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15 ottobre: anche noi ci indignavamo!

Il 15 ottobre c’eravamo anche noi. Alcun* di noi si sono dati appuntamento a Piazza della Repubblica, ma non essendo riuscite a trovarci subito abbiamo vissuto il corteo da due prospettive diverse. Di seguito il racconto di Elisabetta e Rachele, la prima in coda e la seconda quasi alla testa del corteo. Entrambe sono riuscite a sfuggire al massacro che si è sviluppato quella giornata, ma con lucidità e determinazione hanno deciso di narrare i fatti vissuti e visti da due angoli diversi della manifestazione.

Elisabetta si racconta
Da giorni non si parla d’altro e finalmente ci siamo: 15 ottobre.
Anche Roma, così come Madrid, Bruxelles. Berlino, Parigi, Montreal, New York, Tel Aviv, Auckland, Sidney, Tokio, Manila, Taipei, scende in piazza con la sua carica di indignazione, rabbia e orgoglio. La rabbia di un Paese ferito e umiliato, ma che ancora trova le energie per ribellarsi ad una dittatura della Finanza che impoverisce la gente e la cultura, che distrugge scuole, università, fabbriche e teatri. Arrivo purtroppo con un po’ di ritardo e non senza qualche apprensione, quando la testa del corteo si è già mossa da P.zza della Repubblica. Durante il tragitto, in una metropolitana strapiena di gente, molta diretta come me verso la Piazza, continuo a sentire nella mente le parole che mi ha rivolto mia figlia prima che mi muovessi da casa: ”Fai attenzione mamma, alcuni miei compagni di classe che fanno parte del Blocco Studentesco mi hanno detto che si sono organizzati con i più grandi per fare casino!”.
Non è la sola a lanciare avvertimenti. Si vocifera da più parti che sono previsti disordini e del resto la cosa è plausibile; tuttavia, appena esco dalla stazione della metropolitana e mi affaccio sulla Piazza, vengo travolta da una fiumana di gente e in un attimo mi libero dei pensieri cupi. Il corteo già in movimento mi appare colorato, fiero, e nonostante la rabbia sia palpabile, i sorrisi non si contano e poi musica , canzoni, bandiere rosse a profusione e slogan che mi ricordano anni lontani. Subito vengo trascinata dalle stesse emozioni provate tante e tante volte, tutte le volte in cui percepisco l’energia positiva sprigionata dalla gente unita da sentimenti di solidarietà e dalla voglia di condivisione. Anche la folla ai lati è numerosa e allegra. Ci scambiamo sguardi complici e sorrisi. Mi fermo un attimo per veder sfilare il corteo e dare un’occhiata a striscioni e bandiere. Una delle parole d’ordine della manifestazione è stata quella di non alzare simboli di “partito” ed infatti non ne vedo. Restano sollevate solamente le bandiere di Sinistra Ecologia e Libertà, PCL, Sinistra Critica, e poi i Cobas, la Fiom, i Cub, ma soprattutto vedo gruppi nutriti di giovani precarie/i, “indignate/i”: ricercatori, lavoratrici e lavoratori di fabbriche e uffici; spicca tra la folla il camion del teatro Valle, occupato da mesi, con la sua musica e la sua gente in costume di scena che canta, balla e grida il suo sdegno e la sua rabbia, e a seguire un enorme drago verde portato da giovani studenti; espressioni determinate e sicure, ma solari, piene di energia positiva e costruttiva. Insomma c’è tutto quello che serve a caratterizzare una protesta forte, sentita, ma che riesce ad esprimersi anche con ironia, come fa il tipo che espone orgogliosamente un cartello con su scritto: ”Io nun so’ indignato, me rode er culo”.

Roma grida, con tutta la sua veracità!!!

Hanno dato fuoco ad un’auto!
Mentre mi muovo lasciandomi trasportare dalla musica che proviene dal camion del Valle, con la coda dell’occhio vedo passarmi accanto un gruppo di ragazzotti tatuati, vestiti di nero e con il viso mezzo coperto da una sciarpa. Sento una strana sensazione, una nota stonata che mi turba per un attimo, ma non voglio badarci per ora, e continuo a muovermi a ritmo di rock. Una manciata di minuti e mi arriva un sms di Rachele che si trova più avanti: ”Hanno dato fuoco ad una macchina in Via Cavour”. Mi volto e vedo una colonna di fumo che si solleva a poche centinaia di metri da me. Comincia il delirio! Il corteo si blocca. Non si riesce a proseguire. Da questo momento in poi sarà un susseguirsi frenetico di sms informativi di Rachele: “Stanno spaccando le vetrine dei negozi”.

I disordini dilagano sotto gli occhi della polizia che, chissà perchè, per il momento non interviene. Mi collego con l’iphone ad internet e leggo i primi notiziari. I cosiddetti “black bloc”, hanno scatenato l’attacco in più punti: Via dei Fori Imperiali, Via Merulana. Una caserma in Via Labicana sta andando a fuoco. Pochi minuti e la guerriglia arriva anche a P.zza S. Giovanni, punto di arrivo del corteo, dove si dovrà svolgere l’assemblea degli “Indignati”. Nel frattempo iniziano le prime cariche della polizia, ma contro i manifestanti, non contro i vandali. Già, perché???

Scarsa organizzazione o destino ineluttabile?
Mi rendo conto d’un tratto che non esiste un servizio d’ordine. Una mancanza grave nell’organizzazione, ma forse avrebbe potuto fare ben poco contro la furia devastatrice dei black bloc. Il corteo è ormai fermo da un bel po’, dunque decido di andare via. Mi dirigo verso casa mentre continuo a ricevere notizie di scontri. Pare che gli unici che stiano cercando di bloccare i rivoltosi siano gli stessi manifestanti che cercano di riportare la manifestazione alla situazione tranquilla che era stata prevista. Al grido di: “delinquenti, fascisti” esplode la rabbia di coloro che pacificamente volevano manifestare il loro dissenso. Un signore tenta di bloccare un uomo che tenta di lanciare una bottiglia di vetro contro i vigili del fuoco. Per tutta risposta l’energumeno incappucciato gliela spacca sul viso, ferendolo. Torno verso casa con il cuore gonfio di rabbia e delusione e con tante domande e dubbi che mi affollano la mente. Il pensiero di come un numero ridotto di gente violenta e senza scrupoli possa riuscire a vanificare il peso e l’importanza di una manifestazione come questa, che era riuscita a riunire finalmente, sotto un unico grido di protesta, tantissima gente di tutta Italia, di tutte le età, dopo tanti anni di rassegnato silenzio, non mi dà pace. Perché in tutte le altre città del mondo il tutto si è svolto pacificamente e con dignità? Cosa sta succedendo a Roma? Cosa è successo dieci anni fa a Genova? E mi tornano in mente le parole che “Kossiga” rivolse, poco tempo prima di morire, al capo della polizia, dopo gli scontri avvenuti nel corso delle manifestazioni degli studenti che rivendicavano il diritto allo studio: ”…bisogna infiltare gli agenti nelle manifestazioni perché trasformino i movimenti pacifici in movimenti di violenza e devastazione per poi mandare tutti all’ ospedale. Perché? Perché bisogna discreditare nell’ opinione pubblica le idee che i “professori rossi” mettono nelle teste dei ragazzi…”

Continuo a pensare mentre guardo le immagini che scorrono sullo schermo della tv. Mostrano una P.zza S. Giovanni piena del fumo dei lacrimogeni, una ragazza con il volto insanguinato corre per sfuggire ai colpi dei sanpietrini scagliati dai black bloc. Circa quattrocento persone si sono rifugiate all’interno della basilica. Gli idranti della polizia sparano acqua per disperdere i manifestanti. All’improvviso si vede chiaramente un blindato della Guardia di Finanza travolgere un ragazzo che rimane a terra. Più tardi si saprà che per fortuna non è stato ferito gravemente.

L’inizio di una nuova epoca?
A notte fonda finalmente la guerriglia si placa e ci appare l’immagine di una Roma devastata dalla furia tribale di qualche centinaio di persone. Poche forse, ma ben organizzate, evidentemente. Troppo bene per poter credere che si tratti semplicemente di un gruppuscolo di teppisti che agiscono tanto per creare disordini.

Tuttavia, con il placarsi delle emozioni, sono altre le immagini che mi tornano alla mente e che voglio ricordare di questo buio pomeriggio romano. Sono i colori, le voci, i volti della gente, alcuni arrabbiati,alcuni giovani, alcuni stanchi e segnati dal tempo, eppure tutti sorridenti. Eravamo tante e tanti, siamo tante e tanti. Rivedo gli occhi fieri delle giovani femministe, il loro passo deciso e sicuro che arriverà lontano, ne sono sicura. Non basteranno le piccole truppe organizzate dal sistema a soffocare l’ondata di cambiamento che sta investendo il mondo intero. Il movimento continua e niente e nessun* potrà fermarlo, perché anch’io voglio credere che:

“Quello che è accaduto ieri deve aprirci gli occhi e la mente. Non si può continuare a fare politica con le vecchie ricette. Ci dovranno essere cambiamenti anche nelle lotte sul lavoro e nel sindacato e nella politica economica… quella di ieri a Roma è stata una manifestazione storica… FORSE SIAMO ALL’INIZIO DÌ UNA NUOVA EPOCA.” (Valentino Parlato da “Il Manifesto” del 15/10/2011)

Rachele si racconta
La giornata era iniziata con una strana frenesia: notte un pò insonne dopo giorni passati a discutere se partecipare o meno, viste le numerose mail di molti “compagni” che ci esortavano a non scendere in piazza perché – dicevano – ci sarà un massacro in tutto il centro di Roma! Alla fine ci siamo dette che non potevamo stare a casa e che se avessimo visto qualcosa di strano saremmo scappate senza battere ciglio. La prima brutta sensazione l’ho sperimentata in metro, quando intravvedo sulle braccia di molte ragazze che distribuiscono volantini che invitano a partecipare all’assemblea che si terrà a San Giovanni alle 17, il numero di telefono del Legal Team.
Giunte a Piazza della Repubblica la sensazione è duplice: da un lato carri, palloncini colorati, musica, famiglie, migliaia di volti di indignat* italian* che hanno solo voglia di manifestare pacificamente tutto il proprio dissenso per un governo, un intero sistema, che ci sta soffocando sotto ogni punto di vista e che ci fa vivere in una condizione di precariato culturale perenne! Ma la festa è solo apparente: troppi ragazzi con gli zaini e i caschi attaccati alla cintura mi distolgono dall’aria festosa.
La mia compagna vede tatuato sul braccio di uno di loro un gladio con sotto la scritta “SPQR”. È un simbolo fascista – mi dice preoccupatissima. Ed in effetti mai come oggi ci sentiamo così poco al sicuro, consce che da un momento all’altro la situazione possa sfuggire di mano, sebbene non sappiamo come o da chi!

Il corteo si avvia puntuale
Alle 14 la testa del corteo era già partita da un pezzo. La piazza si era praticamente riempita e svuotata almeno tre volte, segno questo di una partecipazione davvero fortissima. Partiamo anche noi, cercando di capire in quale spezzone inserirci, sia per affinità che per ragioni di sicurezza. Cominciamo a vagare e a scendere verso Via Cavour, facendo foto, leggendo i cartelli e gli striscioni dei vari partecipanti, con una voglia incredibile di esserci e di farci sentire perché mai come quel giorno la presenza ha per noi il valore forte della partecipazione! Tutto procede bene, a parte un primo intoppo all’altezza di Piazza dell’Esquilino, dove il corteo si blocca. Riusciamo a scendere un pò più giù, unendoci allo spezzone dei Cobas, sicure che lì non poteva succederci nulla, ma da lì a pochi secondi vediamo una nuvola di fumo nero alzarsi in cielo.
Alla mia sinistra la vetrina del negozio Elite è completamente distrutta, le lavoratrici dentro sembrano terrorizzate… Vedo un palo divelto e uno quasi spaccato a metà. Riesco a fare due foto, riprendendo anche dei ragazzi con dei caschi in testa. Mi volto dietro e una schiera improvvisa di soldatini neri con caschi neri, felpe o magliette nere, volto coperto, zaini e sguardo sicuro, si avvicina verso di noi, mentre dal fondo di Via Cavour parte una carica della polizia! Riusciamo a trascinarci a vicenda fuori da quella situazione, correndo, cercando di non posizionarci in un angolo da dove non potremmo scappare. 
”Fai le foto, sono fascisti!” – mi urla la mia compagna. Faccio un paio di foto dal lato, per non farmi vedere, perché ho paura – quella è stata la prima volta – che possano prendersela con me.
Mando un sms a Elisabetta, per avvertirla di quello che stava succedendo. So che è in uno spezzone più indietro e mi auguro che non arrivi dove ci troviamo noi!

Verso Piazza San Giovanni
A quel punto decidiamo di arrivare a San Giovanni percorrendo strade interne, tagliando il corteo, certe che una volta arrivate  saremo al sicuro, perché in Piazza ci saranno i dibattiti, e l’assemblea plenaria, e la musica, e tanta voglia di essere in tanti e uniti!
Il percorso che porta alla Piazza sembra tranquillo, pacifico, sereno. Non un corteo, ma gruppi di persone che pian piano cercano di radunarsi. Vedo i No Ponte, i No Tav, i disabili, quelli del Manifesto, la Freedom Flotilla… Giungiamo a San Giovanni, dove si respira un’aria di festa. Ho anche il tempo di comprare una copia del Manifesto interamente dedicata a quella giornata… per un attimo perdo il resto del gruppo per portare a termine il mio importante acquisto, ed è proprio in quell’istante che sento un’ altra poco piacevole sensazione, di paura, e corro alla ricerca del resto del gruppo perché non possiamo perderci, potrebbe succedere qualcosa da un momento all’altro. Sono pensieri confusi, continui, inspiegabili, forse paranoici, ma non riesco a cacciarli via e il mio unico desiderio in quel momento è quello di ritrovarli subito!
Sono le 16.30, tra mezz’ora avrà inzio l’assemblea plenaria che si terrà sul prato di fronte alla Basilica, vicino alla statua di San Francesco. Decidiamo di spostarci per prendere posto ed informarci presso il gazebo proprio sotto la statua. Ho appena il tempo di fotografare una disabile sulla sedia a rotelle proprio in mezzo alla strada, di scambiare due parole con una delle organizzatrici dell’Assemblea che mi dice che quel fumo nero, alto, intenso, che si vede da dietro San Giovanni dicono sia il fumo di un tram che brucia.

La festa diventa un incubo
I volti sono tesi ma pensiamo che l’assemblea inizierà a breve e finalmente potremo parlare, condividere quei momenti e soprattutto produrre. Sì, perché il movimento non vuole solo sfilare, vuole, desidera ed esige proporre delle alternative credibili!
Tutto ciò, però, c’è stato negato.
I momenti che seguono saranno confusi, difficili da spiegare, eppure indelebili nella memoria.
Si vede un gruppo di gente cominciare a correre verso la piazza, non poche decine, tantissime persone. Non capiamo da cosa scappano fino al momento in cui, nell’attimo di un microsecondo, non vediamo entrare le camionette della Polizia che cominciano a gettare acqua sulla gente con gli idranti. Volano tre bombe carta, cominciano a volare pietre, si cominciano a vedere sulla strada laterale ragazzi vestiti di nero coi volti coperti.
Il mio pensiero va alla mia compagna e alle mie amiche, ci prendiamo per mano e cominciamo a correre… e proprio in quell’istante ripenso a quella signora, con la sedia a rotelle, che si trovava proprio al centro di quella strada invasa da camionette, sanpietrini, idranti, ragazzi a volto coperto… mi chiedo se sia riuscita a non farsi travolgere.
In quel momento, penso a Elisabetta, riesco a malapena a inviarle un messaggio dicendole di non venire a San Giovanni perché si è scatenata una vera e propria guerra. Penso ai miei amici che mi avevano chiamato due minuti prima per raggiungerci. Mi avvicino alla mia compagna con in mano il Manifesto che urla disperata “bastardi! cosa state facendo?”. E in quel preciso istante realizzo che siamo stati derubati di un momento importante di produzione politica e di confronto concreto. L’immagine della mia compagna che urla verso la piazza con quel giornale in mano, quello stesso che voleva essere per me simbolo di una giornata difficile ma memorabile, si ricolloca nella mia mente come l’immagine di un’occasione strappataci ingiustamente.

Derubati ma non ci lasciamo abbattere!
Di quei momenti ho il ricordo della corsa, del cuore che mi batteva all’impazzata, dei sanpietrini e delle bombe carta da evitare, della mia compagna da proteggere, dei gruppi in nero, della paura negli occhi delle mie amiche, della rabbia per qualcosa che c’è stato tolto e per essermi sentita come in trappola, asserragliata dalla violenza, spettacolarizzata dalle immagini che poi vedrò in diretta una volta tornata a casa.
Ho la consapevolezza assoluta che siamo all’inizio di un momento storico, che ho vissuto una giornata che rimarrà nella memoria, anche se non come avrei voluto. Mi viene da piangere mentre vedo quelle scene, racconto a chi mi chiama preoccupato quello che ho vissuto, ricevo il messaggio di Elisabetta che mi dice di essere tornata a casa, sana e salva ma davvero indignata!
Sento vuoto, disperazione, delusione. Mi faccio assalire da mille domande. Mi dico che sono al sicuro adesso, anche se non so al sicuro da cosa!
Solo gli occhi della mia compagna che mentre mi abbraccia per rassicurarmi mi sussurra “Lucha, siempre!” riescono a restituirmi il senso di quella giornata e capisco che non devo abbattermi ma continuare ad andare avanti, col coraggio di sempre.

La rivoluzione delle barbe

Riceviamo una segnalazione dal blog  http://labarbeitaly.noblogs.org , un gruppo  femminista “d’azione” che si ispira al gruppo francese   La Barbe.

Siamo un gruppo di donne sparse in tutta Italia, vorremmo attenerci il più possibile al loro stile ed ai loro obiettivi, abbiamo quindi tradotto la loro presentazione e creato un articolo fruibile a tutte, di seguito un estratto dell’articolo che descrive le azioni del gruppo francese che presto saranno emulate anche dal nostrogruppo italiano:

La Barbe ispira agli scritti di Christine Delphy (una femminista francese tuttora vivente) , della Wittig, ai movimenti come MLF, Lesbian Avengers, Billionaires for Bush, Act Up, la loro copertura mediatica è totale e costante grazie ad un’organizzazione efficiente e responsabilizzante di ogni singola partecipante che si alterna alla successiva.

La Barbe agisce nei luoghi di potere e di dominio separatista maschile, come per esempio i Consigli di amministrazione di grandi aziende, le conferenze a tematica femminile gestiti in larga parte da uomini che portano la loro non-esperienza diretta come scienza infusa, le presentazione di libri di personaggi non molto avvezzi al femminismo ed ai diritti delle donne, ed anche in tutti quei luoghi mediatici come tv, radio, eventi sportivi ed altro.

Con i loro grandi baffi e lunghe barbe passano da spettatrici fintamente passive ad attiviste avanguardiste, che con abile scatto si posizionano in piedi dietro a questi uomini imbellettati e pieni delle loro verità, dando un colpo d’occhio alla sala ed ai media sulla mancanza di presenza femminile, ridicolizzando inoltre il loro potere assoluto ed escludente, i loro simboli di potere ed i loro significati.

Verso la cittadinanza sessuale

In occasione della giornata mondiale contro l’omo- e la transfobia (o IDAHO, acronimo di International Day Against Homophobia and Transfobia) che, per chi non lo sapesse, è stata promossa dall’ Unione Europea il 17 maggio, data in cui l’O.M.S. nel 1990 rimosse l’omosessualità dalla lista delle malattie mentali, si è tenuto a Trento presso la facoltà di Sociologia il secondo appuntamento del Ciclo di Seminari intitolato “Identità di genere e orientamento sessuale: tra differenza e discriminazione”.
L’iniziativa promossa dal Centro di Studi Interdisciplinari di Genere (CSG) di Trento si propone di apportare il proprio contributo al dibattito e alla riflessione su questi temi, oggi più che mai attuali. Si tratta infatti di questioni rilevanti sia dal punto di vista del dibattito accademico, sia per la società più ampiamente intesa.

L’incontro intitolato “Verso la cittadinanza sessuale” mira a fare luce sui concetti tuttora in discussione di identità e cittadinanza.
In cattedra la relatrice: camicia bianca, giacca scura, capello corto, fare risoluto. Così si presenta ai nostri occhi Flavia Monceri professore associato di Filosofia politica all’Universitè del Molise, dove insegna anche Filosofia delle scienze sociali e della comunicazione e Culture e istituzioni dell’Estremo Oriente. Si occupa, tra l’altro, di teorie queer e transgender, di comunicazione interculturale, di filosofia del film e delle arti e di teorie della complessità e dei sistemi. Tra le mani il suo ultimo libro “Oltre l’identità sessuale – Teorie queer e corpi transgender” Edizioni ETS, Pisa 2010.
Fra le sue monografie più recenti: Pensiero e presente. Sei concetti della filosofia, Edizioni ETS, Pisa 2007 e Ordini costruiti. Multiculturalismo, complessità, istituzioni, Rubbettino, Soveria Mannelli 2008.

Cosa significa oggi essere cittadini di un determinato Paese? E’ possibile coniugare il concetto di cittadinanza alle molteplici identità inserite in un contesto globalizzato quale è il mondo attuale?

Il dibattito in corso è affrontato soprattutto da sociologi, ma non solo. Cittadinanza è un concetto complesso e stratificato, un insieme di pratiche e doveri, la sfera nella quale si rapportano socialità e politicità e nella quale emergono le differenze e le diseguaglianze. Il pensiero occidentale espresso nella cittadinanza e nella nazionalità affrontano, oggi più che mai in passato, contesti multiculturali con altre civiltà storicamente e culturalmente differenti, ponendo di fatto l’auspicabile e, a mio avviso, inevitabile ridefinizione del concetto stesso. Il cittadino cosmopolita è un’astrazione inserita in un mondo globalizzato che pone in crisi la distinzione tra sfera privata e sfera pubblica e poggia sul modello duale e distinto quale ad es. è la separazione dei sessi e quindi dei generi. Emblematico è il riemergere delle religioni che sconfinano e condizionano la sfera pubblica oltre a quella privata. Il regime etero-normativo poggia le sue fondamenta sulla differenza identitaria dei generi (e dei ruoli) poiché contiene in sé l’imperativo categorico alla riproduzione, non solo biologica e culturale, del proprio sistema/ordine.

Il concetto di identità è frutto di un processo di identificazione, di adesione a modelli prestabiliti, più o meno imposti. Eminentemente relazionali, le identificazioni hanno quindi a che fare con il “potere” e con il modo in cui gli agenti sociali o i soggetti negoziano il potere. Ogni individuo nel momento in cui interagisce con altri compie azioni individuali che contestualmente sono anche azioni politiche. Se vogliamo ridefinire un’idea di cittadinanza che sia funzionale alla realtà attuale dobbiamo necessariamente associarla alla persona piuttosto che al cittadino, ai diritti umani universali piuttosto che ai diritti di cittadinanza, all’effettiva presenza sul territorio anziché all’appartenenza nazionale.
Sfida che cogliamo con entusiasmo.

Sara

Doris, un percorso di rinascita

 

passaggio

Prima di farvi conoscere la storia di Doris ho ritenuto introdurre brevemente qualche concetto fondamentale per chi non fosse avvezz* al tema del transessualismo.

 

Come noto, per “sesso” si intende la dotazione genotipica e fenotipica di un individuo: essere maschi significa avere nella propria dotazione genetica un cromosoma X e uno Y, avere pene e testicoli, barba baffi e un po’ di peli, il pomo d’Adamo e la voce profonda; essere femmine significa invece avere due cromosomi X, avere vagina ovaie e seni, avere fianchi larghi e meno peli, e una voce sottile e possibilmente aggraziata. Per “genere” si intende invece l’adesione al modello culturale di mascolinità e femminilità che agisce nella propria società di appartenenza. Non basta essere maschi per essere uomini, né essere femmine per essere donne. Il sesso è una dimensione fisica, il genere una dimensione psicologica e assieme culturale. L’”orientamento sessuale” designa la direzione prevalente dei propri desideri: è eterosessuale chi desidera persone di sesso opposto al proprio, omosessuale chi desidera persone del proprio stesso sesso.
Nelle nostra società globalizzata, attraverso la psichiatria, la psicologia, la medicina, ma anche e soprattutto attraverso la cultura ed il diritto, sull’identità sessuale agisce una sorta di «operatore logico», che possiamo definire binarismo sessuale. Questo operatore logico impone alle identità sessuali alternative a due termini che riguardano il sesso, il genere e l’orientamento sessuale. Combinando i concetti del binarismo sessuale si possono comporre differenti identità: uomini etereossesuali, gay, bisessuali; donne eterosessuali, lesbiche, bisessuali; donne transessuali o transessuali MtF (male to female: persone nate maschi che vogliono diventare donne) che possono a loro volta essere eterosessuali, lesbiche o bisessuali; uomini transessuali, o transessuali FtM (female to male: persone nate femmine che vogliono diventare uomini) che possono a loro volta essere eterosessuali, gay o bisessuali. Ci sono poi le persone transgender, che possono desiderare uomini, donne, o altre persone transgender.

Nel DSM (Diagnostical and Statistical Manual of Mental Disorders), l’elenco ufficiale dei disturbi mentali dell’American Psychiatric Association che dagli anni ’50 del secolo scorso è considerato una sorta di Bibbia della psichiatria, l’identità sessuale viene definita appunto attraverso quei tre “criteri diagnostici” che sono il sesso, il genere e l’orientamento sessuale. Ma in questa definizione, la Bibbia della psichiatria contemporanea ha ereditato concetti di matrice ebraico-cristiana. Infatti, sulle pagine delle quattro edizioni del DSM, l’eterosessualità non è mai comparsa come malattia mentale, mentre vi sono comparse altre identità prodotte dal dispositivo binario della sessualità. L’omosessualità è stata definitivamente depennata dal DSM solo il 17 maggio 1990 – e questa è la ragione per cui la data del 17 maggio è stata scelta come “giornata mondiale contro l’omofobia”. Mentre ancora oggi transessualità e transgenderismo sono considerate affezioni psichiatriche e catalogate come GID: Gender Identity Disorder, disturbo dell’identità di genere – definizione rispondente all’imperativo che impone coerenza tra sesso, genere e orientamento sessuale. Quindi: se nasci maschio ma ti senti donna, o se nasci femmina e ti senti uomo, per il DSM sei affetto da un disturbo psichiatrico. L’intersessualismo invece non compare nel DSM – non perché l’associazione psichiatrica americana non lo consideri una malattia, ma perché non lo considera un malattia mentale. Dalla medicina contemporanea l’intersessualismo è infatti considerato una malattia fisica, e quindi una malattia da correggere con il bisturi prima che con gli psicofarmaci. Questo punto è importante per tutt* coloro che intendono affrontare una ri-attribuzione del proprio sesso nel nostro Paese, perché in virtù del fatto che la disforia di genere viene considerata patologia, le spese sostenute sono a tutt’oggi a carico del sistema sanitario nazionale. All’interno del MIT (movimento identità transessuale) vi sono da tempo differenti posizioni in merito alla questione ossia se depennare il GID dalla lista dei disturbi mentali, quindi dare dignità a chi effettivamente malato non è, ma al contempo supportare la spesa ingente che il percorso di transizione e soprattutto l’intervento richiedono.

Sara

  

Un sogno fugge e, mentre apro gli occhi, vedo davanti a me due paia di braccia che tolgono il corpetto termico che mi ha tenuta al caldo durante le dieci ore trascorse nella sala operatoria, perché, per chi non lo sapesse, le sale operatorie sono proprie fredde e io avevo cominciato a tremare appena entrata. Le gambe sono state abbassate, segno che l’intervento è finito. Al mattino erano state fissate a dei supporti che le raga-cn-farfallaavevano tenute sollevate e divaricate, in modo da permettere ai chirurghi di poter lavorare comodamente ai miei genitali. Sento subito una sensazione forte in mezzo alle gambe, una cosa strana e mai provata prima. Sento come se avessi il pene in erezione, ma non la solita erezione, non è neppure più possibile. Sento come se un filo dentro il mio ventre fosse in erezione, proprio come fosse un pene, ma più fino. Devo dire che la cosa mi tranquillizza, è il segno che la mia clitoride è sicuramente sensibile se non ci saranno complicazioni in futuro. Un medico mi avverte che mi è stata somministrata della morfina così da non dover avvertire dolore.
Già, il dolore: l’ho da sempre mal sopportato o volutamente ignorato, altrimenti mi sarei dovuta fermare, avrei dovuto pensare, elaborare. Non tanto i miei problemi, quanto quelli degli altri. Alcune persone mi dicevano “perché lo fai?”, “proprio non la capisco questa cosa!” ,altre sostenevano di volermi aiutare. Ogni volta che affrontavo l’argomento glissavano o cambiavano discorso, proprio come se io non mi fossi mai pronunciata, come se quello che dicevo non avesse alcun valore. Se con il loro comportamento tentavano di indurmi a desistere dal mio intento, si sbagliavano di grosso.
Comprendo che seppure una professionista, una psicologa possa rimanere sconcertata nel sentirsi dire:-Sa dottoressa, io sono una donna. Voglio dire, non badi alla barba, al pene o al petto piatto, io mi percepisco donna e non sento neppure per un solo istante di essere un uomo. Anzi, con tutta onestà le posso garantire che io gli uomini non li ho mai sopportati, non ci sono mai andata d’accordo, non provo nessuna attrazione per loro perciò sono anche lesbica. Sì, ha capito bene, sono una transessuale lesbica e persino un po’ butch. Per questo motivo ho ritenuto poco opportuno presentarmi innanzi a Lei indossando gonna e tacchi a spillo. Personalmente mi sento più a mio agio con scarpe comode e jeans-.
Certo, potrei apparire come una trans anomala. Di solito le mtf (cioè coloro che effettuano transizione da maschio a femmina) tendono ad esaltare alcuni aspetti della femminilità come ad es. abiti, trucco e atteggiamenti vezzosi ma, osservando bene, almeno nella mia provincia di montagna, noto molte donne che vestono esattamente come me: jeans, pile, scarpe basse tipo sneakear o da ginnastica. Nella scelta del mio look mi sono sempre rifornita nel reparto donna. Il modello proposto dai media soprattutto italiani è quello di donne poco vestite e vergognosamente provocanti, ben lontane dalla realtà nella quale io stessa vivo. Essere oggetto di desiderio da parte degli uomini mi mette a disagio, perciò evito di destare la loro attenzione.
Della mia infanzia non possiedo ricordi particolari che meritino di essere rammentati. Ciò che invece mi sono rimasti impressi sono gli stati d’animo che ho vissuto e che tutt’oggi nonostante siano passati quasi quarant’anni, riemergono con tutta la loro intensità. In quegli anni e per molti altri successivi non ho mai disatteso le aspettative di coloro che ritenevo mi amassero, ossia i miei genitori e obbedivo scrupolosamente alle regole impartitemi senza opporre resistenza alcuna. Di fatto inibivo le mie aspirazioni e i miei desideri in funzione della altrui volontà.
Ero piccola e non in grado di comprendere i motivi della loro manifesta indifferenza, della loro incapacità di ascoltarmi. A scuola ero diligente, mi applicavo ma senza gran profitto. Mi sentivo disinteressata, insoddisfatta, e soprattutto decisamente poco amata. Quando mia madre mi degnava di interesse sembrava volesse controllarmi. Forse era colpa dei vestiti che indossavo? Si, confesso che già da piccina mi dilettavo a indossare i collant di mia madre lasciati stesi ad asciugare in bagno. Evidentemente devo esser stata sorpresa in flagranza di reato in più di un occasione anche se per qualche ragione che ignoro devo aver rimosso il ricordo della reazione di mia madre in quei frangenti. Quel che però mi è rimasta è la paura di essere scoperta.
Avevo un’amica, la mia amica del cuore, la coetanea che frequentavo con regolarità e che ricordo aveva un anno più di me. La domenica andavamo assieme in parrocchia a vedere un film e spesso la sua famiglia mi portava con loro quando andavano in montagna per una scampagnata o una sciata. Assieme a lei ho passato i momenti più belli della mia infanzia e non potevo fare a meno di confrontare la mia famiglia con la sua. I miei genitori non uscivano mai e mi obbligavano a non fare rumore, soprattutto quando mio padre era in casa. Contraddirlo era fuori questione.
Io intanto crescevo e con me la mia disforia di genere. Sapere a quale genere si appartiene è naturale come bere un bicchier d’acqua: mi sentivo una bambina e preferivo, o meglio avrei preferito, frequentare le bambine. La consapevolezza di essere donne o uomini, non si apprende dai libri, è un’emozione, una sensazione. Sentirmi a mio agio presentandomi al mondo esattamente come mi percepisco significa esprimere la mia vera essenza, ciò che sono davvero, significa interagire con gli altri in modo chiaro e sereno prediligendo la compagnia delle donne a quella degli uomini.
Nel mio corpo non mi riconoscevo, nel genere che la società mi attribuiva non mi ci ritrovavo e il disagio che vivevo nel appartenergli era per me fonte di sofferenza. Come accade spesso anche nella mia classe delle elementari i maschietti avevano formato una banda e io ne facevo parte: alla ricreazione l’altalena era certamente nostra e di nessun altro bambino. Era il nostro veliero e ci divertivamo ad andare su e giù. Crescendo entrai nel gruppo Scout della mia zona: purtroppo per me i maschi e le femmine svolgevano attività rigorosamente separate.
Ciò mi consentiva, se non altro, di trascorrere del tempo fuori casa: i campeggi mi divertivano moltissimo. Dormire in tenda durante un temporale era favoloso, perché non era come stare davanti alla TV a guardare un thriller, lì le cose succedevano per davvero, il vento gonfiava e sbatteva la tenda che mi riparava, era autentico. Quanto mi sono divertita a lavare le pentole in costume da bagno sotto la pioggia, neppure il temporale poteva fermarmi. E cantavo.
Più tardi la famiglia della mia amata amica dl’infanzia dovette trasferirsi in una grande città, lontana dalla nostra modesta provincia; lei era partita senza salutarmi.
Avevo 14 anni quando presi la decisione di cambiare sesso.
Nella mia testa solo una sigla: “MIT”. L’avevo letta circa due anni prima nell’appendice di un libro trovato in casa. Mi ero domandata come un libro scritto da una famosa giornalista americana che affrontava le cosiddette “perversioni sessuali” potesse capitare in casa di una famiglia tanto pia come la nostra. Come ovvio il libro sparì miracolosamente e con lui anche l’indirizzo e il telefono sovraimpressi. L’imprevisto non bastò a farmi desistere. Con pazienza consultai gli elenchi delle poste, cominciando dalle città più grandi, Milano, Roma, Torino, Bologna etc. Non sapevo con chi poter parlare, non mi fidavo di nessuno. Ero consapevole della riprovazione sociale che la mia scelta comportava, della diffusa intolleranza verso quelle persone che, come me, non accettavano la loro condizione e caddi in una profonda depressione. Chi mi conosceva vedeva che soffrivo ma preferiva ignorare. Mia madre si raccomandava affinché non mi prendessi un esaurimento nervoso. Purtroppo ormai era tardi, l’esaurimento aveva preso me. Fui costretta ad abbandonare gli studi al terzo anno delle superiori.
Arrivò il tempo del servizio militare: aderii come volontaria. Era mia intenzione trascorrere un po’ di tempo lontana da casa e con l’occasione guadagnare qualche soldo. Ottenuto il congedo dopo due anni partii per Londra, sapevo che lì avrei finalmente potuto iniziare la transizione; mi accorsi presto che la cosa presentava delle difficoltà. Trovai impiego come aiuto cuoca in un ristorante: per dodici ore al giorno ero rinchiusa in cucina e avevo un solo giorno libero alla settimana. Le poche persone con le quali venni in contatto non erano in grado di aiutarmi e alcune di loro mi invitarono alla rinuncia; mi dissero che non sarei stata felice anche qualora mi fossi operata.
Stanca ed avvilita non riuscendo a concludere nulla tornai a casa.
Lo sconforto aveva preso il sopravvento finché un giorno decisi di rivolgermi ad una psicologa professionista che presupponevo in grado di aiutarmi. Scelsi uno studio importante, uno di quelli dove lavora un equipe di professionisti.
Appena entrata nello studio della terapista notai in bella vista in una vetrinetta una foto autografata di Vittorio Emanuele di Savoia. Ne rimasi perplessa. Il tempo trascorso con lei mi convinse che ella non era la persona adatta al mio caso. Non condivideva la mia scelta di effettuare la transizione e fece tutto ciò che era in suo potere per dissuadermi dal mio obiettivo. Ci salutammo con reciproca cordiale ipocrisia.
Più il tempo passava, più io mi isolavo dal resto del mondo. Il lavoro era il mio unico impegno. Decisi di ritentare con un’altra psicologa,questa volta in una grande città dove ritenevo avrei trovato maggiore apertura mentale. Ebbi ragione. Mi presentai subito dicendo che mi sentivo una donna e che volevo cambiare sesso. La sua prima reazione fu di rifiuto. Poi però si rese disponibile ad ascoltarmi. Oltre a ciò contattai la sede più vicina dell’Arcigay, che dista centoventi chilometri da casa mia. Una scelta sofferta, perché non mi sentivo affatto gay, a me piacevano le donne.
In quella sede mi suggerirono di rivolgermi al MIT di Bologna ma non sapevano darmi un indirizzo o un numero da chiamare. Decisi di affidarmi alla tecnologia e mi feci installare una linea Internet: mi si aprì un mondo. Dopo poco tempo conobbi il sito di Crisalide Azione-Trans il cui forum fu per me illuminante: transessuali come me condividevano i miei dubbi e i miei problemi. Mi suggerirono un medico che prescriveva gli ormoni, lo contattai immediatamente ed in breve tempo ottenni l’impegnativa per gli esami necessari alla somministrazione degli ormoni.
medallion gluckstein hannah 1895-1978Comunicai la mia decisione anche ai miei datori di lavoro e lo confidai anche ad alcune amiche. Il seno cominciava a crescere e ne andavo fiera.
Attraverso la rete ho avuto l’opportunità di conoscere ragazze che mi hanno accettata per quello che sono e finalmente ho potuto cominciare a costruire le mie prime relazioni con persone che ho cercato e desiderato conoscere, che condividevano i miei gusti e interessi.
C’erano voluti parecchi anni per superare il primo ostacolo e preferii attendere un po’ prima di fare il passo successivo ossia rivolgermi al tribunale per chiedere l’autorizzazione all’intervento. Stavo vivendo il mio più grande amore e mi sentivo finalmente amata ed appagata. Quando alla fine feci il ricorso, il perito che doveva “valutarmi” mi augurò buona fortuna al momento del congedo.
Mi misi in lista di attesa presso l’ospedale Cattinara di Trieste, ma la psicologa che seguiva la mia pratica mi suggerì di chiedere anche al MIT di Bologna, l’ascoltai. Ebbi un colloquio con le due psicologhe del MIT, un anno dopo varcai con il mio zaino la porta del reparto di urologia dove venne eseguito l’intervento.
Una vita passata con in testa una sola cosa, poter essere a mio agio almeno con me stessa. Finalmente è stato cancellato dal mio corpo lo stigma che ha pesato su di me più di ogni altra cosa e che ha irrimediabilmente condizionato tutta la mia vita. Una incongruenza che ha creato serie difficoltà nei miei rapporti con le persone e con la società. Ora posso cominciare la mia vita, senza timore di essere fraintesa, senza condizionamenti, fedele a me stessa, ai miei desideri ed alle mie aspirazioni. Ho la possibilità di vivere finalmente la vita che ho sempre desiderato vivere e intendo godermela come non ho ancora fatto.

Doris

Non sui nostri corpi, non in nostro nome, razzismo, sessismo e omo/lesbo/transfobia nell’Italia del pacchetto sicurezza

TRENTO: Universinversi 14.05.2010

CIE

In occasione dell’incontro a Trento promosso da Universinversi, ho avuto il privilegio di ascoltare quattro voci ormai note al panorama GLBTQI* italiano.

Erano presenti:
Elena Biagini, attivista di azione gay e lesbica
Cristian Loiacono, UNI TO, attivista gay
Porpora Marcasciano, attivista movimenti identità transessuali
Sonia Sabelli, femminista, attivista CIE

 

CRISTIAN LOIACONO

Racconta Cristian che nel decennio a cavallo tra gli anni ’90 e il 2000 vive in Francia e frequenta movimenti di quel proletariato e sottoproletariato che a Bologna, città da dove proviene, non si vedono.
A Parigi ha modo di analizzare le divisioni di classe e quindi di reddito incarnate nei fenomeni migranti. Frequenta la comunità gay che in quel periodo discute sulla proposta di legge per i matrimoni omosessuali, Pacs.
Attraverso lo studio delle dinamiche sociali legate ai fenomeni omofobici constata l’insorgere di una nuova solidità nazionale cementata dall’omofobia comune ai fondamentalismi religiosi.
Un po quel che accade oggi in Italia, dove si affaccia sulla scena sociale e politica il fenomeno dei migranti di seconda generazione immerso in quel declino sociale che solo la paura del diverso, in questo caso omosessuali e etnie differenti che nel nostro Paese vengono ad incontrarsi/scontrarsi.
Fascisti e clericali xenofobi e omofobici brandiscono la difesa della famiglia tradizionale come uno stendardo, ma anche gruppi di omosessuali si alleano con la destra contro i migranti.
Nascono nuovi studi per smontare l’omofobia delle culture islamiche: no alle espulsioni all’interno delle normative stabilite.
I movimenti di destra cambiano, l’insorgere di nuove destre che vedono nell’On. (?) Gianfranco Fini un degno rappresentante dotato di quella cultura politica a sostegno del proletariato di destra.
La società italiana di oggi è più complessa che in passato: donne migranti soprattutto dall’est europa impiegate nella cura della persona e manodopera impiegata nel settore agricolo proveniente in gran parte dal Marocco.
OMOFOBIA-XENOFOBIA-IMPERIALISMO
In nome di nessun corpo la guerra è giustificabile.
La politica QUEER rifiuta i modelli identitari, rifiuta di catalogare il corpo tanto quanto rifiuta il modello imperialista fondato sul consumo del petrolio, contro la misoginia e l’omofobia (?)
Negli studi femministi post-coloniali vi è una presa di parola che si contrappone alla rappresentanza. Gay di seconda generazione sono spinti da motivi e bisogni che animano questa critica.
Nei fenomeni migranti in Italia si considera la posizione del soggetto iperdominato da culture di tipo patriarcale, maschilista, omofobo.
Il progresso è un prodotto dell’uguaglianza socio-economica basata sul multiculturalismo espresso dalla concezione QUEER.

SONIA SABELLI

Attivista antirazzista, studiosa accademica, si adopera a favore delle mobilitazioni contro i CIE (centri di identificazione ed espulsione), a sostegno delle donne migranti, che in primis vivono e attraversano sui loro corpi neri i fenomeni conseguenti al post colonialismo.
Negli altri Paesi il dibattito tra soggetti evidenzia una certa criticità dal punto di vista accademico nel riprendere una serie di analisi teoriche in merito allo scontro tra ex colonialisti e colonizzatori che si svolge oggi all’interno delle nostre metropoli.
In Italia è difficile importare modelli francesi e spagnoli. I movimenti ai quali Sonia Sabelli prende parte le permettono di osservare ed assistere i migranti divisi e organizzati in comunità.
I pacchetti sicurezza millantano la protezione del corpo delle donne, suscitando la legittima reazione e presa di distanza dei gruppi femministi.
A Roma per es. le reti nate contro il pacchetto sicurezza hanno permesso la riorganizzazione dei centri sociali in laboratori in cui si intreccia la lotta di classe e i fenomeni migranti.
I collettivi femministi protestano contro l’uso demagogico del corpo delle donne essendo dato certo che la violenza domestica è di gran lunga superiore alla violenza in strada.
La legge sul pacchetto sicurezza emanata nell’estate del 2009 si basa sul controllo sociale, limitando la libertà personale di un categoria di persone., criminalizza chiunque esprima dissenso all’omologazione senza possibilità di ribellione.
L’alleanza tra il conflitto apparente tra femminismo reale e femminismo accademico passa attraverso il limite sancito dal razzismo interiorizzato e deve necessariamente escludere le politiche identitarie.
I CIE sono luoghi di conflitto nei quali si vivono tragicamente le conseguenze della legge del 08.08.2009.
Basti ricordare la donna che nel corso di un processo ha denunciato un tentativo di stupro da parte della polizia. Le associazioni che dovrebbero occuparsi della tutela dei reclusi, in realtà abusano degli stessi con le connivenze delle Istituzioni: è assodato l’impiego si psicofarmaci somministrati attraverso il cibo per sedare i detenuti, che è corretto puntualizzare, altro non sono che soggetti in cerca di condizioni di vita migliori, colpevoli di esser privi di passaporto italiano.

La rappresentazione del corpo femminile nero nella pubblicità, nei film, nello spettacolo è fenomeno recente ed è “usato” per promuovere alcuni prodotti coloniali per antonomasia come per es. il cacao.
La sensualità animalesca evocante il corpo di una donna di colore è legata a pregiudizi rappresentativi, ponendo in sordina la voce e i corpi reali delle migranti essendo la tratta, la prostituzione, il fenomeno delle escort e delle badanti, accettata e funzionale al sistema.
La sanatoria promossa dal governo italiano ha spinto all’autodenuncia molte migranti: illuse di essere regolarizzate, sono finite nei CIE.

Intervento di Elena Biagini
Sostiene vi siano errori macroscopici di considerazione, riassumibili in:
1. Le donne migranti in Italia, soprattutto rumene, restano sconcertate dall’imperante maschilismo italiano.
2. Si tende ad identificare il soggetto con lo stato dal quale migra.
3. L’assoggettamento del migrante alla classe di proletariato.

ELENA BIAGINI

In Italia si dibatte da meno tempo rispetto a Paesi come Inghilterra e Germania, sulle tematiche legate ai movimenti. Ci si basa su studi fatti da altri ma nel nostro Paese il panorama è differente, il paradigma culturale cambia.
Gay Imperialism di cui anche Christian ha accennato, è scritto da attiviste inglesi migranti di seconda generazione e tratta il paradigma islamico e come le soggettività queer musulmane si rapportano a quelle bianche: singolarità di donne, femministe, gay e la vittima che proviene da queli Paesi (donna, gay, trans etc).
Lo studio contesta le politiche monodirezionali come ad es. gay bianchi omofobi. Facciamo Breccia, movimento di cui Elena Biagini fa parte, è criticata in quanto posizionata contro il Vaticano ma non contro l’integralismo islamico, questo perché, sostiene la Biagini è necessario individuare la lotta prioritaria, in questo caso il Vaticano.
Al contrario dei tempi della guerra in Afganistan, oggi si giustificano meno le guerre, ciò nonostante i media traducono in un ottica bellica le notizie riguardanti solo ed esclusivamente alcuni Paesi, vedi ad es. l’Iran. In Italia le notizie giungono notizie (prive di una lettura critica) che vengono selezionate e vagliate da agenzie di stampa governative o paragovernative come Veri One.
Ad esempio siamo venuti a conoscenza della situazione degli omosessuali a Cuba sotto il generale Castro ma dei Paesi ad essa limitrofi non si sapeva nulla. Siamo inoltre poco aggiornati sull’evoluzione politica: sempre a Cuba ad esempio sono state fatte campagne contro l’omofobia, iniziative che ignoriamo totalmente.
Veri One è un gruppo che produce comunicati stampa ed assume in pieno il paradigma di vittime alle quali si attribuiscono fenomeni di sessismo, xenofobia, omofobia.
L’es. di Pegah la ragazza iraniana, presunta lesbica, espulsa dalla Gran Bretagna è emblematico. Da alcune ricerche avviate da Nerina Milletti, pare infatti che la questione relativa al suo caso in Iran non sussistesse neppure, tanto da supporre che fosse montato opportunamente al fine di promuovere comunicati stampa sollecitanti la mobilitazione in Italia.
Giustificare le guerre allo scopo di favorire la retorica della modernizzazione e il processo di democratizzazione quali principi fondamentali per l’U.E. ha avuto come conseguenza l’apertura al dibattito tra valori cristiani e autodeterminazione dei diritti.
La proposta di legge avanzata dall’On. Paola Concia era in realtà un’integrazione all’articolo del dispositivo anti-omofobico contenuto nel 13 bis riguardante la clandestinità come reato sancito nel pacchetto sicurezza.
All’omicidio di Giovanna Reggiani avvenuto nella capitale, seguirono la caccia allo straniero, soprattutto cittadini rumeni, con rastrellamenti e aggressioni.
In risposta alla pericolosa e millantata associazione “rumeno = stupratore” fu indetta la manifestazione contro la violenza maschile sulle donne in cui il messaggio, chiaro e forte, riportava quale dato inequivocabile la violenza domestica a dispetto di quella in strada.
Chiarezza che le comunità LGBT non hanno avuto.
Collocarsi come vittime significa porsi in atteggiamento debole e di immobilizzazione nei confronti di un processo di liberalizzazione.
La patologizzazione, l’etnocizzazione dell’omofobo depotenzia la lettura critica che le comunità LGBT possono dare al mondo.
Chi si lascia assimilare da questi discorsi sono le stesse organizzazioni e persone che si prestano ad aperture a questo genere di fascismi e a posizioni razziste avanzate dalle destre, come ad es. casa pound, gaylib, azionetrans.
Il pride è un percorso di liberazione, e la partecipazione di elementi che nulla hanno a che fare con l’antirazzismo è il motivo che ha indotto quest’anno coloro, ai quali questi principi non appartengono, a disertare la manifestazione nella capitale.

PORPORA MARCASCIANO

Porpora Marcasciano nel suo intervento si interroga sul nesso che esiste nei tre approcci sostenuti dagli interventi precendenti: quello teorico di Cristian, quello pratico di Sonia, quello operativo di Elena.
La cooperazione è necessaria al fine di garantire una migliore qualità di vita delle persone.
La rete sociale tra le varie associazioni di volontariato e i progetti sostenuti dai singoli viene trasformata da una regia o scena politica.
Per esempio la rete solidale promossa contro la prostituzione sta divenendo ronda, facendo leva sulla sicurezza, sulle paure, sul decoro delle nostre città.
Bisogna domandarsi cosa ci interessa oggi: aiutare, integrare, o invece eliminare, occultare alla vista. Le comunità cristiane di base sono le uniche che offrono una risposta concreta a questa penosa questione ed è con loro che ci si ritrova a collaborare.
L’art. 18 tratta delle persone sfruttate e prevede l’accompagnamento della richiesta al Ministero degli interni, ed alle questure, deve essere effettuato da una associazione accreditata.
Le questure dispongono di tempi tecnici per vagliare la denuncia ed intanto inviano ai CIE le persone che commettono reato di clandestinità.
Associazioni quali il MIT che si occupa dell’accoglienza in strada, la “casa delle donne”, la caritas e varie associazioni cattoliche provvedono a dare la possibilità di un percorso di regolarizzazione.

Conclusioni

Far comunicare i tre livelli sopraccitati (anche ideologici) significherebbe operare congiuntamente al fine di una migliore qualità di vita di queste persone.

Ringrazio Universinversi e gli intervenuti al dibattito, perché mi hanno permesso una lettura critica e consequenziale delle informazioni che quotidianamente raccolgo, ma che, da comune cittadina, non riesco ad elaborare con la stessa perizia e consapevolezza di chi opera all’interno  dei vari movimenti. Movimenti che lottano affinché un mondo migliore sia possibile.

Sara

Ribelliamoci ai baroni del movimento omosessuale

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Inizio fiaccolata con i manifestini "infilati nella mia mano" da Arcigay Roma (Foro Repubblica Roma)

Ieri sera dopo ormai un anno di manifestazioni contro l’omofobia ed i casi di aggressioni, stupri su donne lesbiche, e insulti della Chiesa Cattolica che ci chiama pedofili, ho visto negli occhi delle persone la rabbia e la disperazione.In questi giorni migliaia di studenti in tutta Italia si stanno ribellando, tra le motivazioni, anche quella del pensionamento anticipato dei baroni che monopolizzano le università, personaggi in naftalina che dettano leggi ed ostacolano l’integrazione nell’organico dei ricercatori precari.

Questo esempio per farvi capire che  l’Italia è un paese di baroni.

Piccolo potere piccolo uomo, penso io.

Dopo l’aggressione la settimana scorsa del ragazzo 22 enne, picchiato fino allo svenimento da 4 italiani che lo hanno seguito dopo l’uscita di un locale gay, il gruppo We Have Dream, nato il 28 Agosto 2009, ha organizzato una manifestazione spontanea la sera dopo l’uscita della notizia dell’ultima aggressione omofoba.

I numeri della questura parlano di 200 persone, giovani e adulti, uniti sotto la bandiera rainbow.

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Alla partenza gli esponenti del movimento LGBT (Foto Carlo Traina)

Arrivata li trovo la sorpresa: la sfilata delle associazioni davanti a telecamere e fotografi (tutto condito da volontari dell’Arcigay Roma che pubblicizzavano il Roma Pride 2010, mettendo nelle mani fogli come è successo accidentalmente a me in foto) dando per scontato che volessimo pubblicizzare l’evento.

Dopo circa 40 minuti dal siparietti dei baroni del movimento omosessuale, molti di questi (alcuni sono anche gli organizzatori del Roma Pride 2010) dopo aver pubblicizzato se stessi e l’evento,  si dileguano e non fanno nemmeno la fiaccolata, come Imma Battaglia (Presidente Associazione DiGayProject).

Come dice giustamente l’amico Elfobruno nel suo blog:

Arrivo, con Pinzi e Guglia. Siamo in anticipo di quaranta minuti e le telecamere sono già lì. È Arcigay RomaSi è sentito l’odore del sangue. Il presidente si fa intervistare. We have a dream, che ha organizzato l’evento, ha una piccola filosofia: quando ci scappa la coltellata ci si riunisce dietro l’unico vessillo possibile, il rainbow. Perché contro il sangue delle vittime c’è un’unica risposta che non è quella del logo da conventicola. Non è una questione di marketing. È solo buon senso. È seguire un simbolo, vestiti solo del proprio corpo. Arcigay, invece, ci ha messo il cappello.

Ci seguono nella fiaccolata sicuramente l’On. Paola Concia(PD), Fabrizio Marrazzo (Presidente Acrigay Roma) Daniele Sorrentino (Direttivo Arcigay Roma), oltre a questi nomi è possibile che ci abbiano seguito altri ma io personalmente ho saputo riconoscere solo queste persone.

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Fiaccolata davanti al luogo dell'aggressione. (Foto Carlo Traina)

Fermiamo in traffico del Colosseo per passare, camminiamo urlando “Razzismo, violenza omo-trans fobia, con una risata vi spazzeremo via”Mauro Cioffari di We have a dream, legge per tutto il percorso i casi di violenza di  omo-transfobia,  ad oggi consumati.

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La folla chiede di perseguire (Foto Mauro Cioffari)

Tutto procede tranquillamente, anche se la manifestazione non era stata autorizzata preventivamente, ma grazie a Cristiana AlicataValerio Barletta ed altri componenti di We Have a Dream, abbiamo ottenuto un permesso al momento, per poter  proseguire verso il luogo dell’aggressione.

Arrivati sul luogo dell’aggressione,  sciogliamo la fiaccolata.

Ad un tratto, il delirio.

Le persone non ci stannourlano che si sentono topi rinchiusi nei soliti spazi, che vogliono manifestare in luoghi frequentati e non nei percorsi organizzati per non “disturbare”.

Attimi concitati. La rabbia. La disperazione.

Le voci si alzano forti, ci chiedono di andare avanti anche senza autorizzazione della Questura (che ci segue passo passo), ci chiedono di dire al megafono qual è la gelateria che ha rifiutato l’aiuto al ragazzo ferito.

Un ragazzo della folla urla:

Volete sapere perché non l’hanno aiutato? Perché hanno visto il sangue di un frocio e quindi: frocio = AIDS e si sono rifiutati di soccorrerlo! Vogliamo il nome!

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Le persone davanti alla gelateria di Via Cavour al momento della protesta (Foto Claudio Queerway)

Tra la folla in incognito una persona che sa, ci dice il nome, annunciamo al megafono come raggiungere il luogo e partiamo urlando, fischiando,  a passo veloce, verso al gelateria.

Arrivati li (alla biforcazione di Via Cavour), ci mettiamo davanti alla gelateria  e lanciamo davanti alla porta dei fazzolettini bianchi (gli stessi che non avevano voluto dare al ragazzo ferito) urlando “Vergogna!!! “.

All’improvviso, si fa spazio tra la folla Fabrizio Marrazzo e Daniele Sorrentino (ArcigayRoma), urlando:

Stiamo facendo una figura di merda, non è questo il bar, chiediamo subito scusa!

La folla rumoreggia. Entriamo nella gelateria e chiediamo spiegazioni,  ammettono: “Siamo stati noi”

Alla notizia, la folla urla contro Marrazzo e Sorrentino:

Bugiardi! Tornate a casa se non condividete questa azione (pacifica)! Chi siete voi per dirci cosa fare? Non ci rappresentate!

Passa una mezz’ora tra urla e accuse, i due si rifugiano dalla Polizia che stazionava davanti alla gelateria, vengono presi i documenti ad alcuni, naturalmente non a Marrazzo. Alcuni documenti verranno trattenuti per controlli ulteriori.

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Coppia di attiviste lesbiche di baciano alla fiaccolata

Dopo l’intervento pacificatore di Lucky Amato (attivista LGBT), Marrazzo chiede il megafono e dice: “…vorrei dire che siamo tutti molto stressati dal momento….”

Partono fischi e urla della folla….un tentativo di scuse assurdo, dopo l’ennesima bugia.

Ci disperdiamo e torniamo al Colosseo per parlare tutti insieme con calma.

Molti strapperanno le tessere, molti racconteranno tutto agli amici, molti le tessere non le faranno mai.

Conclusioni

Ieri notte ho urlato davvero tanto facendo uscire la mia rabbia verso chi dovrebbe proteggerci, mi riferisco sia alle istituzioni che alle associazioni.

Ero davvero stanca, volevo correre per le strade di Roma e far scendere giù le persone dalle case, farle venire con noi, parlare con loro, far capire che i diritti di ogni persona sono la base di una vita rispettosa per tutti, che le discriminazioni rendono marcio il sistema e affondano il nostro Paese impregnato di violenza, disuguaglianza, indifferenza e un sistema fatto di non meritocrazia e di “concessioni non disinteressate”.

Per questo dobbiamo lottare per i diritti di tutti, perché il diritto di ciascuno di noi è il diritto dell’intera comunità.

Diritto di uno, diritto di tutti.

Non sono le associazioni che fanno le persone, ma le persone che fanno le associazioni, i moti popolari, le rivoluzioni culturali.

Stringiamoci insieme e teniamoci pronti ad ogni evento, parliamone, partecipiamo, andiamo oltre il nostro menefreghismo ed il nostro disfattismo del “tanto non cambierà mai nulla”.

Prendiamo in mano il nostro futuro.