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15 ottobre: anche noi ci indignavamo!

Il 15 ottobre c’eravamo anche noi. Alcun* di noi si sono dati appuntamento a Piazza della Repubblica, ma non essendo riuscite a trovarci subito abbiamo vissuto il corteo da due prospettive diverse. Di seguito il racconto di Elisabetta e Rachele, la prima in coda e la seconda quasi alla testa del corteo. Entrambe sono riuscite a sfuggire al massacro che si è sviluppato quella giornata, ma con lucidità e determinazione hanno deciso di narrare i fatti vissuti e visti da due angoli diversi della manifestazione.

Elisabetta si racconta
Da giorni non si parla d’altro e finalmente ci siamo: 15 ottobre.
Anche Roma, così come Madrid, Bruxelles. Berlino, Parigi, Montreal, New York, Tel Aviv, Auckland, Sidney, Tokio, Manila, Taipei, scende in piazza con la sua carica di indignazione, rabbia e orgoglio. La rabbia di un Paese ferito e umiliato, ma che ancora trova le energie per ribellarsi ad una dittatura della Finanza che impoverisce la gente e la cultura, che distrugge scuole, università, fabbriche e teatri. Arrivo purtroppo con un po’ di ritardo e non senza qualche apprensione, quando la testa del corteo si è già mossa da P.zza della Repubblica. Durante il tragitto, in una metropolitana strapiena di gente, molta diretta come me verso la Piazza, continuo a sentire nella mente le parole che mi ha rivolto mia figlia prima che mi muovessi da casa: ”Fai attenzione mamma, alcuni miei compagni di classe che fanno parte del Blocco Studentesco mi hanno detto che si sono organizzati con i più grandi per fare casino!”.
Non è la sola a lanciare avvertimenti. Si vocifera da più parti che sono previsti disordini e del resto la cosa è plausibile; tuttavia, appena esco dalla stazione della metropolitana e mi affaccio sulla Piazza, vengo travolta da una fiumana di gente e in un attimo mi libero dei pensieri cupi. Il corteo già in movimento mi appare colorato, fiero, e nonostante la rabbia sia palpabile, i sorrisi non si contano e poi musica , canzoni, bandiere rosse a profusione e slogan che mi ricordano anni lontani. Subito vengo trascinata dalle stesse emozioni provate tante e tante volte, tutte le volte in cui percepisco l’energia positiva sprigionata dalla gente unita da sentimenti di solidarietà e dalla voglia di condivisione. Anche la folla ai lati è numerosa e allegra. Ci scambiamo sguardi complici e sorrisi. Mi fermo un attimo per veder sfilare il corteo e dare un’occhiata a striscioni e bandiere. Una delle parole d’ordine della manifestazione è stata quella di non alzare simboli di “partito” ed infatti non ne vedo. Restano sollevate solamente le bandiere di Sinistra Ecologia e Libertà, PCL, Sinistra Critica, e poi i Cobas, la Fiom, i Cub, ma soprattutto vedo gruppi nutriti di giovani precarie/i, “indignate/i”: ricercatori, lavoratrici e lavoratori di fabbriche e uffici; spicca tra la folla il camion del teatro Valle, occupato da mesi, con la sua musica e la sua gente in costume di scena che canta, balla e grida il suo sdegno e la sua rabbia, e a seguire un enorme drago verde portato da giovani studenti; espressioni determinate e sicure, ma solari, piene di energia positiva e costruttiva. Insomma c’è tutto quello che serve a caratterizzare una protesta forte, sentita, ma che riesce ad esprimersi anche con ironia, come fa il tipo che espone orgogliosamente un cartello con su scritto: ”Io nun so’ indignato, me rode er culo”.

Roma grida, con tutta la sua veracità!!!

Hanno dato fuoco ad un’auto!
Mentre mi muovo lasciandomi trasportare dalla musica che proviene dal camion del Valle, con la coda dell’occhio vedo passarmi accanto un gruppo di ragazzotti tatuati, vestiti di nero e con il viso mezzo coperto da una sciarpa. Sento una strana sensazione, una nota stonata che mi turba per un attimo, ma non voglio badarci per ora, e continuo a muovermi a ritmo di rock. Una manciata di minuti e mi arriva un sms di Rachele che si trova più avanti: ”Hanno dato fuoco ad una macchina in Via Cavour”. Mi volto e vedo una colonna di fumo che si solleva a poche centinaia di metri da me. Comincia il delirio! Il corteo si blocca. Non si riesce a proseguire. Da questo momento in poi sarà un susseguirsi frenetico di sms informativi di Rachele: “Stanno spaccando le vetrine dei negozi”.

I disordini dilagano sotto gli occhi della polizia che, chissà perchè, per il momento non interviene. Mi collego con l’iphone ad internet e leggo i primi notiziari. I cosiddetti “black bloc”, hanno scatenato l’attacco in più punti: Via dei Fori Imperiali, Via Merulana. Una caserma in Via Labicana sta andando a fuoco. Pochi minuti e la guerriglia arriva anche a P.zza S. Giovanni, punto di arrivo del corteo, dove si dovrà svolgere l’assemblea degli “Indignati”. Nel frattempo iniziano le prime cariche della polizia, ma contro i manifestanti, non contro i vandali. Già, perché???

Scarsa organizzazione o destino ineluttabile?
Mi rendo conto d’un tratto che non esiste un servizio d’ordine. Una mancanza grave nell’organizzazione, ma forse avrebbe potuto fare ben poco contro la furia devastatrice dei black bloc. Il corteo è ormai fermo da un bel po’, dunque decido di andare via. Mi dirigo verso casa mentre continuo a ricevere notizie di scontri. Pare che gli unici che stiano cercando di bloccare i rivoltosi siano gli stessi manifestanti che cercano di riportare la manifestazione alla situazione tranquilla che era stata prevista. Al grido di: “delinquenti, fascisti” esplode la rabbia di coloro che pacificamente volevano manifestare il loro dissenso. Un signore tenta di bloccare un uomo che tenta di lanciare una bottiglia di vetro contro i vigili del fuoco. Per tutta risposta l’energumeno incappucciato gliela spacca sul viso, ferendolo. Torno verso casa con il cuore gonfio di rabbia e delusione e con tante domande e dubbi che mi affollano la mente. Il pensiero di come un numero ridotto di gente violenta e senza scrupoli possa riuscire a vanificare il peso e l’importanza di una manifestazione come questa, che era riuscita a riunire finalmente, sotto un unico grido di protesta, tantissima gente di tutta Italia, di tutte le età, dopo tanti anni di rassegnato silenzio, non mi dà pace. Perché in tutte le altre città del mondo il tutto si è svolto pacificamente e con dignità? Cosa sta succedendo a Roma? Cosa è successo dieci anni fa a Genova? E mi tornano in mente le parole che “Kossiga” rivolse, poco tempo prima di morire, al capo della polizia, dopo gli scontri avvenuti nel corso delle manifestazioni degli studenti che rivendicavano il diritto allo studio: ”…bisogna infiltare gli agenti nelle manifestazioni perché trasformino i movimenti pacifici in movimenti di violenza e devastazione per poi mandare tutti all’ ospedale. Perché? Perché bisogna discreditare nell’ opinione pubblica le idee che i “professori rossi” mettono nelle teste dei ragazzi…”

Continuo a pensare mentre guardo le immagini che scorrono sullo schermo della tv. Mostrano una P.zza S. Giovanni piena del fumo dei lacrimogeni, una ragazza con il volto insanguinato corre per sfuggire ai colpi dei sanpietrini scagliati dai black bloc. Circa quattrocento persone si sono rifugiate all’interno della basilica. Gli idranti della polizia sparano acqua per disperdere i manifestanti. All’improvviso si vede chiaramente un blindato della Guardia di Finanza travolgere un ragazzo che rimane a terra. Più tardi si saprà che per fortuna non è stato ferito gravemente.

L’inizio di una nuova epoca?
A notte fonda finalmente la guerriglia si placa e ci appare l’immagine di una Roma devastata dalla furia tribale di qualche centinaio di persone. Poche forse, ma ben organizzate, evidentemente. Troppo bene per poter credere che si tratti semplicemente di un gruppuscolo di teppisti che agiscono tanto per creare disordini.

Tuttavia, con il placarsi delle emozioni, sono altre le immagini che mi tornano alla mente e che voglio ricordare di questo buio pomeriggio romano. Sono i colori, le voci, i volti della gente, alcuni arrabbiati,alcuni giovani, alcuni stanchi e segnati dal tempo, eppure tutti sorridenti. Eravamo tante e tanti, siamo tante e tanti. Rivedo gli occhi fieri delle giovani femministe, il loro passo deciso e sicuro che arriverà lontano, ne sono sicura. Non basteranno le piccole truppe organizzate dal sistema a soffocare l’ondata di cambiamento che sta investendo il mondo intero. Il movimento continua e niente e nessun* potrà fermarlo, perché anch’io voglio credere che:

“Quello che è accaduto ieri deve aprirci gli occhi e la mente. Non si può continuare a fare politica con le vecchie ricette. Ci dovranno essere cambiamenti anche nelle lotte sul lavoro e nel sindacato e nella politica economica… quella di ieri a Roma è stata una manifestazione storica… FORSE SIAMO ALL’INIZIO DÌ UNA NUOVA EPOCA.” (Valentino Parlato da “Il Manifesto” del 15/10/2011)

Rachele si racconta
La giornata era iniziata con una strana frenesia: notte un pò insonne dopo giorni passati a discutere se partecipare o meno, viste le numerose mail di molti “compagni” che ci esortavano a non scendere in piazza perché – dicevano – ci sarà un massacro in tutto il centro di Roma! Alla fine ci siamo dette che non potevamo stare a casa e che se avessimo visto qualcosa di strano saremmo scappate senza battere ciglio. La prima brutta sensazione l’ho sperimentata in metro, quando intravvedo sulle braccia di molte ragazze che distribuiscono volantini che invitano a partecipare all’assemblea che si terrà a San Giovanni alle 17, il numero di telefono del Legal Team.
Giunte a Piazza della Repubblica la sensazione è duplice: da un lato carri, palloncini colorati, musica, famiglie, migliaia di volti di indignat* italian* che hanno solo voglia di manifestare pacificamente tutto il proprio dissenso per un governo, un intero sistema, che ci sta soffocando sotto ogni punto di vista e che ci fa vivere in una condizione di precariato culturale perenne! Ma la festa è solo apparente: troppi ragazzi con gli zaini e i caschi attaccati alla cintura mi distolgono dall’aria festosa.
La mia compagna vede tatuato sul braccio di uno di loro un gladio con sotto la scritta “SPQR”. È un simbolo fascista – mi dice preoccupatissima. Ed in effetti mai come oggi ci sentiamo così poco al sicuro, consce che da un momento all’altro la situazione possa sfuggire di mano, sebbene non sappiamo come o da chi!

Il corteo si avvia puntuale
Alle 14 la testa del corteo era già partita da un pezzo. La piazza si era praticamente riempita e svuotata almeno tre volte, segno questo di una partecipazione davvero fortissima. Partiamo anche noi, cercando di capire in quale spezzone inserirci, sia per affinità che per ragioni di sicurezza. Cominciamo a vagare e a scendere verso Via Cavour, facendo foto, leggendo i cartelli e gli striscioni dei vari partecipanti, con una voglia incredibile di esserci e di farci sentire perché mai come quel giorno la presenza ha per noi il valore forte della partecipazione! Tutto procede bene, a parte un primo intoppo all’altezza di Piazza dell’Esquilino, dove il corteo si blocca. Riusciamo a scendere un pò più giù, unendoci allo spezzone dei Cobas, sicure che lì non poteva succederci nulla, ma da lì a pochi secondi vediamo una nuvola di fumo nero alzarsi in cielo.
Alla mia sinistra la vetrina del negozio Elite è completamente distrutta, le lavoratrici dentro sembrano terrorizzate… Vedo un palo divelto e uno quasi spaccato a metà. Riesco a fare due foto, riprendendo anche dei ragazzi con dei caschi in testa. Mi volto dietro e una schiera improvvisa di soldatini neri con caschi neri, felpe o magliette nere, volto coperto, zaini e sguardo sicuro, si avvicina verso di noi, mentre dal fondo di Via Cavour parte una carica della polizia! Riusciamo a trascinarci a vicenda fuori da quella situazione, correndo, cercando di non posizionarci in un angolo da dove non potremmo scappare. 
”Fai le foto, sono fascisti!” – mi urla la mia compagna. Faccio un paio di foto dal lato, per non farmi vedere, perché ho paura – quella è stata la prima volta – che possano prendersela con me.
Mando un sms a Elisabetta, per avvertirla di quello che stava succedendo. So che è in uno spezzone più indietro e mi auguro che non arrivi dove ci troviamo noi!

Verso Piazza San Giovanni
A quel punto decidiamo di arrivare a San Giovanni percorrendo strade interne, tagliando il corteo, certe che una volta arrivate  saremo al sicuro, perché in Piazza ci saranno i dibattiti, e l’assemblea plenaria, e la musica, e tanta voglia di essere in tanti e uniti!
Il percorso che porta alla Piazza sembra tranquillo, pacifico, sereno. Non un corteo, ma gruppi di persone che pian piano cercano di radunarsi. Vedo i No Ponte, i No Tav, i disabili, quelli del Manifesto, la Freedom Flotilla… Giungiamo a San Giovanni, dove si respira un’aria di festa. Ho anche il tempo di comprare una copia del Manifesto interamente dedicata a quella giornata… per un attimo perdo il resto del gruppo per portare a termine il mio importante acquisto, ed è proprio in quell’istante che sento un’ altra poco piacevole sensazione, di paura, e corro alla ricerca del resto del gruppo perché non possiamo perderci, potrebbe succedere qualcosa da un momento all’altro. Sono pensieri confusi, continui, inspiegabili, forse paranoici, ma non riesco a cacciarli via e il mio unico desiderio in quel momento è quello di ritrovarli subito!
Sono le 16.30, tra mezz’ora avrà inzio l’assemblea plenaria che si terrà sul prato di fronte alla Basilica, vicino alla statua di San Francesco. Decidiamo di spostarci per prendere posto ed informarci presso il gazebo proprio sotto la statua. Ho appena il tempo di fotografare una disabile sulla sedia a rotelle proprio in mezzo alla strada, di scambiare due parole con una delle organizzatrici dell’Assemblea che mi dice che quel fumo nero, alto, intenso, che si vede da dietro San Giovanni dicono sia il fumo di un tram che brucia.

La festa diventa un incubo
I volti sono tesi ma pensiamo che l’assemblea inizierà a breve e finalmente potremo parlare, condividere quei momenti e soprattutto produrre. Sì, perché il movimento non vuole solo sfilare, vuole, desidera ed esige proporre delle alternative credibili!
Tutto ciò, però, c’è stato negato.
I momenti che seguono saranno confusi, difficili da spiegare, eppure indelebili nella memoria.
Si vede un gruppo di gente cominciare a correre verso la piazza, non poche decine, tantissime persone. Non capiamo da cosa scappano fino al momento in cui, nell’attimo di un microsecondo, non vediamo entrare le camionette della Polizia che cominciano a gettare acqua sulla gente con gli idranti. Volano tre bombe carta, cominciano a volare pietre, si cominciano a vedere sulla strada laterale ragazzi vestiti di nero coi volti coperti.
Il mio pensiero va alla mia compagna e alle mie amiche, ci prendiamo per mano e cominciamo a correre… e proprio in quell’istante ripenso a quella signora, con la sedia a rotelle, che si trovava proprio al centro di quella strada invasa da camionette, sanpietrini, idranti, ragazzi a volto coperto… mi chiedo se sia riuscita a non farsi travolgere.
In quel momento, penso a Elisabetta, riesco a malapena a inviarle un messaggio dicendole di non venire a San Giovanni perché si è scatenata una vera e propria guerra. Penso ai miei amici che mi avevano chiamato due minuti prima per raggiungerci. Mi avvicino alla mia compagna con in mano il Manifesto che urla disperata “bastardi! cosa state facendo?”. E in quel preciso istante realizzo che siamo stati derubati di un momento importante di produzione politica e di confronto concreto. L’immagine della mia compagna che urla verso la piazza con quel giornale in mano, quello stesso che voleva essere per me simbolo di una giornata difficile ma memorabile, si ricolloca nella mia mente come l’immagine di un’occasione strappataci ingiustamente.

Derubati ma non ci lasciamo abbattere!
Di quei momenti ho il ricordo della corsa, del cuore che mi batteva all’impazzata, dei sanpietrini e delle bombe carta da evitare, della mia compagna da proteggere, dei gruppi in nero, della paura negli occhi delle mie amiche, della rabbia per qualcosa che c’è stato tolto e per essermi sentita come in trappola, asserragliata dalla violenza, spettacolarizzata dalle immagini che poi vedrò in diretta una volta tornata a casa.
Ho la consapevolezza assoluta che siamo all’inizio di un momento storico, che ho vissuto una giornata che rimarrà nella memoria, anche se non come avrei voluto. Mi viene da piangere mentre vedo quelle scene, racconto a chi mi chiama preoccupato quello che ho vissuto, ricevo il messaggio di Elisabetta che mi dice di essere tornata a casa, sana e salva ma davvero indignata!
Sento vuoto, disperazione, delusione. Mi faccio assalire da mille domande. Mi dico che sono al sicuro adesso, anche se non so al sicuro da cosa!
Solo gli occhi della mia compagna che mentre mi abbraccia per rassicurarmi mi sussurra “Lucha, siempre!” riescono a restituirmi il senso di quella giornata e capisco che non devo abbattermi ma continuare ad andare avanti, col coraggio di sempre.

2 commenti per 15 ottobre: anche noi ci indignavamo!

  • stefania

    immagini, emozioni tristemente già vissute qui a Genova 10 anni fa… io non penso che sia un caso. Quando veramente c’è il pericolo che pacificamente il popolo acquisti potere guarda caso ci sono sempre i black bloc che mandano tutto a ramengo: violenza, vetrine spaccate, lanci di pietre, auto e cassonetti in fiamme e le forze dell’ordine che stanno a guardare …finché i Neri scompaiono nel folto del corteo allibito, a volte ignaro e allora ecco partire la carica per spazzare via i violenti. Peccato che le botte le prendono solo i manifestanti che volevano pacificamente urlare la loro rabbia e frustrazione. Non ci credo che sia un caso, succede sempre così…come non fare un collegamento? chi sono questi Black Bloc?????? chi li manda???????????????????????????????? è una tattica nota per screditare i movimenti, non lo sappiamo ancora? ancora non ce lo aspettiamo quando scendiamo in piazza? ma forse il vaso è traboccato finalmente… le sentono le loro sedie ballare i governanti? è la corsa della gente esausta che vuole riprendersi la propria dignità! ed è inarrestabile

  • Marianna

    A quando una nuova manifestazione?
    Sono passati ormai 7 mesi e c’è così tanto da fare!

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