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	<title>Rete Agatergon &#187; Storie attorno a noi</title>
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	<description>Uguaglianza, diritti, differenza, rispetto</description>
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		<title>Moju Manuli: Street art lesbica in Sardegna</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Nov 2011 08:33:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valentina</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ho conosciuto Moju Mali per caso sulla Rete, e tra una chiacchierata e l&#8217;altra sono rimasta profondamente colpita dal progetto che sta cercando di portare avanti in Sardegna, territorio spesso dimenticato e ostico, dove si pensa che l&#8217;omosessualità dichiarata sia invivibile a causa di una mentalità troppo chiusa. Ho così deciso di farle un&#8217;intervista per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1066" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.reteagatergon.com/wp-content/uploads/mojumanuli-1024x768.jpg"><img class="size-medium wp-image-1066  " title="Le donne di Moju Manuli" src="http://www.reteagatergon.com/wp-content/uploads/mojumanuli-1024x768-300x225.jpg" alt="Le donne di Moju Manuli" width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">Le donne di Moju Manuli</p></div>
<h5>Ho conosciuto Moju Mali per caso sulla Rete, e tra una chiacchierata e l&#8217;altra sono rimasta profondamente colpita dal progetto che sta cercando di portare avanti in Sardegna, territorio spesso dimenticato e ostico, dove si pensa che l&#8217;omosessualità dichiarata sia invivibile a causa di una mentalità troppo chiusa. Ho così deciso di farle un&#8217;intervista per far conoscere chi è e cosa fa, perché credo che sperimentare e sperimentarsi, a partire da tutti gli stimoli che una persona riceve, sia alla base del fare politica concreta e della possibilità di provocare cambiamenti reali.</h5>
<div id="attachment_1061" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.reteagatergon.com/wp-content/uploads/mojumanuli02-1024x768.jpg"><img class="size-medium wp-image-1061 " title="Le donne di Moju Manuli - il giorno dopo l'affissione" src="http://www.reteagatergon.com/wp-content/uploads/mojumanuli02-1024x768-300x225.jpg" alt="Le donne di Moju Manuli - il giorno dopo l'affissione" width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">Il giorno dopo: il tentativo di ignoti di distruggere l&#39;opera</p></div>
<p><span style="color: #800080;"><strong>1) Qual è l&#8217;obiettivo della tua arte e cosa significa il tuo nome Moju?</strong></span></p>
<p>Sos mojos (plurale)  erano contenitori in sughero che in passato aveva vari utilizzi ma che in particolare venivano utilizzati come “casette” per le api, erano gli alveari che hanno preceduto le arnie razionali, contenitori cilindrici chiusi da un tappo sempre in sughero.<br />
Ho scelto questo nome perché fra le mie varie passioni c’è l’apicoltura, mi piace il suono che fa questa parola in bocca e mi piace immaginarmi questi sugheri ronzanti…<br />
Posso pensare a unu moju come ad un contenitore pieno di vita e di idee, brulicante di voli e sempre in movimento.</p>
<p>Per quanto riguarda i miei lavori mi muovo fra fumetto e street art, ma anche se disegno da sempre sono ancora all’inizio del mio percorso artistico. Per tanto tempo ho pensato di fare street art ma non riuscivo a trovare il “come” e fondamentalmente il coraggio di iniziare.</p>
<p>Per i miei ultimi fumetti (che per dirla a grandi linee partono dall’esperienza di emigrazione sarda lesbica..) come per l’arte di strada quel che mi ha mosso è stato il desiderio di leggere e vedere qualcosa che non riuscivo a trovare attorno a me. Ho visto che è una cosa comune con altre/i artiste/i…se non trovi intorno a te quello che vuoi finisci per capire che forse sei tu che devi crearlo, altrimenti passi il tempo ad aspettare non si sa bene cosa…</p>
<p>Io vengo da un percorso lesbofemminista, mi interesso di arte contemporanea, e ho avuto modo di ragionare e confrontarmi con tante altre compagne sulla mancanza di un immaginario che mi/ci corrispondesse, come lesbiche ma anche come donne non “omologate” al sistema dominante, sulla violenza e la frustrazione che portano gli stereotipi imposti, e sulla forza delle immagini che da ogni parte ci circondano, ci parlano, monopolizzano il nostro quotidiano e i nostri desideri (o ci provano insomma), condizionano in un modo o nell’altro la realtà in cui viviamo, rispecchiandola ma anche proponendola nei vari modelli da seguire.</p>
<p>Per cui dopo un tot ti chiedi dov’è che puoi leggere la tua storia se non la trovi scritta da nessuna parte, dove trovi una foto, un disegno, un qualcosa, dov’è che puoi guardare qualcosa in cui ti piace ritrovarti, fantasticare, e magari anche…dove compri quei gadget carini (ebbene anche questo, sì)?</p>
<p>Il mio desiderio quindi è contribuire a costruire, inventare, creare un immaginario differente, che rappresenti la felicità, la rabbia (costruttiva), la voglia di cambiare e trasformare questa società e cultura. Parto da me, dal mio vissuto e percorso…sarda, lesbica, anticolonialista, antisessista, antirazzista, antifascista… vorrei che si vedesse questo. Vorrei riuscire a nominare questo, a far sentire una voce che non riesce a venir fuori facilmente, e a farlo tramite le immagini.</p>
<p>Nei miei lavori riporto le donne con i vestiti tradizionali sardi non solo per “reinventare” il passato, riscrivere quello di cui non ci è stato detto…ma soprattutto per dire che invece “ci siamo sempre state”, nell’invisibilità, senza un nome, ma c’eravamo.</p>
<p>E il fatto di scegliere di far “reindossare” il “costume” alle lesbiche e alle altre donne che rappresento è per me un sinonimo di riappropriazione.<br />
Mi sono sentita dire “per noi il costume ha un significato quasi sacro, rappresenta la nostra identità la nostra tradizione e la nostra cultura, e non deve essere utilizzato per scopi diversi ” cioè nello specifico di questa frase per poter rappresentare delle lesbiche, come se noi non appartenessimo alla cultura e alla tradizione, come se la cultura e la tradizione non ci appartenessero, allora ancora di più me lo riprendo perché per me ha un valore, esisto anche io!esistiamo anche noi!!!</p>
<p>Ancora una cosa che mi interessa è la questione linguistica, nelle mie opere voglio utilizzare e valorizzare la lingua sarda (Limba) e la <strong>LIS</strong> (Lingua Italiana dei Segni).</p>
<p>Una cosa un pò particolare in quel che faccio forse è che, mentre in genere la street art è più “cittadina”, venendo io da una realtà di paese è lì che la immagino.<br />
Per cui parcheggi, sottopassaggi, muraglioni di contenimento, nelle strade dei paesi o tra un paese e l’altro, questi sono i posti che scelgo. Perché è alle lesbiche dei paesi, è alle persone dei paesi, o di passaggio in queste zone che mi rivolgo, sono loro che vedono queste opere. Inoltre, mentre  magari a Cagliari e Sassari c’è una certa realtà di aggregazione lesbica e più in generale lgbt e femminista (anche se non è comunque questa presenza massiccia diciamo) nei paesi si resta invisibili, sommerse quasi totalmente per lo più…ed è appunto per questo che scelgo di “uscire” là.<br />
E’ quella la mia realtà, è là che voglio stare e rendermi visibile.</p>
<div id="attachment_1064" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.reteagatergon.com/wp-content/uploads/moju01.jpg"><img class="size-medium wp-image-1064 " title="Le donne di Moju Manuli" src="http://www.reteagatergon.com/wp-content/uploads/moju01-300x225.jpg" alt="Le donne di Moju Manuli" width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">Le donne di Moju Manuli</p></div>
<p><span style="color: #800080;"><strong><br />
2) In Sardegna esiste un immaginario lesbico?</strong></span></p>
<p>Credo che, in Sardegna come altrove, un immaginario lesbico ce lo stiamo inventando mano a mano, con le nostre vite, e anche a fatica. Mi chiedo infatti: come distinguere le immagini “globalizzanti” che ci arrivano dall’esterno anche degli “stereotipi” lesbici, e quello che possiamo invece sentire come “nostro” immaginario, se questo &#8220;nostro&#8221; non c’è …? Come si fa?</p>
<p>Io ho un mio immaginario lesbico che sto tirando fuori, ma che corrisponde al mio modo di vedere e desiderare, non posso dire che sia una cosa generale, assolutamente. Per me vedere una donna in camicia e pantaloni di velluto coi rivoltini (modo di vestire dei ragazzi maschi dell’ambiente agropastorale), o in abito della festa tradizionale, corrisponde a sinonimo di bello ed erotico…ma sono i miei punti di vista, chissà che i miei lavori non contribuiscano a diffonderli ahah!</p>
<p><span style="color: #800080;"><strong>3) Cosa fai attualmente in Sardegna?</strong></span></p>
<p>Sono tornata di recente a vivere sull’Isola dopo quasi nove anni a Roma…</p>
<p>Non sarei mai rientrata da sola, al di là del discorso lavorativo c’è quello, forte, sociale, per nulla semplice. Sono tornata con una sorta di progetto collettivo di ripopolamento, è un “ritorno dall’emigrazione”, legato alla rivalutazione delle vecchie case in pietra (ecocase) e alle potenzialità del luogo che scegliamo di tornare a vivere. Mettere insieme le energie e non perdere di vista chi siamo ma al tempo stesso interagire con l’ambiente circostante, con la vita di un paesino di quelli che dell’emigrazione sono vittima e negli anni si spopolano sempre di più.</p>
<p>Provo ad andare controcorrente e quel che mi ripeto è, terra terra, che se dovesse andare male posso sempre ripartire. In questo momento sto cercando di mettere le basi per poi vivere, è come un nuovo inizio.</p>
<p>E mentre mi sento precaria e cerco un equilibrio, comincio a trovarlo in un orto, allevando api, raccogliendo erbe ed imparando ancora e conoscendo piano piano nuove persone affini ai vari interessi, nuove compagne, disegnando ed  improvvisando attacchinaggi notturni, facendo progetti…</p>
<p><span style="color: #800080;"><strong> 4) Cosa consiglieresti ad una donna che vorrebbe cominciare ad esprimersi come fai tu con la street art?</strong></span></p>
<p>Per quel poco che posso consigliare mi sento di dire: fai!</p>
<p>Prendi appunti anche mentalmente e comincia a fare. Tutto qua.<br />
Io ho temporeggiato all’infinito, aspettando di fare qualcosa con altre, e poi non succedeva mai…alla fine, in corrispondenza col mio rientro in Sardegna, ho iniziato dei lavori… una volta che sono pronti va da sé che vengano fuori!</p>
<p>Poster, stancil, adesivi, murales, graffiti… quale che sia il vostro modo: fate!<br />
Tirate fuori le idee, usate la fantasia anche nel reperire i materiali e riempite i muri, sono lì apposta!</p>
<p>Oltretutto, come in altri contesti, le donne che fanno street art sono meno degli uomini, e molte non rivendicano percorsi di genere, femministi o tantomeno lesbici. Insomma c’è proprio bisogno che usciamo in questo senso!</p>
<p><strong> Moju<br />
</strong><br />
Link collegati:</p>
<ul>
<li><a href="http://malapecora.noblogs.org/post/2011/08/31/e-spotting-in-sardegna/">http://malapecora.noblogs.org/post/2011/08/31/e-spotting-in-sardegna/</a></li>
<li><a href="http://iconsiglidiziajo.noblogs.org/post/2011/10/16/il-sottopassaggio-di-moju/">http://iconsiglidiziajo.noblogs.org/post/2011/10/16/il-sottopassaggio-di-moju/</a></li>
</ul>
<p><strong><br />
</strong></p>
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		<title>15 ottobre: anche noi ci indignavamo!</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Oct 2011 14:24:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rachele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il 15 ottobre c&#8217;eravamo anche noi. Alcun* di noi si sono dati appuntamento a Piazza della Repubblica, ma non essendo riuscite a trovarci subito abbiamo vissuto il corteo da due prospettive diverse. Di seguito il racconto di Elisabetta e Rachele, la prima in coda e la seconda quasi alla testa del corteo. Entrambe sono riuscite [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.reteagatergon.com/wp-content/uploads/DSCN1360.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1044" title="Foto Furiosa" src="http://www.reteagatergon.com/wp-content/uploads/DSCN1360-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a><strong>Il 15 ottobre c&#8217;eravamo anche noi. Alcun* di noi si sono dati appuntamento a Piazza della Repubblica, ma non essendo riuscite a trovarci subito abbiamo vissuto il corteo da due prospettive diverse. Di seguito il racconto di Elisabetta e Rachele, la prima in coda e la seconda quasi alla testa del corteo. Entrambe sono riuscite a sfuggire al massacro che si è sviluppato quella giornata, ma con lucidità e determinazione hanno deciso di narrare i fatti vissuti e visti da due angoli diversi della manifestazione.</strong></p>
<p><strong>Elisabetta si racconta</strong><br />
Da giorni non si parla d’altro e finalmente ci siamo: 15 ottobre.<br />
Anche Roma, così come Madrid, Bruxelles. Berlino, Parigi, Montreal, New York, Tel Aviv, Auckland, Sidney, Tokio, Manila, Taipei, scende in piazza con la sua carica di indignazione, rabbia e orgoglio. La rabbia di un Paese ferito e umiliato, ma che ancora trova le energie per ribellarsi ad una dittatura della Finanza che impoverisce la gente e la cultura, che distrugge scuole, università, fabbriche e teatri. Arrivo purtroppo con un po’ di ritardo e non senza qualche apprensione, quando la testa del corteo si è già mossa da P.zza della Repubblica. Durante il tragitto, in una metropolitana strapiena di gente, molta diretta come me verso la Piazza, continuo a sentire nella mente le parole che mi ha rivolto mia figlia prima che mi muovessi da casa: ”Fai attenzione mamma, alcuni miei compagni di classe che fanno parte del Blocco Studentesco mi hanno detto che si sono organizzati con i più grandi per fare casino!”.<br />
Non è la sola a lanciare avvertimenti. Si vocifera da più parti che sono previsti disordini e del resto la cosa è plausibile; tuttavia, appena esco dalla stazione della metropolitana e mi affaccio sulla Piazza, vengo travolta da una fiumana di gente e in un attimo mi libero dei pensieri cupi. Il corteo già in movimento mi appare colorato, fiero, e nonostante la rabbia sia palpabile, i sorrisi non si contano e poi musica , canzoni, bandiere rosse a profusione e slogan che mi ricordano anni lontani. Subito vengo trascinata dalle stesse emozioni provate tante e tante volte, tutte le volte in cui percepisco l’energia positiva sprigionata dalla gente unita da sentimenti di solidarietà e dalla voglia di condivisione. Anche la folla ai lati è numerosa e allegra. Ci scambiamo sguardi complici e sorrisi. Mi fermo un attimo per veder sfilare il corteo e dare un’occhiata a striscioni e bandiere. Una delle parole d’ordine della manifestazione è stata quella di non alzare simboli di “partito” ed infatti non ne vedo. Restano sollevate solamente le bandiere di Sinistra Ecologia e Libertà, PCL, Sinistra Critica, e poi i Cobas, la Fiom, i Cub, ma soprattutto vedo gruppi nutriti di giovani precarie/i, “indignate/i”: ricercatori, lavoratrici e lavoratori di fabbriche e uffici; spicca tra la folla il camion del teatro Valle, occupato da mesi, con la sua musica e la sua gente in costume di scena che canta, balla e grida il suo sdegno e la sua rabbia, e a seguire un enorme drago verde portato da giovani studenti; espressioni determinate e sicure, ma solari, piene di energia positiva e costruttiva. Insomma c’è tutto quello che serve a caratterizzare una protesta forte, sentita, ma che riesce ad esprimersi anche con ironia, come fa il tipo che espone orgogliosamente un cartello con su scritto: ”<em>Io nun so’ indignato, me rode er culo</em>”.</p>
<p>Roma grida, con tutta la sua veracità!!!</p>
<p><strong>Hanno dato fuoco ad un&#8217;auto!</strong><br />
Mentre mi muovo lasciandomi trasportare dalla musica che proviene dal camion del Valle, con la coda dell’occhio vedo passarmi accanto un gruppo di ragazzotti tatuati, vestiti di nero e con il viso mezzo coperto da una sciarpa. Sento una strana sensazione, una nota stonata che mi turba per un attimo, ma non voglio badarci per ora, e continuo a muovermi a ritmo di rock. Una manciata di minuti e mi arriva un sms di Rachele che si trova più avanti: ”Hanno dato fuoco ad una macchina in Via Cavour”. Mi volto e vedo una colonna di fumo che si solleva a poche centinaia di metri da me. Comincia il delirio! Il corteo si blocca. Non si riesce a proseguire. Da questo momento in poi sarà un susseguirsi frenetico di sms informativi di Rachele: &#8220;Stanno spaccando le vetrine dei negozi”.</p>
<p>I disordini dilagano sotto gli occhi della polizia che, chissà perchè, per il momento non interviene. Mi collego con l’iphone ad internet e leggo i primi notiziari. I cosiddetti &#8220;black bloc&#8221;, hanno scatenato l’attacco in più punti: Via dei Fori Imperiali, Via Merulana. Una caserma in Via Labicana sta andando a fuoco. Pochi minuti e la guerriglia arriva anche a P.zza S. Giovanni, punto di arrivo del corteo, dove si dovrà svolgere l’assemblea degli &#8220;Indignati&#8221;. Nel frattempo iniziano le prime cariche della polizia, ma contro i manifestanti, non contro i vandali. Già, perché???</p>
<p><strong>Scarsa organizzazione o destino ineluttabile?</strong><br />
Mi rendo conto d’un tratto che non esiste un servizio d’ordine. Una mancanza grave nell’organizzazione, ma forse avrebbe potuto fare ben poco contro la furia devastatrice dei black bloc. Il corteo è ormai fermo da un bel po’, dunque decido di andare via. Mi dirigo verso casa mentre continuo a ricevere notizie di scontri. Pare che gli unici che stiano cercando di bloccare i rivoltosi siano gli stessi manifestanti che cercano di riportare la manifestazione alla situazione tranquilla che era stata prevista. Al grido di: “delinquenti, fascisti” esplode la rabbia di coloro che pacificamente volevano manifestare il loro dissenso. Un signore tenta di bloccare un uomo che tenta di lanciare una bottiglia di vetro contro i vigili del fuoco. Per tutta risposta l’energumeno incappucciato gliela spacca sul viso, ferendolo. Torno verso casa con il cuore gonfio di rabbia e delusione e con tante domande e dubbi che mi affollano la mente. Il pensiero di come un numero ridotto di gente violenta e senza scrupoli possa riuscire a vanificare il peso e l’importanza di una manifestazione come questa, che era riuscita a riunire finalmente, sotto un unico grido di protesta, tantissima gente di tutta Italia, di tutte le età, dopo tanti anni di rassegnato silenzio, non mi dà pace. Perché in tutte le altre città del mondo il tutto si è svolto pacificamente e con dignità? Cosa sta succedendo a Roma? Cosa è successo dieci anni fa a Genova? E mi tornano in mente le parole che “Kossiga” rivolse, poco tempo prima di morire, al capo della polizia, dopo gli scontri avvenuti nel corso delle manifestazioni degli studenti che rivendicavano il diritto allo studio: ”…<em>bisogna infiltare gli agenti nelle manifestazioni perché trasformino i movimenti pacifici in movimenti di violenza e devastazione per poi mandare tutti all&#8217; ospedale. Perché? Perché bisogna discreditare nell&#8217; opinione pubblica le idee che i &#8220;professori rossi&#8221; mettono nelle teste dei ragazzi</em>…&#8221;</p>
<p>Continuo a pensare mentre guardo le immagini che scorrono sullo schermo della tv. Mostrano una P.zza S. Giovanni piena del fumo dei lacrimogeni, una ragazza con il volto insanguinato corre per sfuggire ai colpi dei sanpietrini scagliati dai black bloc. Circa quattrocento persone si sono rifugiate all’interno della basilica. Gli idranti della polizia sparano acqua per disperdere i manifestanti. All’improvviso si vede chiaramente un blindato della Guardia di Finanza travolgere un ragazzo che rimane a terra. Più tardi si saprà che per fortuna non è stato ferito gravemente.</p>
<p><strong>L&#8217;inizio di una nuova epoca?</strong><br />
A notte fonda finalmente la guerriglia si placa e ci appare l’immagine di una Roma devastata dalla furia tribale di qualche centinaio di persone. Poche forse, ma ben organizzate, evidentemente. Troppo bene per poter credere che si tratti semplicemente di un gruppuscolo di teppisti che agiscono tanto per creare disordini.</p>
<p>Tuttavia, con il placarsi delle emozioni, sono altre le immagini che mi tornano alla mente e che voglio ricordare di questo buio pomeriggio romano. Sono i colori, le voci, i volti della gente, alcuni arrabbiati,alcuni giovani, alcuni stanchi e segnati dal tempo, eppure tutti sorridenti. Eravamo tante e tanti, siamo tante e tanti. Rivedo gli occhi fieri delle giovani femministe, il loro passo deciso e sicuro che arriverà lontano, ne sono sicura. Non basteranno le piccole truppe organizzate dal sistema a soffocare l’ondata di cambiamento che sta investendo il mondo intero. Il movimento continua e niente e nessun* potrà fermarlo, perché anch’io voglio credere che:</p>
<blockquote><p>“Quello che è accaduto ieri deve aprirci gli occhi e la mente. Non si può continuare a fare politica con le vecchie ricette. Ci dovranno essere cambiamenti anche nelle lotte sul lavoro e nel sindacato e nella politica economica… quella di ieri a Roma è stata una manifestazione storica… FORSE SIAMO ALL’INIZIO DÌ UNA NUOVA EPOCA.” (Valentino Parlato da “Il Manifesto” del 15/10/2011)</p></blockquote>
<p><a href="http://www.reteagatergon.com/wp-content/uploads/DSCN1378.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1045" title="black" src="http://www.reteagatergon.com/wp-content/uploads/DSCN1378-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></p>
<p><strong>Rachele si racconta</strong><br />
La giornata era iniziata con una strana frenesia: notte un pò insonne dopo giorni passati a discutere se partecipare o meno, viste le numerose mail di molti “compagni” che ci esortavano a non scendere in piazza perché &#8211; dicevano &#8211; ci sarà un massacro in tutto il centro di Roma! Alla fine ci siamo dette che non potevamo stare a casa e che se avessimo visto qualcosa di strano saremmo scappate senza battere ciglio. La prima brutta sensazione l’ho sperimentata in metro, quando intravvedo sulle braccia di molte ragazze che distribuiscono volantini che invitano a partecipare all’assemblea che si terrà a San Giovanni alle 17, il numero di telefono del <strong>Legal Team</strong>.<br />
Giunte a Piazza della Repubblica la sensazione è duplice: da un lato carri, palloncini colorati, musica, famiglie, migliaia di volti di indignat* italian* che hanno solo voglia di manifestare pacificamente tutto il proprio dissenso per un governo, un intero sistema, che ci sta soffocando sotto ogni punto di vista e che ci fa vivere in una condizione di precariato culturale perenne! Ma la festa è solo apparente: troppi ragazzi con gli zaini e i caschi attaccati alla cintura mi distolgono dall’aria festosa.<br />
La mia compagna vede tatuato sul braccio di uno di loro un gladio con sotto la scritta “SPQR”. È un simbolo fascista &#8211; mi dice preoccupatissima. Ed in effetti mai come oggi ci sentiamo così poco al sicuro, consce che da un momento all’altro la situazione possa sfuggire di mano, sebbene non sappiamo come o da chi!</p>
<p><strong>Il corteo si avvia puntuale</strong><br />
Alle 14 la testa del corteo era già partita da un pezzo. La piazza si era praticamente riempita e svuotata almeno tre volte, segno questo di una partecipazione davvero fortissima. Partiamo anche noi, cercando di capire in quale spezzone inserirci, sia per affinità che per ragioni di sicurezza. Cominciamo a vagare e a scendere verso Via Cavour, facendo foto, leggendo i cartelli e gli striscioni dei vari partecipanti, con una voglia incredibile di esserci e di farci sentire perché mai come quel giorno la presenza ha per noi il valore forte della partecipazione! Tutto procede bene, a parte un primo intoppo all’altezza di Piazza dell’Esquilino, dove il corteo si blocca. Riusciamo a scendere un pò più giù, unendoci allo spezzone dei Cobas, sicure che lì non poteva succederci nulla, ma da lì a pochi secondi vediamo una nuvola di fumo nero alzarsi in cielo.<br />
Alla mia sinistra la vetrina del negozio Elite è completamente distrutta, le lavoratrici dentro sembrano terrorizzate&#8230; Vedo un palo divelto e uno quasi spaccato a metà. Riesco a fare due foto, riprendendo anche dei ragazzi con dei caschi in testa. Mi volto dietro e una schiera improvvisa di soldatini neri con caschi neri, felpe o magliette nere, volto coperto, zaini e sguardo sicuro, si avvicina verso di noi, mentre dal fondo di Via Cavour parte una carica della polizia! Riusciamo a trascinarci a vicenda fuori da quella situazione, correndo, cercando di non posizionarci in un angolo da dove non potremmo scappare.  &#8221;Fai le foto, sono fascisti!&#8221; &#8211; mi urla la mia compagna. Faccio un paio di foto dal lato, per non farmi vedere, perché ho paura &#8211; quella è stata la prima volta &#8211; che possano prendersela con me.<br />
Mando un sms a Elisabetta, per avvertirla di quello che stava succedendo. So che è in uno spezzone più indietro e mi auguro che non arrivi dove ci troviamo noi!</p>
<p><strong>Verso Piazza San Giovanni</strong><br />
A quel punto decidiamo di arrivare a San Giovanni percorrendo strade interne, tagliando il corteo, certe che una volta arrivate  saremo al sicuro, perché in Piazza ci saranno i dibattiti, e l’assemblea plenaria, e la musica, e tanta voglia di essere in tanti e uniti!<br />
Il percorso che porta alla Piazza sembra tranquillo, pacifico, sereno. Non un corteo, ma gruppi di persone che pian piano cercano di radunarsi. Vedo i No Ponte, i No Tav, i disabili, quelli del Manifesto, la Freedom Flotilla&#8230; Giungiamo a San Giovanni, dove si respira un’aria di festa. Ho anche il tempo di comprare una copia del Manifesto interamente dedicata a quella giornata&#8230; per un attimo perdo il resto del gruppo per portare a termine il mio importante acquisto, ed è proprio in quell’istante che sento un&#8217; altra poco piacevole sensazione, di paura, e corro alla ricerca del resto del gruppo perché non possiamo perderci, potrebbe succedere qualcosa da un momento all’altro. Sono pensieri confusi, continui, inspiegabili, forse paranoici, ma non riesco a cacciarli via e il mio unico desiderio in quel momento è quello di ritrovarli subito!<br />
Sono le 16.30, tra mezz’ora avrà inzio l’assemblea plenaria che si terrà sul prato di fronte alla Basilica, vicino alla statua di San Francesco. Decidiamo di spostarci per prendere posto ed informarci presso il gazebo proprio sotto la statua. Ho appena il tempo di fotografare una disabile sulla sedia a rotelle proprio in mezzo alla strada, di scambiare due parole con una delle organizzatrici dell’Assemblea che mi dice che quel fumo nero, alto, intenso, che si vede da dietro San Giovanni dicono sia il fumo di un tram che brucia.</p>
<p><strong>La festa diventa un incubo</strong><br />
I volti sono tesi ma pensiamo che l’assemblea inizierà a breve e finalmente potremo parlare, condividere quei momenti e soprattutto produrre. Sì, perché il movimento non vuole solo sfilare, vuole, desidera ed esige proporre delle alternative credibili!<br />
Tutto ciò, però, c’è stato negato.<br />
I momenti che seguono saranno confusi, difficili da spiegare, eppure indelebili nella memoria.<br />
Si vede un gruppo di gente cominciare a correre verso la piazza, non poche decine, tantissime persone. Non capiamo da cosa scappano fino al momento in cui, nell’attimo di un microsecondo, non vediamo entrare le camionette della Polizia che cominciano a gettare acqua sulla gente con gli idranti. Volano tre bombe carta, cominciano a volare pietre, si cominciano a vedere sulla strada laterale ragazzi vestiti di nero coi volti coperti.<br />
Il mio pensiero va alla mia compagna e alle mie amiche, ci prendiamo per mano e cominciamo a correre&#8230; e proprio in quell’istante ripenso a quella signora, con la sedia a rotelle, che si trovava proprio al centro di quella strada invasa da camionette, sanpietrini, idranti, ragazzi a volto coperto&#8230; mi chiedo se sia riuscita a non farsi travolgere.<br />
In quel momento, penso a Elisabetta, riesco a malapena a inviarle un messaggio dicendole di non venire a San Giovanni perché si è scatenata una vera e propria guerra. Penso ai miei amici che mi avevano chiamato due minuti prima per raggiungerci. Mi avvicino alla mia compagna con in mano il Manifesto che urla disperata “<em>bastardi! cosa state facendo?</em>”. E in quel preciso istante realizzo che siamo stati derubati di un momento importante di produzione politica e di confronto concreto. L’immagine della mia compagna che urla verso la piazza con quel giornale in mano, quello stesso che voleva essere per me simbolo di una giornata difficile ma memorabile, si ricolloca nella mia mente come l’immagine di un’occasione strappataci ingiustamente.</p>
<p><strong>Derubati ma non ci lasciamo abbattere!</strong><br />
Di quei momenti ho il ricordo della corsa, del cuore che mi batteva all&#8217;impazzata, dei sanpietrini e delle bombe carta da evitare, della mia compagna da proteggere, dei gruppi in nero, della paura negli occhi delle mie amiche, della rabbia per qualcosa che c’è stato tolto e per essermi sentita come in trappola, asserragliata dalla violenza, spettacolarizzata dalle immagini che poi vedrò in diretta una volta tornata a casa.<br />
Ho la consapevolezza assoluta che siamo all’inizio di un momento storico, che ho vissuto una giornata che rimarrà nella memoria, anche se non come avrei voluto. Mi viene da piangere mentre vedo quelle scene, racconto a chi mi chiama preoccupato quello che ho vissuto, ricevo il messaggio di Elisabetta che mi dice di essere tornata a casa, sana e salva ma davvero indignata!<br />
Sento vuoto, disperazione, delusione. Mi faccio assalire da mille domande. Mi dico che sono al sicuro adesso, anche se non so al sicuro da cosa!<br />
Solo gli occhi della mia compagna che mentre mi abbraccia per rassicurarmi mi sussurra <strong>“Lucha, siempre!”</strong> riescono a restituirmi il senso di quella giornata e capisco che non devo abbattermi ma continuare ad andare avanti, col coraggio di sempre.</p>
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		<title>Amico di un frocio? Meglio un serial killer!</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Mar 2010 23:00:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sarah</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L'omosessualità rimane l'ultimo tabù, quello che può rovinare la carriera alle star del cinema del Belpaese, ma anche degli sportivi, di étoile della Scala, mentre è molto meno pregiudizievole essere accusati di reati connessi alla droga  , o essere implicati in tragiche morti.
Insomma è di gran lunga preferibile essere amico di un serial killer che di un frocio.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-849" title="Pietro Pacciani" src="http://www.reteagatergon.com/wp-content/uploads/Pietro-Pacciani-240x300.jpg" alt="Pietro Pacciani" width="216" height="270" /><em><strong> Sono trascorsi più di quarant&#8217;anni dal primo duplice omicidio attribuito al <a href="http://insufficienzadiprove.blogspot.com/2008/12/22-agosto-1968-barbara-locci-e-antonio.html" target="_blank">mostro di Firenze</a>, venti dalla fine del processo che ha visto condannati i “compagni di merende” Pietro Pacciani, Mario Vanni e Giancarlo Lotti, tutti deceduti.</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">Fiumi d&#8217;inchiostro si sono sparsi sui giornali per descrivere le nefandezze del serial killer più famoso d&#8217;Italia, ore di programmi televisivi ma la verità è ancora un punto interrogativo, i morti hanno portato con sè i propri segreti.</p>
<p style="text-align: justify;">Alcune notizie sono note a tutti, di altre si è parlato sottovoce o solo da parte di alcuni quotidiani, mentre i più, giornali e telegiornali, nonostante abbiano trattato diffusamente fatti e pettegolezzi, le hanno taciute. E&#8217; passata quasi sotto silenzio in particolare la notizia dei rapporti omosessuali tra due dei maggiori imputati. Si è scritto diffusamente dei loro rapporti con prostitute, mogli, fidanzate, anche di quelli incestuosi e violenti di Pacciani con le figlie, pochi invece hanno riportato come Pacciani e Lotti avessero rapporti omoerotici e come Pacciani sia dovuto ricorrere una volta al medico per farsi estrarre un vibratore dall&#8217;ano.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-full wp-image-850" title="Lotti" src="http://www.reteagatergon.com/wp-content/uploads/Lotti.jpg" alt="Lotti" width="130" height="150" /> <a href="http://archiviostorico.corriere.it/1997/gennaio/14/Lotti_Pacciani_ricattava_sessualmente_co_0_9701143783.shtml" target="_blank">Lotti</a> addirittura trova più facile ammettere la complicità negli assassinii che riconoscere di aver avuto una <a href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1997/01/14/lotti-con-pacciani-avevo-rapporti-sessuali.html" target="_blank">relazione sessuale</a> con Pacciani, il quale d&#8217;altra parte negherà sempre quest&#8217;eventualità almeno con la stessa forza con cui ha sempre negato di essere implicato negli omicidi ascrittigli.</p>
<p style="text-align: justify;">Dai <a href="http://www.youtube.com/watch?v=XxANQy1T66o&amp;feature=related" target="_blank">video</a> trasmessi dal programma “Un giorno in Pretura” si osserva come i testimoni non avessero particolari remore ad affermare di conoscere ed essere anche amici di Pacciani, accusato di essere un pluriomicida, mentre negavano ostinatamente anche solo una conoscenza superficiale con l&#8217;imputato quando spunta lo spettro dell&#8217;omosessualità.</p>
<p style="text-align: justify;">Fatto, questo dei rapporti omosessuali, ai quali i mezzi di comunicazione sembrano non dare l&#8217;opportuno rilievo se è vero che già una <a href="http://mostro-di-firenze.blogspot.com/2009/06/il-profilo-del-fbi-parte-5.html" target="_blank">perizia </a>del Federal Bureau Investigation aveva paventato la possibilità che l&#8217;omicida avesse dei problemi a rapportarsi sessualmente con le donne.</p>
<p style="text-align: justify;">La stampa anzi ha sempre fatto passare l&#8217;omicidio della coppia tedesca come un errore del mostro, che avrebbe scambiato il giovane Jens-Uwe Rüsch per una donna dato che portava i capelli lunghi; ma ciò è poco probabile dato che i due campeggiatori sostavano nel luogo da almeno dieci giorni e tutti sapevano trattarsi di due uomini di nazionalità tedesca.</p>
<p style="text-align: justify;">Nell&#8217;Italia machista il vero uomo è <a href="http://www.asca.it/news-BERLUSCONI__GHEDINI__INCHIESTA_NON_RIGUARDA_IL_PREMIER-839204-ora-.html" target="_blank">utilizzatore finale</a> del corpo femminile,  può stuprare, uccidere barbaramente ma non ha rapporti sessuali con altri uomini.</p>
<p style="text-align: justify;">Persino la <a href="http://www.iloveserradifalco.com/wp/?p=58153" target="_blank">mafia</a> nel suo codice d&#8217;onore <a href="http://notizie.tiscali.it/articoli/cronaca/10/02/20/camorra-mafia-gay.html" target="_blank">vieta l&#8217;omosessualità</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Non a caso gli attori nostrani preferiscono interpretare ruoli di feroci assassini che di omosessuali, l&#8217;omosessualità rimane l&#8217;ultimo tabù, quello che può rovinare la carriera alle star del cinema del Belpaese,  ma anche degli <a href="http://www.corriere.it/sport/09_gennaio_07/lippi_gay_calcio_a9717a30-dcb5-11dd-8a8f-00144f02aabc.shtml" target="_blank">sportivi</a>, di <a href="http://www.corriere.it/spettacoli/09_gennaio_28/roberto_bolle_gay_francia_9c7ff6e2-ed51-11dd-b7f1-00144f02aabc.shtml" target="_blank">étoile della Scala</a>,  mentre è molto meno pregiudizievole essere accusati di reati connessi alla <a href="http://www.repubblica.it/2005/j/sezioni/cronaca/elkann/overdose/overdose.html" target="_blank">droga</a> , o essere implicati in tragiche <a href="http://ricerca.gelocal.it/gazzettadireggio/archivio/gazzettadireggio/2005/09/26/EA2PO_NA203.html" target="_blank">morti</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma è di gran lunga preferibile essere amico di un serial killer che di un frocio.</p>
<p style="text-align: justify;">Sarah</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="color: #800080;">Per una disanima sulla visibilità delle lesbiche nella cronaca nera vedasi <a href="http://www.globa-les.com/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=109:qdelle-lesbiche-si-parla-solo-quando-finiscono-sulla-cronaca-neraq&amp;catid=44:editoriali" target="_blank">Globales</a></span></strong>.</p>
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		<title>Incontri e relazioni sul Femminismo</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Nov 2009 13:04:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rachele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Comincerò quest’articolo con una banalità: certe volte la vita riserva delle sorprese inaspettate. Eh già, è proprio una diceria, ma è ciò che, in occasione di quest’incontro, mi è capitato. Solo un anno fa non avrei neppure immaginato che mi sarei trovata coinvolta in una tavola rotonda sul femminismo e sul separatismo, termini che mi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.reteagatergon.com/wp-content/uploads/femministe1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-414" title="femministe" src="http://www.reteagatergon.com/wp-content/uploads/femministe1-300x166.jpg" alt="femministe" width="300" height="166" /></a><em><strong>Comincerò quest’articolo con una banalità: certe volte la vita riserva delle sorprese inaspettate.</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Eh già, è proprio una diceria, ma è ciò che, in occasione di quest’incontro, mi è capitato.</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Solo un anno fa non avrei neppure immaginato che mi sarei trovata coinvolta in una tavola rotonda sul femminismo e sul separatismo, termini che mi sembravano parolacce, intrisi di un’accezione negativa, distruttiva e anacronistica.</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">Poi è stata costituita la Rete e mi sono trovata a confrontarmi con persone provenienti da percorsi, realtà e riflessioni diverse dalla mia e mi sono scoperta a riflettere sulle mie “convinzioni”, su come e perché le avevo fatte mie, ho dovuto esternare le mie paure e mi è stato proposto di affrontarle e metterle su un tavolo, insieme a quelle delle altre.</p>
<p style="text-align: justify;">Così è nata questa tavola rotonda, dalla relazione di donne di diverse generazioni e dalle differenze che ciascuna di noi aveva (e magari ha ancora) nel rapporto col femminismo e col separatismo, dalla pazienza di alcune e dalla volontà di capire di altre.</p>
<p style="text-align: justify;">Con naturalezza – ma anche con reciproca apertura – è nata l’idea di incontrarsi e trascorrere un fine settimana insieme ad ascoltarci e confrontarci sul percorso delle donne femministe, sulle varie accezioni della parola “femminismo”, sulle diverse sfaccettature che il movimento femminista ha sviluppato nel tempo e nelle diverse realtà in cui si è manifestato.</p>
<p style="text-align: justify;">E con altrettanta naturalezza quest’idea è stata accolta.</p>
<p style="text-align: justify;">È stato impegnativo, s’intenda, sia per chi ha (anche) organizzato, sia per chi ha (solo) partecipato.</p>
<p style="text-align: justify;">L’incontro è stato pensato e gestito in maniera accurata: è stata individuata la casa che ci avrebbe (e ci ha) accolte sia per la tavola rotonda che per quella mangereccia, cercato e messo a disposizione una serie di testi emblematici e rappresentativi sia del femminismo in generale che delle singole posizioni all’interno di esso, pensato e organizzato un metodo di discussione che ci vedesse tutte partecipanti attive.</p>
<p style="text-align: justify;">Per prepararci a quest’incontro, a partecipare al quale eravamo circa venti donne, abbiamo letto un testo comune a tutte e ognuna di noi ha poi scelto, da una lista, un articolo del quale ha proposto una relazione nel corso della tavola rotonda.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo metodo è stato molto stimolante, poiché ci ha permesso non solo di dare in nostro contributo alla discussione – seppur molte di noi fossero completamente a digiuno dell’argomento -, ma anche di cominciare a imparare a gestire i nostri pensieri e le nostre considerazioni nell’ambito di un gruppo.</p>
<p style="text-align: justify;">Così, le mie presunte (e presuntuose, oserei ormai dire) certezze sul femminismo sono piano piano crollate.</p>
<p style="text-align: justify;">Ho scoperto che il <strong><span style="color: #993366;">movimento femminista</span></strong> non è nato negli anni ’60, ma ha avuto i primi virgulti addirittura a metà del 1600, quando una donna americana &#8211; Margaret Brent &#8211; ha chiesto di poter votare (ma, contestualmente, anche in Europa le donne si davano da fare!); ho saputo che, nonostante la battaglia delle donne fosse contemporanea rispetto a quella dei neri d’america, questi ultimi (uomini, sia chiaro) hanno visto riconosciuti il proprio diritto di voto quasi cinquant’anni prima delle donne; ho, per la prima volta, sentito parlare della “teoria della differenza”, ho conosciuto la differenza tra femminismo radicale e non, ho capito che femminismo e femminismo lesbico non coincidono e non sempre hanno proceduto di pari passo, ho (finalmente) compreso cosa sono i gruppi di autocoscienza e, soprattutto, cos’è il separatismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il <strong><span style="color: #993366;">separatismo</span></strong>, che ho sempre pensato essere una presa di posizione estremista di donne che anelavano a un mondo esclusivamente al femminile, è semplicemente un modo di essere, di incontrarsi, di confrontarsi tra donne.</p>
<p style="text-align: justify;">Nessuna parolaccia, nessun sentimento discriminatorio nei confronti del genere maschile, solo una modalità di incontro.</p>
<p style="text-align: justify;">E, con somma sorpresa (nonché con estremo piacere, devo dire), ho scoperto non solo di essere sempre stata femminista, ma anche di aver praticato, spesso nella mia vita, il separatismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Già. Perché il separatismo altro non è che un incontrarsi tra donne.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto ciò mi ha fatto riflettere sulle costruzioni che ci portiamo dietro dall’educazione cattolica, dall’ignoranza e dalla mentalità in cui siamo cresciuti e che, spesso, non riconosciamo; sulla necessità del confronto, dell’apertura verso ciò che non conosciamo e che ci fa paura, sull’importanza delle relazioni con gli altri, del tramandare le proprie conoscenze e su come tutto ciò ci arricchisca, non solo dal punto di vista “culturale” ma anche sotto il profilo personale.</p>
<p style="text-align: justify;">La tavola rotonda e tutto ciò che l’ha preceduta (e che la seguirà, spero), infatti, è stata non solo un momento di conoscenza del femminismo, ma anche un’occasione di profonda crescita personale.</p>
<p style="text-align: justify;">È stato un momento di accoglienza e rispetto per tutto ciò che ciascuna delle partecipanti era ed è, a prescindere dall’approccio che essa aveva (e ha) sull’argomento che saremmo andate a trattare, con un’attenzione per i particolari che mi ha fatto sentire a mio agio e partecipante ad un momento importante, in certo modo solenne (basti pensare che, all’arrivo, ciascuna di noi ha trovato una piccola cartella, contenente un breve sunto delle posizioni fondamentali nella storia del femminismo e una bibliografia curatissima, nonché un cartellino col proprio nome, da appuntare sugli abiti, come un convegno con tutti i crismi!).</p>
<p style="text-align: justify;">Per questo e per tutto ciò che verrà, io ringrazio.</p>
<p style="text-align: justify;">Ringrazio Rete Agatergon e tutt* coloro che ne fanno o faranno parte.</p>
<p style="text-align: justify;">E spero che continueremo così, donne!</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
]]></content:encoded>
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		<title>Over the Rainbow &#8211; Intervista alle protagoniste</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Oct 2009 08:55:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rachele</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<address style="text-align: justify;"><a href="http://www.reteagatergon.com/wp-content/uploads/4259_176622910532_134569675532_6802736_3802224_n.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-341" title="4259_176622910532_134569675532_6802736_3802224_n" src="http://www.reteagatergon.com/wp-content/uploads/4259_176622910532_134569675532_6802736_3802224_n-300x240.jpg" alt="4259_176622910532_134569675532_6802736_3802224_n" width="300" height="240" /></a><strong>Continuiamo la nostra indagine sul mondo dell&#8217;omogenitorialità pubblicando una bellissima intervista fatta a Daniela e Marica, coppia di donne romane protagoniste del documentario &#8220;<span style="color: #ff00ff;"><a href="http://www.youtube.com/watch?v=kHrajPY4aTY&amp;feature=player_embedded#at=223" target="_blank">Over tha rainbow</a><span style="color: #000000;">&#8220;,</span> </span>che oltre a tentare di avere un figlio stanno facendo, a nostro avviso, un lavoro faticoso ed impegnativo ma molto importante per tutto il movimento GLBT, e costituito da viaggi, dialogo, ascolto e confronto. </strong></address>
<address style="text-align: justify;"><strong>Tra un sorriso ed un sorso di moscato abbiamo avuto la fortuna di condividere una conversazione molto costruttiva, che ci ha arricchit* sia dal punto di vista della conoscenza della loro storia e di tutto quello che ogni giorno affrontano, ma soprattutto dal punto di vista umano, trasmettendoci una carica positiva che vogliamo loro rigirare augurando che il loro sogno più grande possa presto diventare realtà!</strong></address>
<address style="text-align: justify;"><strong><br />
</strong></address>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;"><strong>Rete: &#8211; Com’è nata l’idea del documentario? Siete state voi a proporvi….</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000080;"><strong>Daniela</strong>: &#8211; No, non siamo state noi. Una nostra amica che fa la Dj nei locali sa, ci conosce e sa che stavamo tentando in tutti i modi di fare un figlio.  Lei è stata contattata da una persona che la conosce, che è una regista, <a href="http://www.cinemaitaliano.info/pers/019348/simona-cocozza.html" target="_blank"><span style="color: #ff00ff;"><strong>Simona Cocozza</strong></span></a>, che aveva avuto l’idea di fare un documentario sull’omogenitorialità femminile. Questa ragazza che si chiama <a title="Lusky DJ" href="http://www.gayvillage.it/ss/it-lusky-dj/" target="_blank">Lusky DJ</a>, per chi sta a Roma è abbastanza conosciuta, le ha fatto il nostro nome, le ha dato il nostro numero di telefono, e così ci siamo incontrate con Simona e con <strong><span style="color: #ff00ff;"><a href="http://www.cinemaitaliano.info/pers/004804/maria-martinelli.html" target="_blank">Maria Martinelli</a></span></strong>, che poi sono le registe di questo documentario e abbiamo cercato di capire che cosa avevano in testa. Quello che avevano in testa ci piaceva, nel senso che era un’idea condivisa: noi volevamo dare una testimonianza, non volevamo fare una roba politica. La nostra storia è simile a molte altre storie, non è uguale ma molto simile e quindi ci siamo accordate su questo, ci abbiam pensato una settimana/10 giorni, ne abbiam parlato tra noi, ci siamo confrontate e loro c’erano molto piaciute, anche per la sensibilità rispetto a questo tema, e ci siamo semplicemente dette: noi siamo in questo movimento ma in realtà non abbiamo molto tempo, personalmente ho fatto tante cose importanti, specie a Roma, però non ci avevo mai messo la faccia, perché sia io che Marica siamo un po’ più da dietro le quinte, e abbiamo detto: però noi non possiamo chiedere di fare un figlio e chiedere dei diritti senza pensare di metterci i nostri corpi, il nostro volto, la nostra faccia, la nostra testimonianza…</span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #993300;"><strong>Marica</strong>: &#8211;  Anche perché nessuno ce la metterebbe per te.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000080;">E allora noi abbiamo pensato: noi dobbiamo anche dare un esempio a nostro figlio, che verrà e che speriamo venga presto, e quindi abbiamo accettato. Questa è stata la motivazione sociale, morale, etica che ci ha portate a questa scelta, e poi ci siamo dette che ci avrebbe fatto davvero molto piacere avere un documento per nostro figlio che gli raccontasse la sua storia, poiché noi non abbiamo nessun desiderio di raccontargli bugie, ma vogliamo raccontargli la verità perché i rapporti si creano sulla fiducia, e noi che già lo amiamo non potremmo mai mancare a questo patto. E ci siamo dette pensa che bella opportunità che abbiamo di lasciare un documento a nostro figlio che racconti tutto il percorso che hanno fatto le mamme per averlo. E quindi lui potrà capire molto meglio e potrà conoscere la sua storia non soltanto dai nostri occhi, dai nostri racconti, dai diari che stiamo tenendo, ma anche dagli occhi di qualcun altro che ci riprende. Da lì abbiamo scelto che saremmo state noi stesse, dal primo all’ultimo momento: non ci saremmo truccate, non ci saremmo mascherate, saremmo state noi con tutte le nostre caratteristiche, quindi con tutti i nostri pregi e i nostri difetti, e ci saremmo messe in gioco fino alla fine senza aver paura. E così abbiamo approcciato il documentario.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;"><strong>- Ma quando avete deciso di fare il documentario già tutti sapevano di voi o è stato un motivo in più per fare coming-out con chi non sapeva?</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #993300;">Nono, tutti sanno di noi: in famiglia, al lavoro, gli amici. Noi non ci presentiamo come Daniela e Marica lesbiche, ma a domanda rispondiamo.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000080;">O se ci chiedono se siamo conviventi, se abbiamo un convivente noi diciamo la verità anche perché questa cosa che da una parte può sembrare penalizzante per chi ti discrimina, dall’altra ti può dare la possibilità di scegliere, perché se tu hai davanti una persona che ti discrimina non è detto che tu da omosessuale hai voglia di frequentarla questa persona, anzi molto probabilmente non hai gran voglia di frequentarla, perché quello comporta un lavoro, anche molto faticoso, e di confronto. E quindi puoi anche tu scegliere di non frequentare quell’individuo, di non accettare quel lavoro, perché sono tutti compromessi che poi paghi sulla tua salute, sulla tua vita. E poiché noi pensiamo che star bene, fisicamente bene, stare in equilibrio, ci dia la possibilità di mettere in gioco le nostre energie, e di farle confluire nelle energie generali, quelle di tutti, perché più noi siamo solide, equilibrate, e più noi abbiamo la possibilità di confrontarci con gli altri e quindi di crescere. E’ una scelta di consapevolezza, di etica, di senso della cosa comune, e di stare bene. E poi pensiamo di poter contribuire con la nostra unicità, con la nostra diversità, di portarla come un’opportunità di cambiamento, quindi l’omosessualità non vista come una cosa peggiore o migliore di un’altra ma come una roba diversa, e quindi la diversità come concetto di valore, come ricchezza. Questo piccolo modo che ci siamo date di esistere ci consente di essere sempre più forti ma anche di avere una ricchezza da confrontare con gli altri. Perché se ti metti in gioco gli altri si mettono in gioco, e ti danno tantissimo. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;"><strong>- Il desiderio di maternità voi lo considerate come un vostro istinto o pensate che potreste portare insieme un altro progetto di vita &#8220;sostitutivo&#8221;? (come potrebbe esserlo anche un&#8217; altra attività) </strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000080;">Noi facciamo tante cose insieme, e se non dovessimo avere un figlio, cosa che noi non ci auguriamo perché è un desiderio del nostro corpo, della nostra mente, del nostro amore insieme, del nostro progetto di vita insieme, non è che la nostra vita, la nostra coppia si sfascia e domani ognuna va per la sua strada perché non siamo riuscite ad avere un figlio e cerchiamo di avere un figlio da un’altra situazione. Noi condividiamo un amore profondo, ci siamo innamorate, ci amiamo, dopo 5 anni ci sembra che sian passati 5 giorni, e ci meravigliamo noi stesse del fatto che sono 5 anni che stiamo insieme e questa cosa, il nostro amore, cresce. Cresce perché è alimentata, curata, innaffiata, messa sotto il sole e non nascosta, cresce bene, cresce forte, cresce rigogliosa. Potrebbe finire, però un figlio è un arricchimento di un percorso, ma se non c’è un figlio perché noi per un qualche motivo non potremo avere un figlio noi continueremo a stare insieme e continueremo, come già facciamo, a fare altre cose insieme. Cioè il figlio non è l’unica nostra prospettiva, ma è… è abbastanza banale: siamo una coppia che si ama e che desidera avere un figlio, così come un uomo e una donna che si amano e che desiderano avere un figlio e tecnicamente per loro è più semplice. Però se questo progetto di avere un figlio non dovesse andare bene, perché non riusciamo a coronare questo sogno noi nel frattempo stiamo facendo tantissime altre cose, che ci fanno crescere e ci rinforzano.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;"><strong>- La domanda è questa: per la maggior parte delle donne ad una certa età è normale desiderare di avere un figlio. Ma quanto è veramente un desiderio, e quanto qualcosa di indotto dall’esterno, magari da sovrastrutture culturali?</strong></span></p>
<p><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000080;">Ma il nostro è un desiderio, ce l’avevo io prima di conoscere Marica, da single ci ho provato, perché sentivo proprio che il mio corpo, la mia anima e la mia testa lo desideravano profondamente, e poi non è stato possibile, e quindi io avevo chiuso questa cosa. Avrei continuato a fare altre cose, con la stessa passione e con lo stesso amore, con dentro il cuore un piccolo dolore. Quando ho conosciuto Marica non ho subito pensato: ah che bella donna, intelligente, simpatica, è la donna perfetta per fare un figlio! Pensavo che la nostra storia non sarebbe durata molto, sia per la differenza d’età, sia perché era stata lei a scegliermi, e anche se c’era una grande attrazione fisica non pensavo sarebbe durata molto. Poi dall’attrazione si è passate alla stima, al confronto, ad un confronto profondo, all’amore, e questo desiderio di avere un figlio è cresciuto con noi, è nato perchè abbiamo detto “Ma come stiamo bene insieme, ma quanto sarebbe bello confrontarci con una persona diversa da noi che però è il frutto del nostro amore, crescere insieme a lui o a lei, e vedere la vita con i suoi occhi ma anche contribuire al confronto continuo. E’ nato così, è nato nella maniera più spontanea, non è costruita, non è indotta, è nata per un sentire personale, mio e suo, che avevamo sicuramente, ma è nata principalmente da un desiderio. E se ci fosse stata la possibilità di adottare un bambino non ci saremmo sottoposte a questa ingiusta e crudele trafila di fecondazioni. L’avremmo adottato e sarebbe stato nostro figlio da subito. Perché non è soltanto il senso della maternità che ti spinge ad avere un figlio, ma anche quello che tu costruisci o potresti costruire con lui, ma non perché ha il tuo DNA ma perché lo costruisci giorno dopo giorno. Perché contribuisci alla sua crescita in termini affettivi, di continuità affettiva, in termini economici, e contribuisci a costruire una relazione e lui contribuisce a crescere insieme, ad un vero scambio profondo. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000080;">L’adozione non è possibile e facciamo tutto quello che dobbiamo fare. L’unica cosa che non faremo mai è comprare un bambino, per non alimentare un mercato nero, per non alimentare mercati non regolamentari e non regolamentati. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;"><strong>- Qual è stata la reazione di famiglie e amici rispetto alla vostra idea di avere un figlio?</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #993300;">Inizialmente erano preoccupati, dicevano che questo figlio sarebbe cresciuto disturbato a causa dell’assenza di una figura paterna. Poi, dando loro degli strumenti, facendo per esempio leggere il libro di Chiara Lalli, piuttosto che studi, statistiche, dati, avendoli portati alle riunioni di famiglie arcobaleno, facendogli conoscere le realtà, i bambini che già ci sono, le loro paure si sono smussate e quindi oggi come oggi non dico che fanno i fuochi d’artificio però…</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000080;">No, sono preoccupati per noi, hanno paura delle ripercussioni, hanno paura che possiamo avere qualche problema, che qualcuno ci possa malmenare, che qualcuno ci possa discriminare… I problemi ci sono, noi non stiamo negando l’assenza di problema, il problema c’è ed è chiaro, tutto sta a decidere se affrontarlo oppure no. Noi abbiamo deciso di affrontarlo, speriamo di essere anche un po’ fortunate perché quello serve nella vita, e possiamo dire che fino ad adesso abbiamo trovato più belle persone che pazzi. E’ chiaro che la nostra esposizione preoccupa le nostre famiglie, che hanno capito che facciamo tutto questo anche per gli altri, per un senso collettivo della vita. E in fondo, anche se sono preoccupati per noi, in fondo in fondo, ci stimano e ci sostengono per quello che stiamo facendo! Non ce lo diranno mai, però lo capiamo da tutta una serie di cose. Loro come padri e come madri tendono a proteggerci, essendo convinti che nell’anonimato possono proteggerci di più, senza capire che quello è il momento in cui noi finiamo in un buco nero e non ci proteggono in quel modo lì, ma ci proteggono se ne parlano, con i loro amici, con i loro colleghi di lavoro, e che il cambiamento parte anche da loro. Noi glielo spieghiamo di tanto in tanto quando hanno qualche defaiance e andiamo avanti. </span><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong><span style="color: #333333;"><strong>- E in termini di spesa la scelta che avete fatto voi quanto incide?</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #993300;">Dipende dai tentativi.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong><span style="color: #000080;">Dipende dai tentativi. Diciamo che chi è più fortunata di noi e fa 2-3 tentativi e rimane incinta è una roba accettabile, se questa cosa continua a lungo è un po’ faticosa economicamente. Noi viviamo un grosso privilegio nel fare parecchi tentativi che è il fatto che abbiamo un lavoro, che risparmiamo tutti i nostri soldi per fare questa cosa, non andiamo in vacanza o se lo facciamo ci appoggiamo a nostri amici che gentilmente ci ospitano. Tutte le nostre risorse economiche finiscono lì perché per noi questa è una priorità. Certo i soldi non sono infiniti…</span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong><span style="color: #993300;">E’ chiaro che fai delle scelte in virtù di quello che desideri. Per noi è importante avere un figlio, sappiamo che il percorso è quello e rinunciamo a tutto il resto.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;"><strong>- E quindi chi ha un lavoretto, o è colpito dalla crisi…..?</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000080;">Guarda io ti racconto una storia, per farti capire quanto poi veramente conti anche la fortuna, conta l’imprevedibilità. Allora, a Napoli ci sono due ragazze che lavorano in un call center, gli stipendi del call-center sono miseri. Loro fanno il loro primo grosso investimento insieme e vanno a vivere insieme, prendono una casetta, vanno a vivere insieme, sono molto innamorate, e poi decidono di avere un figlio, quindi loro per fare un’inseminazione risparmiano tutto l’anno per poter partire a fare un’inseminazione. Questo tentativo però non va bene, con grande delusione, tutti i loro risparmi finiti, il loro sogno s’infrange, e un altro anno davanti per rimettersi economicamente in sesto e rifare la stessa cosa. Secondo anno stessa, cosa, ripartono e di nuovo non riesce. Il terzo anno riniziano di nuovo a fare la stessa cosa, perchè sono molto motivate, hanno un desiderio profondo e quindi rimettono i soldi da parte. Ad un certo punto hanno un imprevisto, una spesa imprevista e quindi sono costrette a spendere una parte dei soldi che avevano messo da parte per aggiustare questa situazione imprevista. In tutti questi 3 anni però loro all’interno del call-center conoscono persone, raccontano del loro amore, del loro desiderio, dei loro viaggi. Loro sarebbero dovute partire per natale: stavano quindi per partire ma non hanno i soldi. Si confidano con una collega, disperate perché non potevano più partire, avrebbero dovuto aspettare un altro anno. In questo call-center, queste 600 o 800, non ricordo bene, persone che vi lavoravano si sono tutte tassate per 2, 3, 5 euro non di più, e hanno così consentito di rintegrare quei soldi e di partire. Hanno loro fatto un regalo di Natale, tutti: dal capo, ai dirigenti, ai colleghi consentendo loro di provare a coronare il loro sogno. Loro non si sono offese, hanno accolto questo regalo e sono partite; al ritorno, dopo 20 giorni, hanno scoperto di essere incinte: e quando questo bambino è nato è stata la gioia di tutto questo grande call-center. Allora questa è una storia che non è una fiaba, questa è vita vissuta, è la storia di un bambino che è nato da due donne, cha hanno saputo raccontare la loro storia e le loro traversie ai loro colleghi, che molto probabilmente le hanno apprezzate per il loro impegno sul lavoro, per la loro gioia, per il loro sogno. Da questo viaggio dell’Amore è nato un bambino! </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000080;">Questo per dire che i soldi sono importanti, però con parecchi sacrifici e con la capacità di trasferire questo sogno d’amore, gli altri ti aiutano. Questa è una storia di grossa civiltà, questo Paese è pronto per una legge contro l’omofobia, per una legge che riconosce la continuità affettiva del genitore non biologico, che riconosce il testamento biologico… l’unica realtà che non è pronta a fare questo è la politica che ha un interesse personale o partitocratico rispetto all’interesse collettivo. Questo è un Paese generoso, è un paese fatto di persone speciali, che non finiscono sui giornali, di cui non si sa niente, ma esistono, tanto al Sud quanto al Nord. Ma sta agli individui la capacità di condividere le proprie emozioni e se stessi, mettersi in gioco. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;"><strong>- Cosa ne pensate delle dichiarazioni di Giuseppina La Delfa, all’indomani del Pride?</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #993300;">Era un modo per dire “ se non volete fare niente per gli omosessuali almeno occupatevi del minore in virtù del fatto che il genitore non biologico in caso venga a mancare quello biologico viene separato dal bambino”. </span><strong><br />
</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000080;">Questa è una cosa grave, ma è in caso di morte. Però potrebbe capitare anche una separazione dalla compagna, ma nulla potrebbe separarmi da mio figlio e nulla osta dal fatto che io sia stata un buon genitore e voglio continuare ad esserlo! Io mi sono presa un impegno nei confronti di questo bambino, che non è solo un impegno ma anche un diritto. Il senso della frase era quindi: ok, da omosessuali non ci date niente, non si capisce perché ma non ci date niente. Allora non partiamo da noi, partiamo da un minore e vediamo come riuscite ad organizzarci delle leggi, perché noi vogliamo vivere sereni e felici. Perché se noi siamo sereni e felici i nostri figli crescono ancora più sereni e felici. </span><strong><br />
</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong><span style="color: #993300;">Il genitore omosessuale non biologico ci ha il doppio svantaggio perché intanto è omosessuale, e quindi cittadino di serie B, ed in più la legge non lo riconosce come genitore.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;"> <strong>- Quindi se viene a mancare la madre biologica?</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong><span style="color: #000080;">La madre non biologica non ha alcun diritto, e il figlio viene affidato o ai parenti più prossimi o va in affidamento. La cosa che più vorrei avere sono dei doveri nei confronti di mio figlio…</span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong><span style="color: #333333;"><strong>- Pertanto se il vostro status di famiglia fosse legalmente riconosciuto sarebbe diverso…??</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong><span style="color: #000080;">Ovviamente!</span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;"><strong>- Conoscete <a href="http://www.chiaralalli.com/" target="_blank">Chiara Lalli</a> e il suo libro &#8220;Buoni genitori&#8221;?</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong><span style="color: #000080;">Come no! Chiara è un’amica e sta facendo un lavoro grandioso e si impegna non solo per gli omosessuali ma per tutte le minoranze!</span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;"><strong>- Nel documentario Daniela dichiara che l&#8217;accettazione della sua omosessualità è facilitata dalla sua posizione sociale. Pensi che l&#8217;affermazione individuale influenzi le opinioni degli altri e faciliti la disponibilità ad accettare situazioni che, in contesti diversi, sarebbero rifiutate? E questo, secondo te, non costituisce una deminutio per gli omosessuali e le lesbiche in generale?</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong><span style="color: #000080;">Assolutamente! Si tende a pensare che un gay dev’essere un migliore: un gay non dev’essere né migliore né peggiore di un eterosessuale, dev’essere sé stesso.  E’ chiaro che in una società che premia il successo professionale, la disponibilità economica, le gerarchie di potere, se tu hai la fortuna e la capacità di farne parte è chiaro che è più facile perché ti puoi imporre. Io sono talmente consapevole di questa cosa che la utilizzo per me e per far passare il concetto di omosessualità ma il lavoro che faccio non lo faccio su quelle persone ma per tutti quello che non sono come me, che non hanno la mia stessa fortuna e sono persone normalissime. Io ho avuto la fortuna di fare un mestiere che mi fa entrare in certe stanze e premere certi bottoni, e io questa cosa la voglio sfruttare ma non a vantaggio mio, ma della comunità, di tutti noi! </span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #993300;">Sì, ma è anche vero, come nel mio caso, io sono un’impiegata per esempio. Io sono andata a fare un colloquio ad aprile e durante questo colloquio mi è stato chiesto se avevo un compagno, se convivevo o se ero sposata. Io in fase di colloquio ho dichiarato di essere omosessuale, quindi la discriminazione poteva avvenire già lì, e gliel’ho detto proprio tranquillamente, ho detto visto che siamo in fase di colloquio e ci stiamo conoscendo per me questa è una scelta. Quindi anche se mi prendete ma mi discriminate per il mio orientamento io posso anche scegliere di non venire a lavorare con voi. Stessa cosa per loro, anche loro potevano scegliere, sapendo benissimo come stanno le cose: è una questione di franchezza e di trasparenza. A me m’hanno assunto. Quindi è vero il discorso di Daniela, che a certi livelli e nella sua posizione è più facile però è anche vero che devi portare le persone a certi ragionamenti.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong><span style="color: #000080;">Quindi fa tanto la posizione ma la posizione è uno strumento; fa tanto il fatto che tu sei una persona in equilibrio, consapevole di quello che sei, perché una cosa che è sempre premiata, anche se non te lo diranno, è la correttezza, la trasparenza.  Tu ti stai “vendendo” per quello che sei, gli altri possono scegliere come puoi scegliere anche tu: io non andrei mai a lavorare in un ambiente omofobico, piuttosto faccio un altro mestiere! Questa è una forza non è una debolezza, e poi è un modo per dare fiducia agli altri, così come noi la vogliamo dobbiamo darla. Se noi ci chiudiamo saranno due mondi che non si parlano. E se noi facciamo questo gli altri saranno molto migliori. Però devi avere coraggio, perché se magari poi ti discriminano, tu capirai che non potevi stare in quell’ambiente, e quindi è comunque un vantaggio!</span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;"><strong>- Però è pure vero che ci sono ambienti dove è difficile lavorare ed essere dichiarati, come in un tribunale per esempio…</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000080;">Non è vero, non è vero! </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #993300;">Non è una questione d’ambiente, è una questione di rapporti personali. La visibilità si fa quando si è in confidenza, mica al giudice quando sei in udienza. E’ meglio mentire, è meglio fare finta di essere quello che non si è? E’ meglio vivere di frustrazioni che possono solo amareggiarci e abbrutirci? </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000080;">No, io non voglio essere una persona così! Preferisco prendere qualche fregatura in più, ma essere una persona che porta energia, che porta un contributo, che porta gioia! Non voglio portare la parte peggiore di me, non voglio che gli altri mi facciano diventare peggiore. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #993300;">Ma poi anche negli ambienti più difficili se non sei tu ad attivare il cambiamento non lo farà mai nessuno per te, sei tu che devi combattere per te stesso, sei tu che ci devi mettere la faccia. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000080;">E non significa fare una lotta aggressiva o una lotta di posizione.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #993300;">No devi semplicemente portare la tua testimonianza. Io penso questo: se una persona ti fa una domanda vuol dire che si può aspettare qualsiasi risposta. Quando mia madre mi ha chiesto ma tu sei omosessuale? Vuol dire che lei già aveva un dubbio e dunque poteva aspettarsi una risposta affermativa! Era quindi perfettamente pronta ad aspettarsi la mia risposta, che ha avuto… E il concetto è lo stesso per colleghi, amici o che, perché probabilmente vogliono condividere con te, e allora è meglio creare un rapporto lineare e sincero da subito piuttosto che crearsi tutta una serie di impalcature. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;"><strong>- Secondo voi non è più semplice una cosa del genere in una città grande come Roma?</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000080;">No, questo è un altro pregiudizio! Come quello sui cinesi di cui si dice che non gli fanno funerali e chissà che fine je fanno fa! Sono pregiudizi, e lo abbiamo visto: si vive benissimo in città del sud e del nord: cioè vivi bene se sei consapevole di te, è un lavoro che va fatto su se stessi,  non va fatto sugli altri, gli altri cambiano di conseguenza se cambi tu. Se tu come individuo sei sereno e i pregiudizi non ti toccano perché hai elaborato delle cose dentro di te, tu non risponderai mai in maniera non assertiva, e l’altro non entrerà in conflitto, non ne avrà motivo. Può non pensarla come te, e ci può anche stare, ma piano piano potrai anche trovare altri punti di incontro con quell’individuo. Se smettiamo di vedere questo bicchiere solo come mezzo vuoto, le cose cambiano. Non puoi chiedere un cambiamento se non cambi tu!</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #993300;">Come facciamo a chiedere dei diritti se ci nascondiamo? </span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> <span style="color: #333333;">- Avete paura delle discriminazioni che potrà subire il bambino quando dovrà spiegare che avrà due mamme e non una mamma ed un papà?</span></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000080;">Intanto non sarà lui all’inizio a spiegare di avere due mamme, perché sarà talmente piccolo che non sarà in grado di parlare e quindi saremo noi a spiegarlo agli altri. Poi a nostro figlio forniremo tutti gli strumenti adatti alla sua età e al suo percorso di crescita, e staremo a vedere. Però diciamo che abbiamo conosciuto anche un sacco di mamme che hanno figli anche di 8,11, 15 anni (adesso c’è questo boom baby gay come lo chiamano sulla stampa, ed un po’ è vero perché siamo più consapevoli e sappiamo che possiamo fare anche dei figli, siamo più forti nel fare delle scelte e più in grado di metterci in gioco)… e quindi siamo consapevoli che questo figlio potrebbe trovare delle sacche di difficoltà, potrebbe fare più fatica però avrà tutti gli strumenti per poter colloquiare e poi avrà due mamme che lo amano e che lo supportano come ci hanno supportato i nostri genitori. Le sue difficoltà non saranno queste, a noi preoccupa molto di più la droga, la male cultura, il pedofilo, il bullismo, che sono cose che preoccupano tutti i nostri amici eterosessuali con figli. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;"><strong>- Ma non avete paura di sentirvi dire che a scuola gli /le hanno chiesto &#8220;che fine ha fatto il papà&#8221;?</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000080;">Ma lui saprà da sempre che ha due mamme, quindi non avrà questo problema, saprà che il papà è un donatore, che lui è nato in un certo modo, che la sua famiglia è quella, che è diversa dalle altre famiglie con cui dovrà confrontarsi, saprà tutto da subito, ci crescerà in quell’ambiente, quindi lui saprà che il papà non ce l’ha: lui è nato grazie ad una donazione di un uomo che forse conosciamo, che forse non conosciamo, che ci ha donato il suo seme. Se lo conosciamo e lo conosceremo avrà l’opportunità forse di conoscerlo anche lui, se non sarà nel frattempo morto e sarà voglioso di farsi conoscere, ma  non è il padre, perché lui il padre non ce l’ha. Lui ci ha due mamme. Poi ci avrà mia madre, la madre di Marica, il papà di Marica, mio fratello, mia cognata, avrà una famiglia normale, quasi da carie ai denti per quanto sarà normale questa famiglia. Non è diversa dalle altre, ci ha soltanto due mamme, e per lui/lei sarà normalissimo, saprà che noi siamo omosessuali, e probabilmente molto prima degli altri bambini saprà cos’è l’omosessualità, nascerà una famiglia diversa, ma né peggiore né migliore delle altre, solo diversa!</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;"><strong> </strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;"><strong>- A chi vi dice che la vostra è una scelta egoista cosa rispondete?</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #993300;">Io la ritengo un’offesa ma la ritengo anche un modo paradossale per definire la nostra scelta, perché la consapevolezza con cui noi, ma qualsiasi coppia omosessuale, affronta e decide di avere un figlio è enorme, perché si fa duemila problemi, si pone duemila domande, quando lo facciamo, come lo facciamo, che succederà, chi lo discriminerà, domande che una coppia eterosessuale non si fa nella maggior parte dei casi. E saranno comunque genitori.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;"><strong>- E se uno ti dicesse che sei egoista perché non ti rendi conto del futuro di un pargolo innocente?</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #993300;">Io sono la figlia omosessuale di una famiglia eterosessuale. I miei hanno tenuto molto conto a come io crescessi, ma questo non ha determinato che io sarei poi diventata omosessuale. Le persone che in genere fanno questo tipo di affermazioni sono persone poco documentate, perché ci sono tantissimi libri e studi che dimostrano che i bambini delle famiglie omosessuali crescono né meglio né peggio che nelle famiglie eterosessuali. Certe affermazioni quindi vengono da persone che ignorano determinate cose e mi sembrano piuttosto superficiali. Allora, le inviterei, prima di dare dei giudizi, a documentarsi.</span><strong> </strong><span style="color: #993300;">Forse si è egoisti a non fare un figlio, perché a fare un figlio stravolgi completamente la tua vita: perché non sei più tu la priorità, ma sarà il piccoletto! Tutto quello che sto facendo per avere un figlio non è egoismo è consapevolezza: chiedere i permessi, spararsi gli ormoni, fare i viaggi, ecc.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;"><strong>- Secondo voi un bambino ha bisogno di una figura maschile di riferimento, e cos’è una figura maschile di riferimento per voi?</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #993300;">La figura maschile e la figura femminile sono importanti. Crescere in una famiglia omosessuale, maschile o femminile, non significa che non avrai poi delle figure nel nostro caso maschili di riferimento. Ce le avrà: io ho un fratello, lei ha un fratello, gli zii, il nonno… Non è che noi gli neghiamo la figura maschile, noi gli stiamo proponendo un modello di famiglia diverso da quello cui siamo abituati.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000080;">E poi voglio dire io ho dentro di me delle caratteristiche che per cultura, sono sempre stati considerati maschili. Lui avrà la possibilità di scegliere in base ai caratteri, alle attitudini. Per esempio il papà di Marica è stato un mammo, perché aveva più tempo perché aveva un lavoro a turni e quindi si occupava dei figli più della mamma che invece lavorava con un orario molto più rigido. E vogliamo dire che Marica è lesbica per questo? Ma non è vero per niente.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;"><strong>- Quindi per te cos’è una figura maschile?</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000080;">Per me è identica ad una figura femminile, è una persona che porta se stesso, contribuisce alla famiglia portando se stesso, le sue caratteristiche. Un genitore mette in gioco se stesso, e non vale solo per un genitore, perché noi ci confronteremo col mondo, e lui/lei potrà conoscere tutti quelli che gli stanno intorno e prenderà dagli altri così come noi abbiamo preso dagli amici dei nostri genitori, dagli zii, dai nonni, e da tutte quelle figure di riferimento che ci siamo scelti nella vita. Anche dagli insegnanti, per esempio, perché il mondo non è chiuso solo nella famiglia.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;"><strong>- Gli omosessuali maschi possono essere buoni genitori come le lesbiche?</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000080;">Allo stesso modo. Né più e né meno. Ne conosciamo tanti. Non c’è un buono o cattivo. Dobbiamo uscire fuori da questi cassetti alla Dalì che non servono a niente, e che non fanno altro che farci chiudere dentro schemi. Cerchiamo di vedere la vita in un tutto tondo dove le persone si confrontano e fanno vedere quello che sono a prescindere dal loro sesso o orientamento, portano la loro personalità. Smettiamola di vedere questa televisione che ci condiziona con certi modelli. Smettiamola di parlare per stereotipi e cerchiamo di vedere quello che ci fa stare veramente bene, che poi sono cose semplici e banali: l’amore, il confronto, la stima e la condivisione.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;"><strong>- Che ne pensate della maternità surrogata e dell&#8217; utero in affitto?</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000080;">Ci sono dei paesi dove un utero in affitto è davvero un utero in affitto, cioè viene pagato a prescindere. Poi ci sono dei paesi più evoluti dove i nostri amici omosessuali consapevoli di questo NON VANNO mentre le coppie eterosessuali VANNO perché magari meno abbienti e questo sia chiaro. Intanto utero in affitto non significa che la portatrice, che è quella che porta il bambino e non ha gli ovuli, gli ovuli sono di una donatrice… di solito in tutti i paesi civilizzati dove ci sono delle regole ben precise la portatrice ha: una famiglia sua, dei figli suoi e più di uno, non lo fa per denaro, il rimborso che le viene dato sono le spese mediche, più un piccolo rimborso per il tempo che lei detrae al suo lavoro. Quindi non è che si arricchisce facendo la portatrice, questi sono tutti pregiudizi idioti. La portatrice crea insieme ai genitori omosessuali maschi un rapporto: il bambino saprà chi l’ha portato e molto probabilmente saprà anche chi ha donato gli ovuli, questo è possibile (IN canada, In Inghilterra) nei paesi civilizzati. Dalla scarsa informazione nasce un profondo pregiudizio… e quindi Utero in affitto = poverina, chissà quanti soldi….</span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;"><strong>- Che Iter avete seguito? Dove siete andate?</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000080;">In Spagna, e in Danimarca. In Spagna ci hanno deluso perché non hanno riconosciuto un problema alla tiroide di Marica.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #993300;">E adesso che accederemo alla FIVET (fecondazione in vitro) andremo in Grecia. La Fivet è più sicura ed ha più probabilità della semplice intrauterina!</span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #333333;"><strong>- Ultima domanda: se vostro figlio ereditasse l’insana passione per il calcio?</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>(</strong><span style="color: #333333;">Risate</span><strong>)….</strong><span style="color: #000080;">Eh, che fai? Se quella è la sua passione? Mi sa che andrei alle sue partite! </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000080;"><span style="color: #993300;">Forse finalmente andrebbe a vedere le partite!</span><br />
</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000080;">Non bloccherei mai la sua passione, se una passione sana! Forse mi appassionerò per la prima volta nella mia vita… o magari lo porterò a conoscere anche altre cose. Vabbè lo porterò alle partite di calcetto… spero proprio di no! Nun ce posso pensà, me sento male!</span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #993300;">Vabbè nun te giustificà… <span style="color: #333333;"><strong>(</strong>Ancora risate&#8230;<strong>)</strong></span><br />
</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000080;"><br />
</span></p>
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		<title>Mare e Femminismi</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Sep 2009 12:43:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rachele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[In un periodo in cui sembra non si parli più di femminismo e se ti definisci femminista la gente ti guarda male; in un momento in cui i movimenti femminili sembrano sommessi o autoreferenziali, e la querelle tra sesso e potere è animatissima; in questo momento in cui é fortissimo lo scarto generazionale tra le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_290" class="wp-caption alignleft" style="width: 270px"><a href="http://www.reteagatergon.com/wp-content/uploads/Locandina-Settembre-definitiva.jpg"><img class="size-large wp-image-290" title="Locandina Settembre definitiva" src="http://www.reteagatergon.com/wp-content/uploads/Locandina-Settembre-definitiva-723x1024.jpg" alt="Locandina Settembre - Foto Tano D'amico" width="260" height="368" /></a><p class="wp-caption-text">Foto Tano D&#39;Amico</p></div>
<address style="text-align: justify;"><strong>In un periodo in cui sembra <a href="http://femminismo-a-sud.noblogs.org/post/2009/09/09/il-presunto-silenzio-delle-donne-e-le-politiche-di-disciplinamento" target="_blank">non si parli più</a> di femminismo e se ti definisci femminista la gente ti guarda male; in un momento in cui i movimenti femminili sembrano sommessi o autoreferenziali, e la querelle tra <a href="http://www.corriere.it/cronache/09_settembre_15/Veline_escort_maschilismo_Lettera_aperta_alle_donne_maria_laura_rodota_7300151c-a1c0-11de-a593-00144f02aabc.shtml" target="_blank">sesso e potere</a> è animatissima; in questo momento in cui é fortissimo lo scarto generazionale tra le donne che hanno combattuto per quei diritti che le giovani oggi ritengono più che scontati</strong>&#8230; <strong>insomma in un periodo in cui ogni dialogo, anche tra donne, &#8220;sembra&#8221; svanito o afono, la Rete Agatergon ha deciso di dedicarsi allo studio e al confronto dei Femminismi&#8230; adottando una pratica tipicamente femminista!</strong></address>
<address style="text-align: justify;">
</address>
<p style="text-align: justify;">Attraverso il dialogo e lo scambio di idee, la lettura e il parlare di donne tra donne, la Rete Agatergon proverà ad instaurare un sistema piu&#8217; ampio di scambio e relazione cercando di capire dove si é innescato il corto circuito, provando a <span style="font-style: italic;">pensarsi</span> senza sentire la necessità di collocarsi ad alcun &#8220;livello&#8221; , spogliandoci una volta per tutte dei panni dell&#8217;inadeguatezza che ci immobilizza e ci rende mute anche al cospetto di  altre donne certamente anche piu&#8217; preparate di noi a cui dobbiamo stima e rispetto.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci sentiamo all&#8217;inizio di una presa di coscienza e di impegno che  ci spinge ad uscire da anni e anni di indifferenza e di &#8220;tanto non cambia niente&#8221;: soltanto noi possiamo essere il motore del cambiamento di noi stess*!</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">« Ero sorda e cieca / Adesso ho occhi e orecchie dappertutto&#8230; / le visite sono finite / uscirò uscirò uscirò&#8230; / Ero qualcuno / Adesso sono qualcuna / Sono donna / e le mie sorelle mi aspettano / Non sapevo cantare / Ho provato / ora urlo / e ho dimenticato le lacrime ».</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">
<address style="text-align: justify;">
</address>
<p style="text-align: justify;">
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