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Che siete lesbiche?

Roma, 9 maggio 2013

Ieri sera passeggiavo tranquilla in compagnia di una ragazza nei pressi del quartiere Torpignattara, tenendo il mio braccio sotto il suo, e non avendo dunque alcun tipo di atteggiamento esplicitamente omoaffettivo nei suoi confronti.

Ad un uomo, presumibilmente extra-comunitario e visibilmente ubriaco (aveva tra le mani una bottiglia da 66  di birra) la cosa ha particolarmente infastidito tanto da dargli il diritto di pronunciare alle nostre spalle, e con una certa derisione, la frase: “Lesbiche! Ma che siete lesbiche?”.  La nostra reazione è stata di forte rabbia e di grande indignazione, non perché dia fastidio il termine “lesbica”, ma per il disprezzo e la modalità con cui è stata pronunciata.

Sono lesbica, e me ne vanto. Non nascondo la cosa e se voglio baciare la mia ragazza in giro non devo chiedere il permesso a nessuno. Ma ieri sera, per la prima volta dopo anni di “osservazione e denuncia” di ciò che succede in giro alle persone GLBT, la cosa ha colpito me in prima persona.

Il senso di impotenza è stato enorme, anche perché erano in quattro, fisicamente più forti e chiaramente alterati dall’alcool in corpo, così che alla rabbia per ciò che c’era appena stato detto con una certa codardia si è aggiunta anche la paura di una reazione incontrollata da parte di questi quattro palesemente intenzionati a infastidirci. C’è sembrato pertanto ragionevole allontanarci da loro.

E’ preoccupante che in una Roma che si definisce come una città aperta e inclusiva, come la Capitale dei Diritti, il semplice fatto di passeggiare tenendosi sottobraccio in pubblico tra due ragazze lesbiche possa ancora scatenare atteggiamenti  di molestie omofobe.

Per tale ragione, perché la cosa non cada nel vuoto come spesso succede, o semplicemente perché io possa contribuire, nel mio piccolo, ho deciso di denunciare il fatto sporgendo formale denuncia all’autorità di pubblica sicurezza.

L’omofobia è una malattia che si può curare: innanzitutto attraverso iniziative di sensibilizzazione della società, poi attraverso leggi adeguate che puniscano più severamente i crimini d’odio, ed infine convincendo le vittime a denunciare.

Esorto chiunque viva un fatto simile a non tirarsi indietro, a non pensare che tanto non ha senso, a non sminuire ciò che subisce, a non avere timore e a denunciare sempre i fatti. Solo così è possibile trasformare il luogo dove viviamo in un luogo aperto, sicuro e inclusivo, in cui la discriminazione e l’omofobia non possono trovare cittadinanza.

 

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