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L’amore è semplice

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“L’Amore è semplice” pubblicato da Edizioni Libreria Croce è il romanzo d’esordio della giovane scrittrice Barbara Rendina e racconta dell’amore che nasce tra il sole e il mare vacanzieri di Sicilia fra due ragazze, del respiro che si ferma, del cuore che accelera i battiti, degli inciampi cui va incontro, di un fiore che sboccia.

L’amore nasce in modo semplice, da un incontro, un’intesa a pelle, e amare è semplice nel romanzo di Rendina, o meglio lo sarebbe, lascia intuire l’autrice, se noi a volte non facessimo di tutto per complicarci la vita, per rendere tutto più difficile.

Ma “L’amore è semplice” non è un Harmony, ma un’educazione sentimentale e tocca temi attuali e a volte drammatici come l’abuso di alcol e droghe tra i giovani per risolvere le piccole difficoltà che paiono insormontabili, delle storie passate che lasciano dentro turbamenti e paure, del coming out temuto forse più del necessario, dell’accettazione di sé, di un percorso di crescita personale e di coppia.

L’autrice non sempre riesce a scrivere con un tono spontaneo lieve, ma alcune frasi sono di rara limpidezza e ben rendono l’immediatezza di un’impressione, dell’amore che dalla minima inflessione della voce ci fa percepire l’universo di emozioni che si agita nel cuore dell’amata.

Si tratta dell’opera di una coraggiosa esordiente, di cui attendiamo con curiosità il prossimo libro, aspettandoci che l’autrice affini ulteriormente le doti di freschezza che ci ha lasciato intuire in questo suo primo romanzo.

INTERVISTA  ALL’ AUTRICE

Ciao Barbara,

alcune domande per presentare il tuo libro e farti conoscere:

Innanzitutto ti va di raccontarci qualcosa di te? Studi? Lavori?

Lavoro, anche se non è semplice (come l’amore …). La precarietà dei nostri tempi mi ha portato spesso a cambiare, e a volte anche inventare il modo per mantenermi, scendere a compromessi ma non troppo, cercare di conciliare le aspirazioni con la realtà dei fatti e delle proposte

Com’è nata l’idea di scrivere un libro? E’ autobiografico?

L’idea nasce dal desiderio di narrare una storia d’amore, come dice il titolo, semplice, a dispetto della credenza consueta per cui l’amore vero debba sempre e per forza essere difficile e tormentato, postulato secondo il quale la quotidianità diventa amore di “serie B”. E, mostrando una storia normale, liberare l’omosessuale dallo stereotipo negativo che lo dipinge spesso come una persona profondamente infelice o, come accade soprattutto nelle serie tv, come una “macchietta”, fino a sfociare nel ridicolo.

Posto che è comunque un romanzo, sarebbe ipocrita dire che nulla c’è di autobiografico: è importante, per me, “metterci la faccia”. È fondamentale che io mi scopra in quanto lesbica, perché è l’unica possibilità che ho perché gli altri capiscano, entrino in contatto con questa realtà e mettano in discussione credenze e pregiudizi, fino magari a mutare il loro punto di vista. Se si inizia a capire che il gay. la lesbica sono il tuo vicino di casa, o il panettiere, la collega con cui scambi due parole tutte le mattine alla macchinetta del caffè, forse qualcosa può cambiare davvero.

Parlaci un po’ delle protagoniste.

Le due protagoniste, Marta e Clara, sono profondamente diverse: l’una inquieta, con un passato di sofferenze segnato anche dall’abuso di alcool , l’altra positiva e solare, che scopre la sua omosessualità con Marta e deve imparare a far propria questa nuova condizione. Le due hanno però qualcosa di importante in comune: il processo di crescita che sono obbligate ad intraprendere per iniziare questa nuova storia, che necessariamente le porta ad abbandonare ciò che è stato prima e a non aver paura della novità. Per Clara tutto questo rappresenta lo stare insieme ad una donna, per Marta allontanarsi dall’ideale del “poeta maledetto” e credere nella possibilità di poter stare bene.

Hai avuto difficoltà per far pubblicare il libro?

In realtà, no, nessuna difficoltà. La ricerca della casa editrice, però, è stata orientata su quelle che avevano una vasta gamma, o una collana, di libri a tematica omosessuale.

Quanto tempo hai impiegato per scrivere il tuo romanzo? Che tipo di scrittura pensi di avere: di getto o programmata?

Ho impiegato circa una anno, forse anche qualcosa in più. Non sono una di quelle che si costringe a scrivere ogni giorno, probabilmente per pigrizia. Ma, quando inizio, sento davvero il piacere, lo stimolo ad andare avanti, le idee continuano girarmi in testa fino a trovare il loro sbocco naturale: il foglio.

La fase di scrittura si divide in due parti: la prima è sicuramente di getto, istintiva; la seconda, imprescindibile, è l’attività di limatura, forse meno creativa, ma necessaria per un risultato che mi soddisfi.

La domanda può sembrarti scema, ma più sono stupide e più mi piacciono: cosa volevi trasmettere scrivendo questo romanzo? Qual è lo scopo o il messaggio intrinseco (se ce n’è uno)?

Sì, uno scopo c’è. Oltre a tutto quanto detto sulla nascita del romanzo poche righe più su (in cui già si spiegava parzialmente il messaggio), ho voluto (o avrei voluto) lasciare un alone di positività e di leggerezza, dopo anni di storie tristi e passionali, nell’accezione negativa del termine. E spero che, leggendolo, qualcuno riesca a cogliere le opportunità che la vita ci offre, senza tutte quelle aspettative negative che noi stessi ci creiamo davanti agli eventi o alle persone. (E io mi sforzo di pensarla così, perché non sono una persona di natura ottimista!)

Nella tua scrittura ti sei ispirata a qualcuno in particolare?

No, anche se una notevole influenza si può involontariamente rimandare a Raymond Carver, che scriveva di semplice quotidianità, e, alla fine della vita, nel suo “Ultimo frammento” si ritrova a scrivere: “E hai ottenuto quello che/volevi da questa vita, nonostante tutto?/Sì/E cos’è che volevi? Potermi dire amato, sentirmi/amato sulla terra”.

E ad Augusten Burroughs, scrittore americano che racconta episodi della sua vita, in infanzia e adolescenza davvero difficile, ma che, sappiamo da alcuni suoi racconti, viene “salvato” dall’amore di un uomo.

Entrambi con un passato difficile, riescono a trovare finalmente la serenità, e a trasmetterla nei loro scritti

Il tuo romanzo sembra una sorta di favola romantica: cosa vorresti dire alle persone che non accettano o vivono con difficoltà la propria omosessualità?

Ricordo i momenti in cui pensavo di essere l’unica e sola, faticavo ad accettarmi e farmi accettare, pensavo di essere in errore. Gradatamente, con l’aiuto anche delle persone a me vicine, ho capito che non ero io l’errore, ho imparato a non considerare più concetti come “tolleranza” o “accettazione”, a non pormi in partenza in una situazione di svantaggio, ma di apertura verso l’esterno. Dichiararmi con semplicità mi ha fatto scoprire che, il più delle volte, gli altri continuavano ad amarmi allo stesso modo, senza differenze, e quando ci sono state persone pronte ad allontanarsi ho capito che avrei potuto fare a meno di loro.

Sono stata fortunata: vivo in una grande città, dove le occasioni di incontro e scambio, non solo tra omosessuali ma in generale, sono notevoli; forse in un paesino ristretto non è così facile. Per questo, non mi sento in grado di dare consigli, posso solo portare la mia esperienza a testimonianza della possibilità di una vita serena. Ma sono anche convinta che, se le istituzioni italiane tutte si muovessero seriamente a favore degli omosessuali e dei loro diritti, sarebbe un riconoscimento ufficiale della nostra esistenza, cosa che potrebbe aiutare concretamente molte persone a vivere il loro orientamento sessuale con maggiore serenità

Un’ultima domanda: l’amore è davvero così semplice?

Io credo di sì, se non confondiamo “semplice” con “facile”: la realtà riserva continuamente piccoli o grandi problemi, situazioni complicate e inaspettate. E le cose belle, in più delle volte, sono anche le più faticose. Ma vale la pena tentare. In nome della semplicità, di un fluire naturale degli avvenimenti che conducono verso una serenità necessaria, verso un equilibrio stabile e fortunato, vale davvero la pena di fare uno sforzo. In fondo, tutti hanno il diritto di sforzarsi di essere felici.

Rachele e Sarah

25 novembre 2009 – Giornata Contro la Violenza Sulle Donne

MANIFESTAZIONE CONTRO VIOLENZA SULLE DONNELa dichiarazione delle Nazioni Unite sull’eliminazione della violenza contro le donne del 1993, all’art.1, così recita: ” Violenza contro le donne significa ogni atto di violenza fondata sul genere che abbia come risultato, o che possa probabilmente avere come risultato, un danno o una sofferenza fisica, sessuale o psicologica per le donne, incluse le minacce di tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, che avvenga nella vita pubblica o privata”.

Dalle ultime ricerche effettuate in materia, la violenza risulta essere la prima causa di morte o di invalidità grave per le donne italiane di età compresa tra i 15 e i 50 anni. I dati sono allarmanti, da vero e proprio bollettino di guerra. Nel giugno di quest’anno la ministra per le Pari Opportunità, Barbara Pollastrini, ha denunciato che in Italia almeno sette donne, ogni giorno, subiscono una forma di violenza, che si tratti di botte, ingiurie o abusi. Le indagini Istat e i dati del Viminale riportano che, nei primi mesi del 2007, 62 di esse sono state assassinate, 141 hanno subito un tentato omicidio, 1805 sono state violentate, 10383 sono state vittime di percosse. Questi solo i casi che sono stati denunciati. Non osiamo pensare alla crescita esponenziale che subirebbero queste cifre se venisse fuori tutto il sommerso, cioè quella parte di donne che non osa parlare, che non vuole o non può, perchè terrorizzata dalle conseguenze che ne potrebbero derivare, perchè vittima di quella cultura maschilista e feroce che impone il silenzio e la vergogna, che nasconde l’aggressività e il disprezzo verso la donna sotto la maschera degli affetti familiari, laddove tutto è permesso e accettato come “naturale” dalla società patriarcale: la Famiglia. Come afferma Daniela Danna, in un’intervista rilasciata a Marilina Russo, le donne stesse sono vittime di un continuo lavaggio del cervello da parte dei loro maltrattatori che “svalutandole continuamente, dicono alla moglie o alla fidanzata che lei non vale niente, che è tutta colpa sua se lui è violento, che lei lo costringe a picchiarla e così via“. Un dato che fa riflettere è che, nei paesi occidentali, gran parte delle donne che subiscono soprusi di questo genere appartengono ad un ceto sociale medio-alto. Sono professioniste, laureate, imprenditrici che, evidentemente, devono pagare un prezzo alla società per la loro conquistata autonomia.

Nel nostro Paese sono state molte le manifestazioni organizzate da gruppi di donne della politica e dei sindacati, ma soprattutto da quelle che hanno il coraggio e la fierezza di dichiararsi lesbiche e femministe e si attivano quotidianamente nelle loro lotte per sconfiggere quella cultura che purtroppo ancora serpeggia, spesso in maniera subdola e nascosta e che porta il nome di patriarcato. Una dimostrazione evidente si è avuta a Milano proprio il giorno 25, nella giornata della lotta Contro la Violenza sulle Donne, quando un gruppo di queste si riunisce per volantinare in Piazzale Cadorna. Con l’occasione vengono attaccati degli striscioni che denunciano il tentato stupro avvenuto all’interno del CIE di Via Corelli, nei confronti di una ragazza che verrà poi rinchiusa nel carcere di San Vittore perchè accusata di essersi ribellata. “Questo” – dice il comunicato – “viene evidentemente interpretato come un affronto da parte delle forze dell’ordine e dunque la Digos intima di rimuovere gli striscioni. All’ovvio rifiuto,vengono lanciati alla carica due plotoni di celere che iniziano a picchiare, a spargere sangue, lasciando a terra alcun* compagn*“. Dopo la seconda carica, polizia e carabinieri riescono a impadronirsi dello striscione incriminato che riportava la scritta “la polizia stupra nei CIE“. Ancora qualche tafferuglio e solidarietà da parte dei passanti, finchè alle 21 il presidio si scioglie. Ogni commento all’accaduto appare superfluo. E’ bastato uno striscione che accusava la polizia di stuprare le donne – quella polizia che ci viene proposta come “elemento fondamentale e indispensabile” nel provvedimento del pacchetto sicurezza varato dal Governo – per scatenare l’inferno e far sì che proprio coloro che dovrebbero proteggerci, ingiuriassero e picchiassero a sangue, guarda un po’, proprio le donne.

Questa tragedia quotidiana purtroppo è endemica e non appartiene soltanto all’Italia. Nessun Paese del mondo ne è immune, da quelli industrializzati a quelli in via di sviluppo.
Amnesty International quest’anno ha voluto centare l’attenzione sul legame tra violenza e povertà, tragico binomio che costringe molte donne nel mondo a vivere nell’inferno dello sfruttamento che comprende la prostituzione , l’abuso sessuale, il lavoro forzato, la schiavitù, l’asservimento e il prelievo di organi. Secondo una stima dell’ OMS sarebbero circa 135 milioni le bambine che ogni anno vengono sottoposte alla mutilazione dei genitali,mentre gli stupri nelle zone di guerra sembrano essere pratica comune. Risulta che in Ruanda, durante il genocidio del 1994, ne siano stati commessi tra i 250 e i 500mila e 20.000 nella sola Bosnia. La presenza dei militari, locali e dei Paesi occupanti, sembra acuire il fenomeno rafforzando gli stereotipi maschili e incoraggiando le aggressioni nei confronti delle donne, lasciando quasi sempre i colpevoli impuniti. Le bambine e le donne fuggite dal Darfur e rifugiate in Ciad, subiscono stupri ogni giorno, anche all’interno dei campi, nonostante la presenza del personale dell’ONU. Cosa dire poi degli stupri correttivi perpretrati in Sudafrica nei confronti delle lesbiche?

Molte bambine e ragazze rischiano più di altre la violenza per via del loro orientamento sessuale, per lo status di immigrate o per l’appartenenza ad un determinato gruppo etnico. Per combattere questa piaga sociale, il Movimento Internazionale delle Donne, in onore delle sorelle Mirabal, attiviste della repubblica Dominicana assassinate il 25 novembre del 1961 per aver osato opporsi al regime dittatoriale del loro Paese, ha scelto questo giorno come simbolo di una lotta che deve continuare finchè i diritti sacrosanti delle donne non saranno rispettati ovunque e quel grido di dolore inascoltato, che si leva da ogni parte del mondo da secoli, possa un giorno, speriamo non lontano, diventare solo un triste ricordo.

Per evidenziare e approfondire meglio questa drammatica situazione, Amnesty ha redatto un interessantissimo rapporto: “La Trappola del Genere – Donne, violenza e povertà“, scaricabile cliccando sul link.

E’ inoltre possibile visionare le foto  scattate da Carlo Traina durante la manifestazione tenutasi ieri a Roma cliccando su questo link.

Elisabetta per Rete Agatergon

“Religiosità islamica e diversità/differenze sessuali, valori e relazioni”

Si è svolto sabato 21 novembre, presso la sala video del Centro Servizi S. Chiara di Trento, il secondo appuntamento dedicato all’omosessualità e le religioni. In sala Stefano Co’, presidente del C.P. di Arcigay del Trentino, che ha presentato il film documentario “Beirut Apt” di Daniele Salaris (Italia, 2008, 50’).

5 interviste a gay e lesbiche arabi di diverse fedi religiose e background culturali, che prendono campo nello ristretto spazio di un appartamento di Beirut in Libano. Ambientato nel maggio 2007 tale spazio racchiude simbolicamente tematiche di scala internazionale. La legge libanese condanna lesbiche, gay e transessuali, rendendole vulnerabili a minacce e attacchi, anche da parte della polizia. Ne emerge uno spaccato della scena queer libanese attraverso lo sguardo dei protagonisti: l’infanzia trascorsa in una zona di guerra, gli Hezbollah e il rinnovato conflitto contro Israele, questioni d’identità, sicurezza e libertà si combinano con tematiche di sessualità e di genere. Nonostante le differenti culture di origine, queste eloquenti individualità condividono la lotta per vivere autenticamente in una cultura che nega la loro esistenza. Dalla visione del documentario emerge tutto il peso del disonore recato alla famiglia da parte di chi si riconosce in diversi orientamenti affettivo/sessuali, che non siano quelli stabiliti dalla società e dalle rigide imposizioni religiose.
L’associazione ‘Halem’ (che in arabo significa FUTURO), fondata nel 2004, è l’unica che milita allo scoperto per la depenalizzazione dell’omosessualità in Libano. Infatti, sebbene l’omosessualità non sia menzionata esplicitamente nel codice penale, l’articolo 534 prevede pene che possono arrivare sino ad un anno di detenzione per relazioni sessuali definite “contro natura”.

A seguito del documentario la testimonianza personale di Kamal Laftomi, giovane musulmano di origine marocchina, volontario del comitato provinciale Arcigay di Piacenza.
Kamal oggi ha 20 anni, ma dalle sue parole scaturisce tutta la forza e la tenacia di chi prende la propria vita tra le mani nonostante un vissuto pesante, lacerato nella mente e nel corpo.
Ha solo 11 anni Kamal, quando scopre la propria natura omosessuale e solo 14 quando decide di dichiararla ai suoi genitori. Il padre, fervente islamico, conservatore e praticante, non comprende le parole di Kamal e lo confina tra le mura domestiche credendo, forse, con preghiere, aggressioni (anche fisiche) e minacce, di riuscire a riconvertire il figlio e riportarlo alla “normalità”. L’intervento dei servizi sociali fa in modo che Kamal venga allontanato dai genitori e affidato ad una casa famiglia. Insorgono problemi quali depressione e bulimia curati a suon di medicinali da psicologi “esperti in problemi adolescenziali” e di chiaro stampo cattolico (le terapie riparative vi ricordano nulla?).
Ora Kamal è maggiorenne, vive con sua zia, si è diplomato cuoco e l’arcigay, al quale ha chiesto aiuto, oltre ad offrirgli sostegno psicologico ha provveduto a trovargli un posto di lavoro.

Il conflitto tra l’osservanza dei dettami, dei valori, dei modi di vivere che l’islam gli impone e la fede in Dio sono per lui motivo di crisi religiosa e credo di poter supporre che come “Kamal”, nel nostro paese molti altri vivano e condividano angosce e dilemmi apparentemente inconciliabili.

Sara

I sessi sono due: chi sta in mezzo paga!

tdor09_manif“Erano convulsioni del mondo, noi ci scavavamo una tana e tiravamo avanti. Sono i grigi che fanno un paese, chi non conta tace, subisce, o anche applaude ma aspetta che passi.

Si avvezza a credere che passerà, che stia passando. Bisogna che abbia l’acqua alla gola per ammettere l’irreparabile. Così accadono le enormità”. (R. Rossanda)

Si celebra oggi in tutto il mondo dal 1998 il “TDOR“, ovvero “Transgender Day Of Rimembrance”, la giornata dedica alle vititme della transfobia, per ricordare “chi ha dovuto pagare con la propria vita il prezzo di poter essere se stess*”.

E sarà una tragica coincidenza forse che proprio oggi sia stato ritrovato il corpo carbonizzato di Brenda, la trans brasiliana coinvolta nel caso che ha portato alle dimissioni dell’ex presidente della Regione Piero Marrazzo. Era in queste condizioni nel suo appartamento, un seminterrato trasformato in appartamento, in via Due Ponti, a Roma. Lo si apprende da fonti investigative sul posto gli agenti della polizia scientifica. Secondo le prime testimonianze, accanto al cadavere c’era una bottiglia di whisky. Alle sue colleghe avrebbe detto ieri sera che non ce la faceva più e che intendeva suicidarsi. Sempre secondo gli inquirenti, i vicini hanno riferito di aver sentito del trambusto nella notte provenire da quell’appartamento, ma solo alle 6, quando si è sviluppato l’incendio, sono stati chiamati i pompieri. Si tratta del secondo morto della vicenda. Il primo è stato Gianmarino Cafasso, protettore di transessuali, morto di overdose nel settembre scorso in circostanze non ancora del tutto chiarite: l’allarme, infatti, fu dato solo la mattina dopo dalla trans che era con lui.

E così nella giornata della memoria si va ad aggiungere un altro nome nella già lunga lista di vittime della transfobia in Italia.

Vittime anche nei quotidiani, rei di non utilizzare l’articolo giusto dinnanzi al nome del/della trans, forse per ignoranza o forse per dar vita ad un vero massacro culturale, perché in Italia meno si capisce e meglio é! E così si contribuisce a celare esistenze, a negare la possibilità dell’autodeterminazione sui corpi, facendo passare il messaggio che queste persone siano degenerate e abominevoli, all’origine del degrado sociale e distruttrici di famiglie!

Infatti, per esempio, nel caso Marrazzo a provocare sconcerto non è il ricatto ad un politico da parte delle forze dell’ordine, ma il fatto che l’oggetto del desiderio fossero le trans! Sì perchè se si fossero organizzati festini più o meno plateali con ragazze minorenni  non sarebbe stato un problema. Ma Marrazzo ha tradito la maschia società italiana decidendo di andare con “degli uomini travestiti da donna”, vittime di un’opinione pubblica che le considererà corruttrici e non consentirà loro di controbattere nulla in tutta questa storia.

Luxuria così si è espressa stamattina a proposito del ritrovamento del corpo di Brenda: “Brenda non si è suicidata, poteva essere vista come una persona troppo scomoda. Nella giornata del Transgender day of Remember in ricordo di tutte le vittime trans della violenza viene trovato il corpo carbonizzato di Brenda. Io ho sentito le prime dichiarazioni che parlano di suicidio e del fatto che lei avrebbe mostrato l’intenzione di suicidarsi. Confido nelle indagini tuttavia so in cuor mio che di suicidio non si è trattato, perchè sono successe troppe cose che mi lasciano perplessa sulla casualità. Pochi giorni fa era stata picchiata, le hanno sottratto il cellulare con tutti i numeri e i messaggi. Mi viene il sospetto che probabilmente qualcuno sapeva che Brenda sapeva. Forse c’era qualche altro nome di politico importante che Brenda frequentava“.

E ancora una volta è più semplice in Italia colpire il più debole anziché proteggerlo.

Già nel 1994 Berlusconi fece applicare una legge fascista, il Regio decreto del 18 Giugno 1931 numero 773, che punisce chi appare mascherato in pubblico, dando il via ad un rastrellamento dei luoghi dove lavoravano le trans multate perchè “uomini vestiti da donna“! E risale all’anno scorso il DDL contro la prostituzione che non ha fatto altro che peggiorare la già difficilissima condizione di molt* trans, costrett* a prostituirsi perchè nessuno vorrebbe un trans per un lavoro “normale”, come per esempio quello del/lla panettier* o dell* segretari*.

Cosa si può fare per garantire una cittadinanza piena negli stili di vita e nelle scelte sessuali de** trans**?

Sarebbe innanzitutto necessario mettere in atto una profonda trasformazione culturale e sociale garantendo alle persone transessuali uno spazio che non sia solo quello della strada o dello spettacolo, ma che riesca a restituire dignità e normale quotidianità, consentendo di accedere al lavoro, agli affetti e ai servizi come chiunque altro.

Poi bisognerebbe applicare una pratica discorsiva corretta: nel transgenderismo l‘identità di genere di una persona non è una realtà duale “maschio/femmina”, ma un continuum di identità ai cui estremi vi sono i concetti di “maschio” e “femmina”. Esemplificando, nella frase “Il trans Brenda è stato ucciso” si determina un forte discrimine tra la Brenda “donna genetica” e la Brenda transessuale, discrimando di fatto Brenda in quanto transessuale.

Gli organizzatori del TDOR di Bologna, Torino, Napoli e Verona così scrivono: “In un Paese che si è fatto nero, la nostra testimonianza è un grande squarcio fucsia”. Ma in un Paese dove si consuma il più alto omicidio di transessuali, le aggressioni transfobiche si susseguono a ritmi serrati e l’emarginazione è altissima, l’omicidio di Brenda é un’altra macchia nera sulla carta dei diritti violati!

Saranno molte le manifestazioni oggi in occasioni del TDOR: a Napoli una fiaccolata; a Bologna alle 18 in Piazza del Nettuno sit-in/fiaccolata, alle 19 performance dimostrativa altamente visiva e alle 21.30 Davide Tolu e Matteo Manetti presenteranno “One new man showal Cassero; a Verona alle 18 sit-in in piazza Scalette Rubiani con reading di testimonianze in memoria delle eprsone transessuali; a Torino alle 14 book-crossing trans all’Università, organizzato da LaJungla e alle 21 proiezione del film “TransAmerica”; a Roma sit-in dinnanzi alla sede dell’ordine dei giornalisti in Via Parigi per ricordare le vittime e per protestare contro l’utilizzo errato del linguaggio da parte dei giornalisti che alimentano così l’odio transfobico.

In questa giornata di ricordo lascio alle parole della Cortellesi il compito di stimolare il pensiero con intelligenza e non con compassione, perchè in Italia i sessi sono due, e chi sta in mezzo paga :

Ramona

Religiosità, amori e diversità sessuale

donbarberoIl primo di una serie di incontri-seminari sul rapporto tra la religiosità delle persone con orientamento non eterosessuale e le correnti ideologiche, teologiche e culturali di alcune delle religioni o delle filosofie etiche, si è tenuto sabato 14/11/2009 presso il Centro Servizi S. Chiara in via S. Croce  TRENTO.

Il primo seminario intitolato “Amore cristiano e coppie gay, lesbiche e trans”, organizzato da Arcigay Trentino è stato presentato da Stefano Cò, presidente del C.P. di Arcigay del Trentino, con la partecipazione di un’appartenente al gruppo di spiritualità GLBTQ “La Ressa” di Trento.

Protagonista del dibattito don Franco Barbero, Animatore e presbitero della Comunità cristiana di base di Pinerolo e collaboratore dell’associazione “Viottoli”, autore del libro “Omosessualità e Vangelo”, conosciuto dagli omosessuali per aver celebrato un matrimonio gay nel 1978 e per le numerose benedizioni a coppie omosessuali.

Vi chiederete: che ci fa un atea, miscredente, appassionata anticlericale ad un’incontro del genere? Ebbene me lo son chiesta anche io.

Non credo in Dio, credo di aver perduto la fede prima di aver avuto l’esercizio del voto, ma sono cresciuta in questa società, imperniata sui valori cristiano cattolici che volenti o nolenti hanno condizionato la nostra mente, la nostra cultura, il nostro modo di vivere.

Una società la nostra, fondata su ipocrisia, menzogna, assurdo senso di sacrificio che riduce la religione a mero strumento di controllo delle masse, perdendo di fatto l’autentico messaggio che la fede dovrebbe esaltare e divulgare: l’Amore.

L’Amore, dice Don Barbero è una sfida così come lo è la fede. L’Amore diverso unito alla fede è doppiamente complicato.

Ci si chiede dunque se è necessario essere atei per definirsi omosessuali felici e quali strategie occorre utilizzare per conciliare fede e omosessualità.

All’inizio del suo apostolato Don Barbero si è dedicato alle confessioni: uomini, donne, gay, lesbiche si rivolgevano a lui in cerca di conforto e consiglio. I suoi studi in teologia non l’avevano preparato per affrontare questo tema e la formazione culturale impartita in seminario e prima ancora in famiglia l’avevano indotto a credere in un modello fuorviante della realtà ossia il modello unico di amore proposto tra uomo e donna.

Nel suo primo libro “il dono dello smarrimento” edito per la prima volta 50 anni orsono, si affrontava il tema scottante dell’omosessualità e parole come gay e lesbica erano impronunciabili, transessuale non era addirittura contemplato.

Il mondo era assai diverso allora.

Nonostante le contraddizioni nella società di oggi assistiamo ad una rivoluzione culturale e antropologica irreversibile di portata planetaria: ne sono un cardine evidente i numerosi omosessuali che scelgono di non nascondersi più, che affrontano i timori legati alla visibilità, che scelgono di non esiliarsi e si sostengono reciprocamente attraverso gruppi e associazioni.

Don Barbero invita tutti a vedere il film ”due volte genitori”, a proporre la visione di questo documentario a tutte le scuole e i luoghi ove si fa cultura. I bambini devono essere educati al riconoscimento non di un modello unico ma all’amore di per sé.

Questa rivoluzione tocca tutte le grandi religioni, da quella cattolica, a quella ebraica (“con gli occhi della mente”), a quella islamica, ma gli studi sono occultati, non divulgati, dentro le religioni c’è tensione, conflitto, crisi.

Ne sono la dimostrazione la recente nomina del capo della chiesa luterana svedese una donna lesbica Eva Brunne, i valdesi che riconoscono i pastori omosessuali.

Don Barbero ha affrontato in sala l’annosa questione della sessualità dei sacerdoti: «Conosco numerosissime donne che hanno relazioni con i preti: rapporti sofferti, tenuti segreti. Non sarebbe più serena e sincera una Chiesa in cui i sacerdoti si potessero sposare? Ma davvero vogliamo ostinarci a credere che Gesù fosse figlio unico, che non avesse dei fratelli, che non fosse nato da una donna in carne e ossa anziché da una statua di marmo?» La teologia cattolica chiarisce in che termini l’omosessualità sia realmente riconosciuta: «Nel primo numero del 2008 di Concilium, la rivista ufficiale del cattolicesimo teologico, alcuni biblisti spiegano come sia insensato appellarsi alla Bibbia per condannare l’omosessualità.»

Il teologo Hans Küng sostiene che se la Chiesa procederà in questa direzione, diverrà una setta fondamentalista; essa è divenuta la perversione di una legge che non rispetta le persone.

La Chiesa è il popolo non la gerarchia ecclesiastica, è necessario riporre al centro dell’Ecumenismo il soggetto etico, il quale deve responsabilizzarsi, documentarsi e non chiedere il permesso a nessuno di amare.

Nel suo libro “il dono dell’omosessualità” Don Barbero affronta con coraggio lo scottante tema dell’omosessualità. Il Vaticano gli domandò a più riprese di ritrattare il termine “dono”, evidentemente considerato inappropriato.

Un pensiero difforme deve per sua natura ribadire la sua non conformità; un pensiero difforme spaventa, risulta difficilmente controllabile e fornisce risvolti imprevedibili.

Sarà per questo che le note “teorie riparative” del signor Nicolosi trovano consenso e sostegno nelle gerarchie ecclesiastiche?

La Chiesa pretende di dare tutte le risposte ma è evidente che si pone le domande sbagliate; se ascoltasse di più le persone, come da anni ormai fa don Barbero, forse molte di queste potrebbero ripensare un genuino riavvicinamento alla fede.

Sara

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Ultima stagione in serie A

Marco Bocci e Fabrizio Sabatucci2Teatro Argot: torna in scena “Ultima Stagione in Serie A” sul delicato tema dell’omosessualità nel mondo del calcio.

Diretta da Mauro Mandolini e interpretata da Marco Bocci e Fabrizio Sabatucci la pièce sarà in scena dal 17 novembre al 6 dicembre 2009.

Dopo il grande consenso di pubblico e il tutto esaurito della passata stagione dal 17 novembre al 6 dicembre 2009 la Azteca Produzioni Cinematografiche porterà nuovamente in scena al Teatro ArgotUltima stagione in serie A”, pièce sul delicato tema della diversità repressa nel mondo del calcio firmata dal regista e autore Mauro Mandolini e splendidamente interpretata da Marco Bocci (reduce dal successo di Romanzo Criminale) e Fabrizio Sabatucci.

Il primo allestimento dello spettacolo risale al 1996 all’interno del Festival di Todi per la regia di Lorenzo Gioielli, con lo stesso Mandolini e Gianluca Ferrato, riscuotendo grande interesse e consenso della critica.

Oggi, a quasi dieci anni dall’ultima replica, la forza metaforica della storia è più che mai attuale perché, quando l’argomento “omosessualità” sfiora il mondo del calcio, subito si innalzano barricate in difesa della “virilità” dell’ambiente.

“Ultima stagione in serie A” racconta il mondo del calcio nel chiuso silenzio degli spogliatoi. I due protagonisti, Luigi detto Zio (Fabrizio Sabatucci), 36 anni, che dalla professione ha ottenuto una dignitosa carriera, soprattutto nelle serie inferiori, e Giancarlo, detto Zamora (Marco Bocci), 34 anni, portiere titolare e inamovibile fino alla domenica precedente (conclusasi con un sonoro 6-0 per l’Inter), in piena crisi professionale e familiare, si stanno cambiando dopo l’allenamento. Giocatori di serie A, ma né fuoriclasse, né famosi al grande pubblico, due atleti nella fase calante della loro carriera. Nella scarna, ma funzionale, scenografia (firmata da due figli d’arte, Valentina Fragasso, figlia di Claudio, e Oliver Montesano, figlio di Enrico) ubicata da una doccia e da una struttura in legno a gradoni, parlano, sognano, ricordano, soffrono, si prendono in giro, ridono. Amano. Ed è l’amore, descritto con profonda leggerezza, al centro di questa commedia ambientata in un mondo sbirciato da dietro la porta.

L’amore per il calcio e non solo..

Dopo le caratteristiche spacconate dei personaggi e del loro ambiente i due sportivi compagni di squadra riescono a raccontarsi, attraverso il linguaggio della confidenza a muscoli rilassati, le segrete pieghe dell’animo, i fallimenti e addirittura le più nascoste tendenze, quelle di un sesso proteso al proprio simile, dove prevale il desiderio della tenerezza e l’esigenza della fuga dalla solitudine e da rapporti eterosessuali vissuti come superficialità e routine. Quindi la scoperta graduale di sentimenti insospettati. Le emozioni che si creano travalicano il tempo e toccano il cuore, perché i due protagonisti, prima che calciatori, sono uomini.

Questa storia è una salutare doccia fredda sul mondo dei calciatori che spacca i luoghi comuni e smaschera l’arretratezza e l’ipocrisia di uno sport, quello del calcio, che ha paura di un amore diverso, nel quale l’omosessualità viene ancora concepita come una colpa, una condanna senz’appello. Nei personaggi di Zio e Zamora troveremo molte delle nostre speranze, le gioie, le delusioni. Soprattutto il coraggio. Perché ci vuole molto coraggio per giocare l’ultima stagione in serie A. Le Musiche originali sono di Devis Eskaloska Anibaldi e di Danilo Stazi.

Spettacolo dal martedì al sabato h. 20.45 – domenica h. 18.45

Info: Teatro Argot – Via Natale del Grande, 27 – tel 06 5898111