Nel primo rappresenta il dramma della confessione dell’omosessualità e i relativi sensi di colpa, mentre nel secondo descrive un amore vissuto come possibile, senza conflitti morali né religiosi. Esploderà in questa fase della sua vita l’esigenza del riconoscimento e della confessione e all’amico Franco Farolfi dirà: ”La mia omosessualità è entrata ormai da vari anni nella mia coscienza e nelle mie abitudini e non è più un ALTRO dentro di me. Ho dovuto vincerne di scrupoli, di insofferenze e di onestà… ma infine, magari sanguinante e coperto di cicatrici, sono riuscito a sopravvivere salvando capra e cavoli, cioè l’eros e l’onestà”. Siamo alla fine degli anni quaranta e per i suoi scritti l’autore subirà ben due processi: uno dal Tribunale dello Stato e uno forse il più doloroso, da quel Partito Comunista di cui faceva parte e dal quale sarà espulso per “indegnità morale”. La Chiesa lo maledirà, mettendo, allora come adesso, ”l’omosessualità tra i peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio”. La piccola parentesi serena e gioiosa di “Amado Mio” si chiuderà per sempre e si arriverà alle “checche” dei “Ragazzi di Vita” e di “Una Vita Violenta”, dove l’eros omosessuale diverrà qualcosa di denigrante e “auto denigrante”, da tenere lontano da sé, ma che comunque rimarrà presente e non sarà mai disconosciuto; che sarà vissuto, seppure con dolore e sarà pagato a caro prezzo, così come saranno pagate l’onestà intellettuale e lo spirito critico, che erano scomodi per molti: per la morale piccolo borghese dell’epoca e per i partiti di destra e di sinistra. Andreotti, alla notizia della sua morte commenterà in modo lapidario: “Se l’è cercata”.

Oggi, a trentaquattro anni dalla sua scomparsa, Pasolini viene ancora ricordato per l’enorme eredità artistica e intellettuale che ci ha lasciato, ma poco e niente per la sua omosessualità. E’ un caso? Certamente no! L’Italia di adesso e ancora più perbenista, omologata, ipocrita e ossequiosa nei confronti del potere di quanto non lo fosse allora, proprio come lui stesso, profeta spesso schernito e osteggiato, aveva previsto. Eppure il giorno stesso in cui fu ucciso, il movimento gay dichiarò: ”È morto uno di noi” e Angelo Pezzana (del Fuori!), scrisse sull’ ”Espresso” che “Pasolini era stato ammazzato perché era gay, come altre decine e decine di omosessuali assassinati”.

Per questo le comunità LGBTQ vogliono ricordarlo soprattutto come “uno di noi”, dedicandogli le parole di Massimo Consoli che in una commemorazione di qualche anno addietro disse: ”Ci piace ricordare che questo nostro impegno non è passato inosservato e non sono stati pochi quelli che si sono accorti che il ricordo costante di Pier Paolo Pasolini, nell’anniversario della sua morte, è qualcosa che appartiene di diritto alla nostra comunità, prima ancora che a chiunque altro”.

La morte non è nel non poter comunicare ma nel non poter più essere compresi” (da “Scritti Corsari”)

Elisabetta per Agatergon

Badhole – Intervista

Badhole sul set2In un caldo pomeriggio di Agosto, tra un bagno di sudore e il tentativo di fare delle ricerche, mi imbatto per caso in un corto sul precariato introdotto da una canzone le cui parole più o meno recitano: “Sarò flessibile con te, mi piegherò a ogni tua voglia, ogni capriccio tuo sarà, sarà una bibbia sarà un dogma…”.

Il corto, che ha per protagoniste delle donne, mi piace molto e cerco di capire da chi sia stato realizzato, ed è così che ho avuto la fortuna e l’onore di conoscere le BADhOLE, gruppo di donne che nel 2001 ha dato via a Torino ad un progetto poiché avevano un estremo bisogno di dar sfogo alla propria creatività, ma essendo pessime con il decoupage, sono diventate filmmaker part-time.

Come tutte le donne, hanno un sacco di cose da dire e pensano che quello del ‘cinema‘ sia il modo migliore in cui le possano dire divertendosi. Producono cortometraggi caustici e ironici (o almeno tentano di farlo) sui temi che loro stanno a cuore cercando di “buttar fuori” usando le immagini tutto quello che le fa arrabbiare, facendo loro lo slogan: una risata li seppellirà.

Badhole sul setSilviavideo, Milena, Giusti, Lara, Paola, , Carola, Silvia, Alessia, Alex, Sté Coty: simpatiche e molto ironiche ci hanno rilasciato un’intervista che abbiamo il piacere di pubblicare:

– Innanzitutto per le nostre numerose lettrici e lettori: chi siete e da dove viene il nome Badhole con la “h” rigorosamente minuscola?

Siamo un gruppo di ragazze… ehm ex ragazze, quasi donne via, insomma siamo un gruppo e questa è la cosa importante. Tutte torinesi come si può essere torinesi e cioè: metà calabresi, metà venete, metà pugliesi.. ecc. Il nome deriva dal termine piemontese “badòla” che è un po’ come dire pirlotto, scemo, un po’ tonto e noi per internazionalizzarlo ci abbiamo aggiunto un’h in mezzo che è minuscola e muta ma ci da quel non so ché di esotico e, diciamolo, anche di erotico che con sta scusa del “buco cattivo” il nostro sito è cliccatissimo!

– Cosa fate nella vita?

Purtroppo i nostri cortometraggi non pagano bollette e mutui per cui ci tocca lavorare. Facciamo i lavori più diversi e tutti rigorosamente non attinenti al cinema. C’è chi lavora all’Università, chi si occupa di ufficio stampa, chi fa l’assistente sociale, chi lavora nella musica e chi sopravvive in una cooperativa sociale.

– Cosa vi ha spinte a diventare film-maker?

La risposta vera sarebbe perché siamo pessime con il decoupage, ma per tirarcela un po’ di solito diciamo che lo facciamo per raccontare le cose che viviamo, che vediamo e che, a volte, ci fanno incazzare.

– Quando vi siete incontrate per la prima volta? Quando avete iniziato? Qual è stato il vostro primo lavoro?

Il progetto BADhOLE nasce dalle menti perverse di Milena e Silvia nel 2001 che come prima avventura decidono di seguire una squadra di calcio femminile, la squadra se ne accorge e per evitare che ci riempia di botte decidiamo di realizzare un documentario su di loro “B movie: ragazze in B”.

Il lavoro ha un discreto successo in  vari festival  (tra cui il Torino Film Festival) e questo ci sprona a continuare e a coinvolgere nel progetto anche altre persone fino a creare una vera e propria troupe che nel 2005 partecipa ad una gara di cortometraggi da realizzarsi in 50 ore e con “Sarò flessibile con te” vince il primo premio e convince tutte definitivamente che forse con il cinema ce la caviamo un po’ meglio che con il decoupage.

– E’ complicato o costoso realizzare un video? Richiede molto tempo?

Si, si, si.

Si, è complicato perché è l’insieme del lavoro di tante persone, di tante teste e di tante esigenze.

Si, è costoso se vuoi fare un lavoro di qualità, noi proviamo a fare un po’ di commercio equo e tentiamo di unire la qualità del prodotto finale ad un costo contenuto, i nostri corti vanno da 80 euro a 3.000/3.500 euro, ma (quasi) tutti quelli che lavorano con noi lo fanno gratuitamente e si accontentano di una birra e un panino con la mortadella.

Si, richiede molto tempo perché realizzare un corto non è solo il set, c’è tutto un lavoro di pre  produzione e di post produzione, senza contare che poi il lavoro va fatto vedere il più possibile e quindi cercare i festival a cui mandarlo, contattare associazioni interessate alla visione, curare un po’ di promozione sia sul territorio nazionale che internazionale.

– Cosa avete in mente quando fate un nuovo video?

Ce lo chiediamo anche noi!

A parte gli scherzi, di solito l’idea per un corto ci viene dalla realtà di tutti i giorni, dalle nostre vite, dalle persone che incontriamo al lavoro, sull’autobus, al bar. Spesso partiamo da qualche cosa che ci fa arrabbiare perché pensiamo che riderci su sia la lotta migliore che si possa fare, o comunque quella a noi più congeniale perché come dice un vecchio slogan che abbiamo fatto nostro “Una risata li seppellirà”.

– Avete realizzato video sugli incidenti sul lavoro, sull’omosessualità, sul precariato: c’é un tema che vi sta più a cuore di altri, che trattate più spesso?

In generale i diritti: il diritto di vivere  come ci pare, il diritto d’amare chi e come vogliamo, il diritto di lavorare.

– Chi scrive i dialoghi? Chi fa le riprese e chi il montaggio?

Dipende dal corto, siamo comunque una squadra e ci confrontiamo su tutto quello che scriviamo e/o giriamo.

Un ristretto gruppo si occupa di quasi tutto e costituisce l’ossatura del progetto BADhOLE, poi al momento della realizzazione vengono coinvolte altre persone, spesso persone nuove perché il nostro progetto è un progetto aperto non un circolo esclusivo e siamo curiose e sempre pronte al contributo degli altri.

– Quanto è difficile in Italia girare film o corti e farsi conoscere?

L’Italia, in tutti i campi, è il paese del “sono figlio di tizio” e “mi manda caio”, noi non conoscendo né tizio né caio abbiamo le nostre difficoltà ma il nostro è un cinema di divertimento domenicale, siamo filmakeresse della domenica, come ci piace definirci, per cui va bene così e continuiamo a fare altri lavori per sopravvivere.

– A quale dei vostri lavori siete più legate? Perché?

Questa è una domanda assai difficile perché da ognuno dei nostri corti abbiamo imparato delle cose e non necessariamente di cinema.

“Sarò flessibile con te” è quello da cui è nato tutto e che ci ha dato l’entusiasmo per continuare; “E’ femmina, no?” è quello che ci ha permesso di misurarci per la prima volta con un set quasi-vero; “Adele e le altre” ci ha fatto incontrare tre donne meravigliose.

– Guerra e PACS : secondo noi è un capolavoro. Com’è nata l’idea di questo corto?

Guerra e Pacs è nato perché non finisce mai di stupirci e di farci arrabbiare l’uso distorto delle parole. Quando i politici parlano di guerra usano espressioni come “missione di pace”, “missili intelligenti”, “portare la democrazia”. Quando la Chiesa parla di coppie di fatto e, in definitiva, di legami d’amore usa espressioni di guerra: “la famiglia sotto assedio”, “attacco alla famiglia”, “la difesa dei valori tradizionali”. Abbiamo provato a rappresentare questo mondo all’incontrario e per la prima volta, invece che da piangere, ci è venuto da ridere.

– Avete partecipato a concorsi? Che premi avete vinto?

I festival, e quindi i concorsi, sono uno dei pochi modi per far conoscere e vedere il proprio lavoro quindi ogni nostro cortometraggio ha girato molti festival sia nazionali che internazionali.

Qualche riconoscimento lo abbiamo pure acchiappato (quelli in denaro ci permettono di realizzare lavori nuovi).

Adele e le altre ha vinto il premio come migliori attrici a Pia Strozzi, Luciana Fornero e Michelina Marietta Aleina a Piemontemovie 2009; si è classificato secondo al Valsusa Film Fest 2009 e al Riace in festival 2009. Gli eroi di Casamiya è stato giudicato miglior corto fiction sul tema: Lavoro sicuro a ilCORTO.it Festa Internazionale di Roma 2008 e vincitore del Brianza Film Corto 2008 nella sezione “lavoro e sicurezza”. E’ femmina, no? é stato video finalista alla seconda edizione de la 25a Ora – Il Cinema Espanso su La7; ha vinto il premio del pubblico a Corti d’Autore 2006 a Marina di Carrara; il terzo premio della giuria al BRAVOmaBASTA film festival 2006 di Milano; il premio del pubblico all’Orbassano Film festival 2006; è stato il corto più votato dal pubblico al Frontiere Film festival 2006 di Luzzara e a lo Stivale Visionario 2007 – serata Socialclub di Ancona; ha vinto il premio come miglior attrice (Silvia Montagnini) e la menzione speciale alla regia a Spazio Anteprima Nord-Ovest 2007 di Torino. Guerra e Pacs ha vinto il premio del pubblico alla XI edizione de l’Invasione degli Ultracorti nella serata del 20.04.07 a Roma; è stato corto finalista a Vitamine Storie [In]Compresse 2007 di Bologna. Tutto su mia sorella ha vinto il Florence Queer festival nel 2005; Sarò flessibile con te primo classificato al 50 Ore Film Torino 2005 e fra i vincitori del concorso “Cortometraggi per il centenario della CGIL” ospitato dal Festival Cinema &/è Lavoro 2006 di Terni. B-movie, ragazze in B fra i vincitori di Anteprima Spazio Torino 2002; finalista al Torino Film festival 2002 nella sezione Spazio Torino; vincitore del Luzzara Short Film festival 2003 nella sezione documentari.

– Di che cosa parla il vostro ultimo lavoro? Quando uscirà?

Parla di una cosa fuori moda come l’amore e fuorilegge come l’amore tra due persone dello stesso sesso.

Parla di quanto si è ridicoli e bellissimi e tristi e felici quando si è innamorati.

Sarà pronto speriamo a gennaio del 2010 e si intitolerà “La capretta di Chagall”

– Avete per caso bisogno di comparse o aiuto-registe? A parte lo scherzo, non sarebbe bella una collaborazione Badhole/Rete?

Non sarebbe male affatto, le BADhOLE in Rete sarebbero molto sexy! 😉

Video Guerra e PACS

Siamo incostituzionali!

DSCN0935Eh sì, considerare un’aggravante aver agito contro una persona a motivo del proprio orientamento sessuale (omosessuale) è incostituzionale a detta dei nostri parlamentari, non altrettanto ligi alla Costituzione  quando si tratta di attribuire gli stessi diritti, come il matrimonio a lesbiche, gay e trans* sulla base dell’ art 3 Cost. che sancisce l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, e che così recita: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale [cfr. XIV] e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso [cfr. artt. 29 c. 2, 37 c. 1, 48 c. 1, 51 c. 1], di razza, di lingua [cfr. art. 6], di religione [cfr. artt. 8, 19], di opinioni politiche [cfr. art. 22], di condizioni personali e sociali. E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

Già questo dovrebbe bastare a garanzia del rispetto dei diritti di ogni persona, sia etero, gay, lesbica o trans*.

Ma se c’è chi va avanti cercando di fornire quante più garanzie di riconoscimento, rispetto e diritto,  in Italia si torna indietro!

Noi torniamo all’ Ottocento, a quando alle lesbiche si misurava la lunghezza della clitoride per dimostrare che vi era una correlazione tra devianza morale e devianza dalla normalità fisiologica, perché la norma si sa, è l’ eterosessualità  ed una donna per esempio non può che essere eterosessuale fino a prova contraria!

Torniamo a quando l’omosessualità era catalogata tra le perversioni come la zoofilia e la necrofilia; dall’associazione omosessualità-pedofilia non ci siamo mai sganciati nel bel paese.

Per i nostri parlamentari UDC, che guadagnano in media 12.434 euro al mese con orientamento sessuale s’intende non solo l’orientamento omosessuale, eterosessuale o bisex, come pensano i comuni mortali, ma anche pedofilia (ma la pedofilia eterosessuale o omosessuale? E i padri che abusano delle figlie che orientamento sessuale hanno: pedofilo oppure incestuoso oppure eterosessuale? E i sacerdoti ? E lo stupro, che ha in comune con la pedofilia almeno il difetto di consenso, che orientamento è?), la zoofilia, la necrofilia.

Vorremmo ricordare ai nostri parlamentari che la pedofilia è un reato, associarla all’omosessualità è stata una deprecabile svista o forse dobbiamo pensare che si stia ponendo in atto il tentativo di far passare da criminali lesbiche e gay?

De* trans* si taccia sempre, in fondo siamo solo il primo paese per omicidi di transessuali.

Facciamo allora un po’ di chiarezza:

l’ omosessualità è l’orientamento sessuale caratterizzato da un’attrazione sessuale e/o affettiva per individui del proprio genere sessuale e può presentarsi sia in esclusiva come orientamento omosessuale, che parziale orientamento bisessuale; la crisi della propria identità di genere invece viene definita  transessualismo.

Per pedofilia s’intende l’attrazione sessuale verso bambini in età pubere o pre-pubere. La psichiatria (secondo il criterio DSM IV-TR) definisce pedofili solo quelle persone, aventi più di 16 anni, per le quali i bambini o le bambine costituiscono l’oggetto sessuale preferenziale, o unico. Occorre inoltre che il sintomo persista in modo continuativo per almeno 6 mesi. Non si considera pedofilia il caso di persone maggiorenni quando la differenza di età rispetto al minore è meno di 5 anni. Non sono da considerare pedofili i soggetti attratti principalmente da persone in fasce di età pari o superiori ai 14 anni.

In poche parole, mentre l’omosessualità è la normale variante dell’orientamento sessuale di due persone dello stesso sesso che decidono insieme di stabilire un rapporto affettivo reciproco, la pedofilia è un disturbo psicologico del desiderio sessuale che spesso porta colui che ne soffre a violare un’innocenza, provocando violenza su minori (che non sono consenzienti o peggio sono ignari di ciò che gli succede). La differenza tra sesso e violenza sessuale, ovvero tra un rapporto paritario tra due persone fisicamente e psicologicamente adulte, in grado di prestare un valido consenso e due persone di cui una nemmeno conosce il sesso, o non è pronta fisicamente e psicologicamente, o comunque non può prestare valido consenso, dovrebbe essere piuttosto chiara a tutti.

Omosessualità e pedofilia non hanno nessuna relazione salvo quelle costruite dalla chiesa cattolica (e dai monoteisti in generale) mediante l’imposizione delle fobie sessuali. Inoltre, è necessario coprire le vergogne, che negli ultimi anni sono venute sempre più a galla, di una Chiesa malata e corrotta. E’ ovvio che la strada più facile da seguire è quella di colpevolizzare gli omosessuali, facendo passare l’idea che riconoscere i diritti agli omosessuali, o più in generale riconoscere l’omosessualità come normale orientamento sessuale, equivalga a riconoscere al pedofilo il diritto di agire liberamente.

Si tornerà forse di nuovo a parlare di contrasessualità?

Insomma lesbiche e gay, dopo trent’anni di lotte per la pari dignità sono tornati in due ore ad essere criminali al pari degli stupratori di bambini o profanatori di cadaveri. De* trans nemmeno la menzione!

Tutto questo per non introdurre un “11 ter” all’articolo 61 cp che considerasse circostanza aggravante comune l’aver agito a motivo dell’orientamento sessuale. Ed un momento della cittadinanza si è trasformato in un momento della clandestinità!

Il motivo del voto contrario dell’onorevole Binetti si riduce a stringate parole che nulla nascondono della sua poca onestà intellettuale:

Per come era formulata la legge, le mie opinioni sull’omosessualità potevano essere individuate come un reato… le mie e quelle di tante altre persone. Il testo era ambiguo, io ho votato per rinviarlo in Commissione e migliorarlo ma la richiesta di rinvio è stata bocciata. C’era un’ambiguità che giustificava le mie riserve”.

All’obiezione che il reato di omofobia possa essere in qualche modo identificato come un reato di opinione, rispondiamo che una cosa è la libertà di parola e di pensiero, altra cosa sono le violenze quotidiane nei confronti di omosessuali e transessuali. In questo caso certamente l’omofobia diventa una forma di pregiudizio che si manifesta con un ampio spettro di azioni, dai discorsi di incitamento all’odio contro chi è diverso, agli inviti alla discriminazione contro i singoli ed è purtroppo ancora ampiamente diffusa.

E mentre si continua a discutere sul perché e sul per come questa legge non potesse passare continuano le violenze nei confronti di chi in Italia NON ESISTE, o se esiste non può essere tutelato come sarebbe giusto, perché in fondo, come ha dichiarato Casini: ‘Il Parlamento per seguire furori ideologici non può legiferare male, leggi confuse che non eliminano le discriminazioni ma anzi le accentuano. Penso a categorie come quella degli anziani o quella dei non autosufficienti. Sarebbero esse sì discriminate se avessimo approvato una legge di questo tipo’.

Infatti tutti i giorni ci sono degli Svastichella che picchiano gli anziani proprio in quanto anziani, (perchè questo significa discriminare) al pari dei vari omofobi che aggrediscono le persone omosessuali e transessuali proprio per il loro orientamento.

E questo perché:

‘La disposizione viola il principio di uguaglianza sancito dall’articolo 3 della Costituzione con riferimento al canone della ragionevolezza in quanto l’inserimento tra le circostanze aggravanti comuni previste dall’articolo 61 del codice penale della circostanza di aver inerenti all’orientamento sessuale ricomprende qualunque orientamento ivi compresi incesto, pedofilia, zoofilia, sadismo, necrofilia, masochismo ecc.’

È noto che si ha violazione dell’art. 3 Cost. quando situazioni simili sono regolamentate in modo differente, non è questo il caso degli anziani truffati per la loro condizione di debolezza di persone sole e degli omosessuli discriminati per le loro scelte sessuali, checché voglia farci credere l’onorevole Casini.

Voglio però che tutt* sappiano che anche se da oggi sono ufficialmente incostituzionale, tuttavia posso andare tranquillamente in giro a dire che mi piace la gattina!

Il vero problema è un altro: noi siamo indignat* non tanto per l’affossamento di una legge che era stata talmente limata da eliminare addirittura l’aggravante transfobica. Noi siamo indignat* per come siamo stat* presi* in giro spudoratamente e senza ritegno alcuno.

Ma se è vero che la delusione è certamente forte essa però è anche figlia di un compromesso ricercato a tutti i costi, proponendoci per esempio come “persone uguali” a tutte le altre. Ma io non mi sento uguale a chi mi paragona ad una zoofila o pedofila che sia! Non mi sento uguale a chi trasforma il proprio sdegno verso chi non è come lui in odio e violenza.

L’amarezza più grande in questo momento è quella di sentire di subire un duplice torto: per le offese pronunciate ieri in Parlamento e nel vedere che continuiamo solo a farci del male come movimento.

Le fiaccolate, i carri, le associazioni, la lotta… dovremmo per una volta riuscire a superare dei paletti che immobilizzano anziché muovere ad azioni vere, che sfiancano e disgregano e ci riducono a porgere il fianco a chi mostra aperture poco verosimili per poi affondarci e lasciarci senza parole quando pensavamo che “in fondo qualcosina, seppur minima, la stavamo ottenendo”!

Noi non ci stiamo! Non vogliamo continuare a dimenarci in un fiume di qualunquismo e conformismo, così mefitico da generare e alimentare solo antagonismi e violenze.

Noi gridiamo all’unità, alla coesione, alla coerenza e alla consapevolezza di non dover avere paura a chiedere ciò che ci spetta in Italia così come previsto nel resto dell’Europa!

Ad urlarlo senza cercare più compromessi, perché come disse  Pasolini: “L’Italia sta marcendo in un benessere che è egoismo, stupidità, incultura, pettegolezzo, moralismo, coazione, conformismo: prestarsi in qualche modo a contribuire a questa marcescenza è, ora, il fascismo”!

Sarah e Rachele per Rete Agatergon

Claudine Nunez, sindaca di un sogno

Claudina Nunez

L’altra sera ho avuto l’onore di conoscere una donna unica nel suo genere, Claudine Nunez, pantaloni scuri, camicia viola e taglio corto. Una donna il cui coraggio è pari solo alla sua capacità di credere che ognuna di noi può fare cose grandiose in questo mondo.
Definita una combattente per la libertà e la democrazia è stata invitata presso il centro interculturale della donna a Bolzano per rivelarci il suo sogno.
Anche in Italia come in Cile i diritti delle donne sono da conquistare e una volta conquistati, devono essere tutelati.
Con lei il traduttore e muralista Edoardo Carrasco esule in Italia dal 1973.
I muralisti cileni sono una particolarità dei movimenti sociali ed hanno una precisa funzione politica. Sono proprio i murales infatti che divulgano il messaggio politico, le campagne per la sanità, l’istruzione etc.
Sullo schermo alle sue spalle passano le immagini della sua gestione, dei progetti voluti, avviati e realizzati con la partecipazione sentita, vitale e numerosa di tutti, dal più piccolo al più grande. Ad accompagnare le immagini colorate e suggestive delle genti cilene l’ormai leggendario gruppo di cui Carrasco è manager nel nostro paese: gli Intillimani.
Sullo sfondo il Cile: una lunga striscia di terra di 4.300 Km. per 380 nella parte più estesa. La terra delle quattro stagioni che ha dato i natali a Gabriela Mistral e Pablo Neruda, due premi nobel. Terra aspra a vedersi che ti entra dentro e ti lascia il marchio cileno, chi ci è stato lo sa: il famoso orguello cileno che contraddistingue tutti, dal pastore di vigogne andino al broker nella City di Santiago. Certo, dai primitivi Yamanà scoperti da Charles Darwin a metà XIX secolo di tempo ne è passato.
Santiago del Cile, la capitale, quattro milioni e mezzo di persone: multicolore, multietnica e poliedrica, divisa nei noti Bàrrio (http://it.wikipedia.org/wiki/Santiago_del_Cile), tra cui Pedro Aguirre Cerda di cui Claudine Nunez, è sindaca.
Claudine oggi ha 52 anni, dal processo della dittatura ne aveva soltanto 18. Ha vissuto la tremenda repressione di tutti i leader che si opponevano al regime. Una sua compagna di classe ed un suo vicino di casa risultano a tutt’oggi scomparsi. Desaparecidos li chiamano.
Il commando di frontiera ha realizzato una resistenza contro Pinochet.

La nostra storia ha insegnato a noi bambini che la lotta per i diritti umani e la democrazia vale il rischio della propria vita. Durante il coprifuoco organizzavamo feste di quartiere. Sono stata presidente di tutte le famiglie, ho partecipato alla rete dei lavoratori e dei professionisti. Ho prestato servizio presso l’ONU in una organizzazione che si occupa della protezione al’infanzia, io sono medico.
Da noi la chiamiamo la “pentola comune” e altro non è che un organizzazione dove bambini e genitori possono avere accesso al cibo, una specie di GAS per agevolare le famiglie. Un organizzazione che garantisce un bicchiere di latte ad ogni bambino ogni giorno; un simbolo ma non solo. Tale struttura garantisce alle donne istruzione elementare e possibilità di auto-sostegno per le madri lavoratrici.
Ho partecipato al Comitato di denuncia per solidarizzare con i nostri prigionieri politici.

Da tutto ciò nasce un nuovo mondo sociale e politico dei quartieri popolari che garantiscono la concertazione a tutela di chi non possiede un posto dove vivere.
Abbiamo partecipato al primo governo democratico post-dittatura e lottato affinché alle donne single fosse garantito il punteggio minimo per ottenere condizioni sociali dignitose.
Ho operato presso la commissione per la miglioria della viabilità stradale in accordo con il collegio degli architetti per garantire la metratura minima vitale che sotto il regime era prevista di 35 mq per una famiglia di 4 persone.
Durante il processo democratico sono stata eletta per tre volte consigliere comunale nel mio comune e di seguito sindaca grazie ad una alleanza tra sinistra e concertazione democratica sconfiggendo la destra.
Io sono comunista ma il mio programma raduna tutte le forze democratiche il cui preciso obiettivo è quello abbattere il sistema elettorale bi-nominale che ora sovrasta il mio 12% escludendo di fatto la presenza di deputati e senatori della nostra fazione.
Ho ottenuto 16.000 voti alle ultime elezioni e nonostante ciò non sono stata eletta.
Le donne, che rappresentano il 43% della popolazione cilena, non hanno tutte diritto alle cure sanitarie. Sono venuta qui non per chiedere denaro, ma strumenti per la diagnostica nel nuovo consultorio privo di adeguata e moderna tecnologia. Vorremmo attrezzare il centro ginecologico con un nuovo doppler che permetta una diagnosi tempestiva del cancro uterino.
Le sfide dovremmo affrontarle noi adulti, ma io son o preoccupata per i nostri bambini e il loro sempre minore livello di istruzione. Il capitale culturale dei nostri quartieri si è abbassato, perché il sistema educativo municipale riceve fondi limitati da destinare alla scuola pubblica compromettendo la mobilità tra le classi sociali. Il nostro impegno si concentra nella creazione di un istituto dove le arti siano sollecitate. La biblioteca è antiquata e non permette l’acquisizione di competenze informatiche.
Come elaborare metodi e modi di fare politica? Mutuo scambio e collaborazione esterna atti ad implementare cultura e evoluzione sociale, a noi sembrano l’unica soluzione possibile.
Il prossimo dicembre in parlamento si discuterà l’importantissima proposta per fondare l’Istituto per i diritti umani e le forze armate devono concedere i dati riguardanti i desaparecidos.-

La destra afferma di avere cambiato volto, di essere diversa ma è solo un’illusione, molti dei loro rappresentanti in parlamento sono gli stessi esponenti del vecchio regime di Pinochet.

Il quadro narrato da Claudine mi rammenta quello del nostro paese l’indomani della seconda guerra mondiale. Un paese disastrato, martoriato, ma con grande voglia di ricominciare a vivere una “vita” degna di questo nome.

“Un popolo che dimentica la propria storia è destinato a ripeterla”.

Sara\”Intillimani-Alturas-1973\”

Over the Rainbow – Intervista alle protagoniste

4259_176622910532_134569675532_6802736_3802224_nContinuiamo la nostra indagine sul mondo dell’omogenitorialità pubblicando una bellissima intervista fatta a Daniela e Marica, coppia di donne romane protagoniste del documentario “Over tha rainbow“, che oltre a tentare di avere un figlio stanno facendo, a nostro avviso, un lavoro faticoso ed impegnativo ma molto importante per tutto il movimento GLBT, e costituito da viaggi, dialogo, ascolto e confronto.
Tra un sorriso ed un sorso di moscato abbiamo avuto la fortuna di condividere una conversazione molto costruttiva, che ci ha arricchit* sia dal punto di vista della conoscenza della loro storia e di tutto quello che ogni giorno affrontano, ma soprattutto dal punto di vista umano, trasmettendoci una carica positiva che vogliamo loro rigirare augurando che il loro sogno più grande possa presto diventare realtà!

Rete: – Com’è nata l’idea del documentario? Siete state voi a proporvi….

Daniela: – No, non siamo state noi. Una nostra amica che fa la Dj nei locali sa, ci conosce e sa che stavamo tentando in tutti i modi di fare un figlio.  Lei è stata contattata da una persona che la conosce, che è una regista, Simona Cocozza, che aveva avuto l’idea di fare un documentario sull’omogenitorialità femminile. Questa ragazza che si chiama Lusky DJ, per chi sta a Roma è abbastanza conosciuta, le ha fatto il nostro nome, le ha dato il nostro numero di telefono, e così ci siamo incontrate con Simona e con Maria Martinelli, che poi sono le registe di questo documentario e abbiamo cercato di capire che cosa avevano in testa. Quello che avevano in testa ci piaceva, nel senso che era un’idea condivisa: noi volevamo dare una testimonianza, non volevamo fare una roba politica. La nostra storia è simile a molte altre storie, non è uguale ma molto simile e quindi ci siamo accordate su questo, ci abbiam pensato una settimana/10 giorni, ne abbiam parlato tra noi, ci siamo confrontate e loro c’erano molto piaciute, anche per la sensibilità rispetto a questo tema, e ci siamo semplicemente dette: noi siamo in questo movimento ma in realtà non abbiamo molto tempo, personalmente ho fatto tante cose importanti, specie a Roma, però non ci avevo mai messo la faccia, perché sia io che Marica siamo un po’ più da dietro le quinte, e abbiamo detto: però noi non possiamo chiedere di fare un figlio e chiedere dei diritti senza pensare di metterci i nostri corpi, il nostro volto, la nostra faccia, la nostra testimonianza…

Marica: –  Anche perché nessuno ce la metterebbe per te.

E allora noi abbiamo pensato: noi dobbiamo anche dare un esempio a nostro figlio, che verrà e che speriamo venga presto, e quindi abbiamo accettato. Questa è stata la motivazione sociale, morale, etica che ci ha portate a questa scelta, e poi ci siamo dette che ci avrebbe fatto davvero molto piacere avere un documento per nostro figlio che gli raccontasse la sua storia, poiché noi non abbiamo nessun desiderio di raccontargli bugie, ma vogliamo raccontargli la verità perché i rapporti si creano sulla fiducia, e noi che già lo amiamo non potremmo mai mancare a questo patto. E ci siamo dette pensa che bella opportunità che abbiamo di lasciare un documento a nostro figlio che racconti tutto il percorso che hanno fatto le mamme per averlo. E quindi lui potrà capire molto meglio e potrà conoscere la sua storia non soltanto dai nostri occhi, dai nostri racconti, dai diari che stiamo tenendo, ma anche dagli occhi di qualcun altro che ci riprende. Da lì abbiamo scelto che saremmo state noi stesse, dal primo all’ultimo momento: non ci saremmo truccate, non ci saremmo mascherate, saremmo state noi con tutte le nostre caratteristiche, quindi con tutti i nostri pregi e i nostri difetti, e ci saremmo messe in gioco fino alla fine senza aver paura. E così abbiamo approcciato il documentario.

– Ma quando avete deciso di fare il documentario già tutti sapevano di voi o è stato un motivo in più per fare coming-out con chi non sapeva?

Nono, tutti sanno di noi: in famiglia, al lavoro, gli amici. Noi non ci presentiamo come Daniela e Marica lesbiche, ma a domanda rispondiamo.

O se ci chiedono se siamo conviventi, se abbiamo un convivente noi diciamo la verità anche perché questa cosa che da una parte può sembrare penalizzante per chi ti discrimina, dall’altra ti può dare la possibilità di scegliere, perché se tu hai davanti una persona che ti discrimina non è detto che tu da omosessuale hai voglia di frequentarla questa persona, anzi molto probabilmente non hai gran voglia di frequentarla, perché quello comporta un lavoro, anche molto faticoso, e di confronto. E quindi puoi anche tu scegliere di non frequentare quell’individuo, di non accettare quel lavoro, perché sono tutti compromessi che poi paghi sulla tua salute, sulla tua vita. E poiché noi pensiamo che star bene, fisicamente bene, stare in equilibrio, ci dia la possibilità di mettere in gioco le nostre energie, e di farle confluire nelle energie generali, quelle di tutti, perché più noi siamo solide, equilibrate, e più noi abbiamo la possibilità di confrontarci con gli altri e quindi di crescere. E’ una scelta di consapevolezza, di etica, di senso della cosa comune, e di stare bene. E poi pensiamo di poter contribuire con la nostra unicità, con la nostra diversità, di portarla come un’opportunità di cambiamento, quindi l’omosessualità non vista come una cosa peggiore o migliore di un’altra ma come una roba diversa, e quindi la diversità come concetto di valore, come ricchezza. Questo piccolo modo che ci siamo date di esistere ci consente di essere sempre più forti ma anche di avere una ricchezza da confrontare con gli altri. Perché se ti metti in gioco gli altri si mettono in gioco, e ti danno tantissimo.

– Il desiderio di maternità voi lo considerate come un vostro istinto o pensate che potreste portare insieme un altro progetto di vita “sostitutivo”? (come potrebbe esserlo anche un’ altra attività)

Noi facciamo tante cose insieme, e se non dovessimo avere un figlio, cosa che noi non ci auguriamo perché è un desiderio del nostro corpo, della nostra mente, del nostro amore insieme, del nostro progetto di vita insieme, non è che la nostra vita, la nostra coppia si sfascia e domani ognuna va per la sua strada perché non siamo riuscite ad avere un figlio e cerchiamo di avere un figlio da un’altra situazione. Noi condividiamo un amore profondo, ci siamo innamorate, ci amiamo, dopo 5 anni ci sembra che sian passati 5 giorni, e ci meravigliamo noi stesse del fatto che sono 5 anni che stiamo insieme e questa cosa, il nostro amore, cresce. Cresce perché è alimentata, curata, innaffiata, messa sotto il sole e non nascosta, cresce bene, cresce forte, cresce rigogliosa. Potrebbe finire, però un figlio è un arricchimento di un percorso, ma se non c’è un figlio perché noi per un qualche motivo non potremo avere un figlio noi continueremo a stare insieme e continueremo, come già facciamo, a fare altre cose insieme. Cioè il figlio non è l’unica nostra prospettiva, ma è… è abbastanza banale: siamo una coppia che si ama e che desidera avere un figlio, così come un uomo e una donna che si amano e che desiderano avere un figlio e tecnicamente per loro è più semplice. Però se questo progetto di avere un figlio non dovesse andare bene, perché non riusciamo a coronare questo sogno noi nel frattempo stiamo facendo tantissime altre cose, che ci fanno crescere e ci rinforzano.

– La domanda è questa: per la maggior parte delle donne ad una certa età è normale desiderare di avere un figlio. Ma quanto è veramente un desiderio, e quanto qualcosa di indotto dall’esterno, magari da sovrastrutture culturali?

Ma il nostro è un desiderio, ce l’avevo io prima di conoscere Marica, da single ci ho provato, perché sentivo proprio che il mio corpo, la mia anima e la mia testa lo desideravano profondamente, e poi non è stato possibile, e quindi io avevo chiuso questa cosa. Avrei continuato a fare altre cose, con la stessa passione e con lo stesso amore, con dentro il cuore un piccolo dolore. Quando ho conosciuto Marica non ho subito pensato: ah che bella donna, intelligente, simpatica, è la donna perfetta per fare un figlio! Pensavo che la nostra storia non sarebbe durata molto, sia per la differenza d’età, sia perché era stata lei a scegliermi, e anche se c’era una grande attrazione fisica non pensavo sarebbe durata molto. Poi dall’attrazione si è passate alla stima, al confronto, ad un confronto profondo, all’amore, e questo desiderio di avere un figlio è cresciuto con noi, è nato perchè abbiamo detto “Ma come stiamo bene insieme, ma quanto sarebbe bello confrontarci con una persona diversa da noi che però è il frutto del nostro amore, crescere insieme a lui o a lei, e vedere la vita con i suoi occhi ma anche contribuire al confronto continuo. E’ nato così, è nato nella maniera più spontanea, non è costruita, non è indotta, è nata per un sentire personale, mio e suo, che avevamo sicuramente, ma è nata principalmente da un desiderio. E se ci fosse stata la possibilità di adottare un bambino non ci saremmo sottoposte a questa ingiusta e crudele trafila di fecondazioni. L’avremmo adottato e sarebbe stato nostro figlio da subito. Perché non è soltanto il senso della maternità che ti spinge ad avere un figlio, ma anche quello che tu costruisci o potresti costruire con lui, ma non perché ha il tuo DNA ma perché lo costruisci giorno dopo giorno. Perché contribuisci alla sua crescita in termini affettivi, di continuità affettiva, in termini economici, e contribuisci a costruire una relazione e lui contribuisce a crescere insieme, ad un vero scambio profondo.

L’adozione non è possibile e facciamo tutto quello che dobbiamo fare. L’unica cosa che non faremo mai è comprare un bambino, per non alimentare un mercato nero, per non alimentare mercati non regolamentari e non regolamentati.

– Qual è stata la reazione di famiglie e amici rispetto alla vostra idea di avere un figlio?

Inizialmente erano preoccupati, dicevano che questo figlio sarebbe cresciuto disturbato a causa dell’assenza di una figura paterna. Poi, dando loro degli strumenti, facendo per esempio leggere il libro di Chiara Lalli, piuttosto che studi, statistiche, dati, avendoli portati alle riunioni di famiglie arcobaleno, facendogli conoscere le realtà, i bambini che già ci sono, le loro paure si sono smussate e quindi oggi come oggi non dico che fanno i fuochi d’artificio però…

No, sono preoccupati per noi, hanno paura delle ripercussioni, hanno paura che possiamo avere qualche problema, che qualcuno ci possa malmenare, che qualcuno ci possa discriminare… I problemi ci sono, noi non stiamo negando l’assenza di problema, il problema c’è ed è chiaro, tutto sta a decidere se affrontarlo oppure no. Noi abbiamo deciso di affrontarlo, speriamo di essere anche un po’ fortunate perché quello serve nella vita, e possiamo dire che fino ad adesso abbiamo trovato più belle persone che pazzi. E’ chiaro che la nostra esposizione preoccupa le nostre famiglie, che hanno capito che facciamo tutto questo anche per gli altri, per un senso collettivo della vita. E in fondo, anche se sono preoccupati per noi, in fondo in fondo, ci stimano e ci sostengono per quello che stiamo facendo! Non ce lo diranno mai, però lo capiamo da tutta una serie di cose. Loro come padri e come madri tendono a proteggerci, essendo convinti che nell’anonimato possono proteggerci di più, senza capire che quello è il momento in cui noi finiamo in un buco nero e non ci proteggono in quel modo lì, ma ci proteggono se ne parlano, con i loro amici, con i loro colleghi di lavoro, e che il cambiamento parte anche da loro. Noi glielo spieghiamo di tanto in tanto quando hanno qualche defaiance e andiamo avanti.

– E in termini di spesa la scelta che avete fatto voi quanto incide?

Dipende dai tentativi.

Dipende dai tentativi. Diciamo che chi è più fortunata di noi e fa 2-3 tentativi e rimane incinta è una roba accettabile, se questa cosa continua a lungo è un po’ faticosa economicamente. Noi viviamo un grosso privilegio nel fare parecchi tentativi che è il fatto che abbiamo un lavoro, che risparmiamo tutti i nostri soldi per fare questa cosa, non andiamo in vacanza o se lo facciamo ci appoggiamo a nostri amici che gentilmente ci ospitano. Tutte le nostre risorse economiche finiscono lì perché per noi questa è una priorità. Certo i soldi non sono infiniti…

E’ chiaro che fai delle scelte in virtù di quello che desideri. Per noi è importante avere un figlio, sappiamo che il percorso è quello e rinunciamo a tutto il resto.

– E quindi chi ha un lavoretto, o è colpito dalla crisi…..?

Guarda io ti racconto una storia, per farti capire quanto poi veramente conti anche la fortuna, conta l’imprevedibilità. Allora, a Napoli ci sono due ragazze che lavorano in un call center, gli stipendi del call-center sono miseri. Loro fanno il loro primo grosso investimento insieme e vanno a vivere insieme, prendono una casetta, vanno a vivere insieme, sono molto innamorate, e poi decidono di avere un figlio, quindi loro per fare un’inseminazione risparmiano tutto l’anno per poter partire a fare un’inseminazione. Questo tentativo però non va bene, con grande delusione, tutti i loro risparmi finiti, il loro sogno s’infrange, e un altro anno davanti per rimettersi economicamente in sesto e rifare la stessa cosa. Secondo anno stessa, cosa, ripartono e di nuovo non riesce. Il terzo anno riniziano di nuovo a fare la stessa cosa, perchè sono molto motivate, hanno un desiderio profondo e quindi rimettono i soldi da parte. Ad un certo punto hanno un imprevisto, una spesa imprevista e quindi sono costrette a spendere una parte dei soldi che avevano messo da parte per aggiustare questa situazione imprevista. In tutti questi 3 anni però loro all’interno del call-center conoscono persone, raccontano del loro amore, del loro desiderio, dei loro viaggi. Loro sarebbero dovute partire per natale: stavano quindi per partire ma non hanno i soldi. Si confidano con una collega, disperate perché non potevano più partire, avrebbero dovuto aspettare un altro anno. In questo call-center, queste 600 o 800, non ricordo bene, persone che vi lavoravano si sono tutte tassate per 2, 3, 5 euro non di più, e hanno così consentito di rintegrare quei soldi e di partire. Hanno loro fatto un regalo di Natale, tutti: dal capo, ai dirigenti, ai colleghi consentendo loro di provare a coronare il loro sogno. Loro non si sono offese, hanno accolto questo regalo e sono partite; al ritorno, dopo 20 giorni, hanno scoperto di essere incinte: e quando questo bambino è nato è stata la gioia di tutto questo grande call-center. Allora questa è una storia che non è una fiaba, questa è vita vissuta, è la storia di un bambino che è nato da due donne, cha hanno saputo raccontare la loro storia e le loro traversie ai loro colleghi, che molto probabilmente le hanno apprezzate per il loro impegno sul lavoro, per la loro gioia, per il loro sogno. Da questo viaggio dell’Amore è nato un bambino!

Questo per dire che i soldi sono importanti, però con parecchi sacrifici e con la capacità di trasferire questo sogno d’amore, gli altri ti aiutano. Questa è una storia di grossa civiltà, questo Paese è pronto per una legge contro l’omofobia, per una legge che riconosce la continuità affettiva del genitore non biologico, che riconosce il testamento biologico… l’unica realtà che non è pronta a fare questo è la politica che ha un interesse personale o partitocratico rispetto all’interesse collettivo. Questo è un Paese generoso, è un paese fatto di persone speciali, che non finiscono sui giornali, di cui non si sa niente, ma esistono, tanto al Sud quanto al Nord. Ma sta agli individui la capacità di condividere le proprie emozioni e se stessi, mettersi in gioco.

– Cosa ne pensate delle dichiarazioni di Giuseppina La Delfa, all’indomani del Pride?

Era un modo per dire “ se non volete fare niente per gli omosessuali almeno occupatevi del minore in virtù del fatto che il genitore non biologico in caso venga a mancare quello biologico viene separato dal bambino”.

Questa è una cosa grave, ma è in caso di morte. Però potrebbe capitare anche una separazione dalla compagna, ma nulla potrebbe separarmi da mio figlio e nulla osta dal fatto che io sia stata un buon genitore e voglio continuare ad esserlo! Io mi sono presa un impegno nei confronti di questo bambino, che non è solo un impegno ma anche un diritto. Il senso della frase era quindi: ok, da omosessuali non ci date niente, non si capisce perché ma non ci date niente. Allora non partiamo da noi, partiamo da un minore e vediamo come riuscite ad organizzarci delle leggi, perché noi vogliamo vivere sereni e felici. Perché se noi siamo sereni e felici i nostri figli crescono ancora più sereni e felici.

Il genitore omosessuale non biologico ci ha il doppio svantaggio perché intanto è omosessuale, e quindi cittadino di serie B, ed in più la legge non lo riconosce come genitore.

– Quindi se viene a mancare la madre biologica?

La madre non biologica non ha alcun diritto, e il figlio viene affidato o ai parenti più prossimi o va in affidamento. La cosa che più vorrei avere sono dei doveri nei confronti di mio figlio…

– Pertanto se il vostro status di famiglia fosse legalmente riconosciuto sarebbe diverso…??

Ovviamente!

– Conoscete Chiara Lalli e il suo libro “Buoni genitori”?

Come no! Chiara è un’amica e sta facendo un lavoro grandioso e si impegna non solo per gli omosessuali ma per tutte le minoranze!

– Nel documentario Daniela dichiara che l’accettazione della sua omosessualità è facilitata dalla sua posizione sociale. Pensi che l’affermazione individuale influenzi le opinioni degli altri e faciliti la disponibilità ad accettare situazioni che, in contesti diversi, sarebbero rifiutate? E questo, secondo te, non costituisce una deminutio per gli omosessuali e le lesbiche in generale?

Assolutamente! Si tende a pensare che un gay dev’essere un migliore: un gay non dev’essere né migliore né peggiore di un eterosessuale, dev’essere sé stesso.  E’ chiaro che in una società che premia il successo professionale, la disponibilità economica, le gerarchie di potere, se tu hai la fortuna e la capacità di farne parte è chiaro che è più facile perché ti puoi imporre. Io sono talmente consapevole di questa cosa che la utilizzo per me e per far passare il concetto di omosessualità ma il lavoro che faccio non lo faccio su quelle persone ma per tutti quello che non sono come me, che non hanno la mia stessa fortuna e sono persone normalissime. Io ho avuto la fortuna di fare un mestiere che mi fa entrare in certe stanze e premere certi bottoni, e io questa cosa la voglio sfruttare ma non a vantaggio mio, ma della comunità, di tutti noi!

Sì, ma è anche vero, come nel mio caso, io sono un’impiegata per esempio. Io sono andata a fare un colloquio ad aprile e durante questo colloquio mi è stato chiesto se avevo un compagno, se convivevo o se ero sposata. Io in fase di colloquio ho dichiarato di essere omosessuale, quindi la discriminazione poteva avvenire già lì, e gliel’ho detto proprio tranquillamente, ho detto visto che siamo in fase di colloquio e ci stiamo conoscendo per me questa è una scelta. Quindi anche se mi prendete ma mi discriminate per il mio orientamento io posso anche scegliere di non venire a lavorare con voi. Stessa cosa per loro, anche loro potevano scegliere, sapendo benissimo come stanno le cose: è una questione di franchezza e di trasparenza. A me m’hanno assunto. Quindi è vero il discorso di Daniela, che a certi livelli e nella sua posizione è più facile però è anche vero che devi portare le persone a certi ragionamenti.

Quindi fa tanto la posizione ma la posizione è uno strumento; fa tanto il fatto che tu sei una persona in equilibrio, consapevole di quello che sei, perché una cosa che è sempre premiata, anche se non te lo diranno, è la correttezza, la trasparenza.  Tu ti stai “vendendo” per quello che sei, gli altri possono scegliere come puoi scegliere anche tu: io non andrei mai a lavorare in un ambiente omofobico, piuttosto faccio un altro mestiere! Questa è una forza non è una debolezza, e poi è un modo per dare fiducia agli altri, così come noi la vogliamo dobbiamo darla. Se noi ci chiudiamo saranno due mondi che non si parlano. E se noi facciamo questo gli altri saranno molto migliori. Però devi avere coraggio, perché se magari poi ti discriminano, tu capirai che non potevi stare in quell’ambiente, e quindi è comunque un vantaggio!

– Però è pure vero che ci sono ambienti dove è difficile lavorare ed essere dichiarati, come in un tribunale per esempio…

Non è vero, non è vero!

Non è una questione d’ambiente, è una questione di rapporti personali. La visibilità si fa quando si è in confidenza, mica al giudice quando sei in udienza. E’ meglio mentire, è meglio fare finta di essere quello che non si è? E’ meglio vivere di frustrazioni che possono solo amareggiarci e abbrutirci?

No, io non voglio essere una persona così! Preferisco prendere qualche fregatura in più, ma essere una persona che porta energia, che porta un contributo, che porta gioia! Non voglio portare la parte peggiore di me, non voglio che gli altri mi facciano diventare peggiore.

Ma poi anche negli ambienti più difficili se non sei tu ad attivare il cambiamento non lo farà mai nessuno per te, sei tu che devi combattere per te stesso, sei tu che ci devi mettere la faccia.

E non significa fare una lotta aggressiva o una lotta di posizione.

No devi semplicemente portare la tua testimonianza. Io penso questo: se una persona ti fa una domanda vuol dire che si può aspettare qualsiasi risposta. Quando mia madre mi ha chiesto ma tu sei omosessuale? Vuol dire che lei già aveva un dubbio e dunque poteva aspettarsi una risposta affermativa! Era quindi perfettamente pronta ad aspettarsi la mia risposta, che ha avuto… E il concetto è lo stesso per colleghi, amici o che, perché probabilmente vogliono condividere con te, e allora è meglio creare un rapporto lineare e sincero da subito piuttosto che crearsi tutta una serie di impalcature.

– Secondo voi non è più semplice una cosa del genere in una città grande come Roma?

No, questo è un altro pregiudizio! Come quello sui cinesi di cui si dice che non gli fanno funerali e chissà che fine je fanno fa! Sono pregiudizi, e lo abbiamo visto: si vive benissimo in città del sud e del nord: cioè vivi bene se sei consapevole di te, è un lavoro che va fatto su se stessi,  non va fatto sugli altri, gli altri cambiano di conseguenza se cambi tu. Se tu come individuo sei sereno e i pregiudizi non ti toccano perché hai elaborato delle cose dentro di te, tu non risponderai mai in maniera non assertiva, e l’altro non entrerà in conflitto, non ne avrà motivo. Può non pensarla come te, e ci può anche stare, ma piano piano potrai anche trovare altri punti di incontro con quell’individuo. Se smettiamo di vedere questo bicchiere solo come mezzo vuoto, le cose cambiano. Non puoi chiedere un cambiamento se non cambi tu!

Come facciamo a chiedere dei diritti se ci nascondiamo?

– Avete paura delle discriminazioni che potrà subire il bambino quando dovrà spiegare che avrà due mamme e non una mamma ed un papà?

Intanto non sarà lui all’inizio a spiegare di avere due mamme, perché sarà talmente piccolo che non sarà in grado di parlare e quindi saremo noi a spiegarlo agli altri. Poi a nostro figlio forniremo tutti gli strumenti adatti alla sua età e al suo percorso di crescita, e staremo a vedere. Però diciamo che abbiamo conosciuto anche un sacco di mamme che hanno figli anche di 8,11, 15 anni (adesso c’è questo boom baby gay come lo chiamano sulla stampa, ed un po’ è vero perché siamo più consapevoli e sappiamo che possiamo fare anche dei figli, siamo più forti nel fare delle scelte e più in grado di metterci in gioco)… e quindi siamo consapevoli che questo figlio potrebbe trovare delle sacche di difficoltà, potrebbe fare più fatica però avrà tutti gli strumenti per poter colloquiare e poi avrà due mamme che lo amano e che lo supportano come ci hanno supportato i nostri genitori. Le sue difficoltà non saranno queste, a noi preoccupa molto di più la droga, la male cultura, il pedofilo, il bullismo, che sono cose che preoccupano tutti i nostri amici eterosessuali con figli.

– Ma non avete paura di sentirvi dire che a scuola gli /le hanno chiesto “che fine ha fatto il papà”?

Ma lui saprà da sempre che ha due mamme, quindi non avrà questo problema, saprà che il papà è un donatore, che lui è nato in un certo modo, che la sua famiglia è quella, che è diversa dalle altre famiglie con cui dovrà confrontarsi, saprà tutto da subito, ci crescerà in quell’ambiente, quindi lui saprà che il papà non ce l’ha: lui è nato grazie ad una donazione di un uomo che forse conosciamo, che forse non conosciamo, che ci ha donato il suo seme. Se lo conosciamo e lo conosceremo avrà l’opportunità forse di conoscerlo anche lui, se non sarà nel frattempo morto e sarà voglioso di farsi conoscere, ma  non è il padre, perché lui il padre non ce l’ha. Lui ci ha due mamme. Poi ci avrà mia madre, la madre di Marica, il papà di Marica, mio fratello, mia cognata, avrà una famiglia normale, quasi da carie ai denti per quanto sarà normale questa famiglia. Non è diversa dalle altre, ci ha soltanto due mamme, e per lui/lei sarà normalissimo, saprà che noi siamo omosessuali, e probabilmente molto prima degli altri bambini saprà cos’è l’omosessualità, nascerà una famiglia diversa, ma né peggiore né migliore delle altre, solo diversa!

– A chi vi dice che la vostra è una scelta egoista cosa rispondete?

Io la ritengo un’offesa ma la ritengo anche un modo paradossale per definire la nostra scelta, perché la consapevolezza con cui noi, ma qualsiasi coppia omosessuale, affronta e decide di avere un figlio è enorme, perché si fa duemila problemi, si pone duemila domande, quando lo facciamo, come lo facciamo, che succederà, chi lo discriminerà, domande che una coppia eterosessuale non si fa nella maggior parte dei casi. E saranno comunque genitori.

– E se uno ti dicesse che sei egoista perché non ti rendi conto del futuro di un pargolo innocente?

Io sono la figlia omosessuale di una famiglia eterosessuale. I miei hanno tenuto molto conto a come io crescessi, ma questo non ha determinato che io sarei poi diventata omosessuale. Le persone che in genere fanno questo tipo di affermazioni sono persone poco documentate, perché ci sono tantissimi libri e studi che dimostrano che i bambini delle famiglie omosessuali crescono né meglio né peggio che nelle famiglie eterosessuali. Certe affermazioni quindi vengono da persone che ignorano determinate cose e mi sembrano piuttosto superficiali. Allora, le inviterei, prima di dare dei giudizi, a documentarsi. Forse si è egoisti a non fare un figlio, perché a fare un figlio stravolgi completamente la tua vita: perché non sei più tu la priorità, ma sarà il piccoletto! Tutto quello che sto facendo per avere un figlio non è egoismo è consapevolezza: chiedere i permessi, spararsi gli ormoni, fare i viaggi, ecc.

– Secondo voi un bambino ha bisogno di una figura maschile di riferimento, e cos’è una figura maschile di riferimento per voi?

La figura maschile e la figura femminile sono importanti. Crescere in una famiglia omosessuale, maschile o femminile, non significa che non avrai poi delle figure nel nostro caso maschili di riferimento. Ce le avrà: io ho un fratello, lei ha un fratello, gli zii, il nonno… Non è che noi gli neghiamo la figura maschile, noi gli stiamo proponendo un modello di famiglia diverso da quello cui siamo abituati.

E poi voglio dire io ho dentro di me delle caratteristiche che per cultura, sono sempre stati considerati maschili. Lui avrà la possibilità di scegliere in base ai caratteri, alle attitudini. Per esempio il papà di Marica è stato un mammo, perché aveva più tempo perché aveva un lavoro a turni e quindi si occupava dei figli più della mamma che invece lavorava con un orario molto più rigido. E vogliamo dire che Marica è lesbica per questo? Ma non è vero per niente.

– Quindi per te cos’è una figura maschile?

Per me è identica ad una figura femminile, è una persona che porta se stesso, contribuisce alla famiglia portando se stesso, le sue caratteristiche. Un genitore mette in gioco se stesso, e non vale solo per un genitore, perché noi ci confronteremo col mondo, e lui/lei potrà conoscere tutti quelli che gli stanno intorno e prenderà dagli altri così come noi abbiamo preso dagli amici dei nostri genitori, dagli zii, dai nonni, e da tutte quelle figure di riferimento che ci siamo scelti nella vita. Anche dagli insegnanti, per esempio, perché il mondo non è chiuso solo nella famiglia.

– Gli omosessuali maschi possono essere buoni genitori come le lesbiche?

Allo stesso modo. Né più e né meno. Ne conosciamo tanti. Non c’è un buono o cattivo. Dobbiamo uscire fuori da questi cassetti alla Dalì che non servono a niente, e che non fanno altro che farci chiudere dentro schemi. Cerchiamo di vedere la vita in un tutto tondo dove le persone si confrontano e fanno vedere quello che sono a prescindere dal loro sesso o orientamento, portano la loro personalità. Smettiamola di vedere questa televisione che ci condiziona con certi modelli. Smettiamola di parlare per stereotipi e cerchiamo di vedere quello che ci fa stare veramente bene, che poi sono cose semplici e banali: l’amore, il confronto, la stima e la condivisione.

– Che ne pensate della maternità surrogata e dell’ utero in affitto?

Ci sono dei paesi dove un utero in affitto è davvero un utero in affitto, cioè viene pagato a prescindere. Poi ci sono dei paesi più evoluti dove i nostri amici omosessuali consapevoli di questo NON VANNO mentre le coppie eterosessuali VANNO perché magari meno abbienti e questo sia chiaro. Intanto utero in affitto non significa che la portatrice, che è quella che porta il bambino e non ha gli ovuli, gli ovuli sono di una donatrice… di solito in tutti i paesi civilizzati dove ci sono delle regole ben precise la portatrice ha: una famiglia sua, dei figli suoi e più di uno, non lo fa per denaro, il rimborso che le viene dato sono le spese mediche, più un piccolo rimborso per il tempo che lei detrae al suo lavoro. Quindi non è che si arricchisce facendo la portatrice, questi sono tutti pregiudizi idioti. La portatrice crea insieme ai genitori omosessuali maschi un rapporto: il bambino saprà chi l’ha portato e molto probabilmente saprà anche chi ha donato gli ovuli, questo è possibile (IN canada, In Inghilterra) nei paesi civilizzati. Dalla scarsa informazione nasce un profondo pregiudizio… e quindi Utero in affitto = poverina, chissà quanti soldi….

– Che Iter avete seguito? Dove siete andate?

In Spagna, e in Danimarca. In Spagna ci hanno deluso perché non hanno riconosciuto un problema alla tiroide di Marica.

E adesso che accederemo alla FIVET (fecondazione in vitro) andremo in Grecia. La Fivet è più sicura ed ha più probabilità della semplice intrauterina!

– Ultima domanda: se vostro figlio ereditasse l’insana passione per il calcio?

(Risate)….Eh, che fai? Se quella è la sua passione? Mi sa che andrei alle sue partite!

Forse finalmente andrebbe a vedere le partite!

Non bloccherei mai la sua passione, se una passione sana! Forse mi appassionerò per la prima volta nella mia vita… o magari lo porterò a conoscere anche altre cose. Vabbè lo porterò alle partite di calcetto… spero proprio di no! Nun ce posso pensà, me sento male!

Vabbè nun te giustificà… (Ancora risate…)