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Doris, un percorso di rinascita

 

passaggio

Prima di farvi conoscere la storia di Doris ho ritenuto introdurre brevemente qualche concetto fondamentale per chi non fosse avvezz* al tema del transessualismo.

 

Come noto, per “sesso” si intende la dotazione genotipica e fenotipica di un individuo: essere maschi significa avere nella propria dotazione genetica un cromosoma X e uno Y, avere pene e testicoli, barba baffi e un po’ di peli, il pomo d’Adamo e la voce profonda; essere femmine significa invece avere due cromosomi X, avere vagina ovaie e seni, avere fianchi larghi e meno peli, e una voce sottile e possibilmente aggraziata. Per “genere” si intende invece l’adesione al modello culturale di mascolinità e femminilità che agisce nella propria società di appartenenza. Non basta essere maschi per essere uomini, né essere femmine per essere donne. Il sesso è una dimensione fisica, il genere una dimensione psicologica e assieme culturale. L’”orientamento sessuale” designa la direzione prevalente dei propri desideri: è eterosessuale chi desidera persone di sesso opposto al proprio, omosessuale chi desidera persone del proprio stesso sesso.
Nelle nostra società globalizzata, attraverso la psichiatria, la psicologia, la medicina, ma anche e soprattutto attraverso la cultura ed il diritto, sull’identità sessuale agisce una sorta di «operatore logico», che possiamo definire binarismo sessuale. Questo operatore logico impone alle identità sessuali alternative a due termini che riguardano il sesso, il genere e l’orientamento sessuale. Combinando i concetti del binarismo sessuale si possono comporre differenti identità: uomini etereossesuali, gay, bisessuali; donne eterosessuali, lesbiche, bisessuali; donne transessuali o transessuali MtF (male to female: persone nate maschi che vogliono diventare donne) che possono a loro volta essere eterosessuali, lesbiche o bisessuali; uomini transessuali, o transessuali FtM (female to male: persone nate femmine che vogliono diventare uomini) che possono a loro volta essere eterosessuali, gay o bisessuali. Ci sono poi le persone transgender, che possono desiderare uomini, donne, o altre persone transgender.

Nel DSM (Diagnostical and Statistical Manual of Mental Disorders), l’elenco ufficiale dei disturbi mentali dell’American Psychiatric Association che dagli anni ’50 del secolo scorso è considerato una sorta di Bibbia della psichiatria, l’identità sessuale viene definita appunto attraverso quei tre “criteri diagnostici” che sono il sesso, il genere e l’orientamento sessuale. Ma in questa definizione, la Bibbia della psichiatria contemporanea ha ereditato concetti di matrice ebraico-cristiana. Infatti, sulle pagine delle quattro edizioni del DSM, l’eterosessualità non è mai comparsa come malattia mentale, mentre vi sono comparse altre identità prodotte dal dispositivo binario della sessualità. L’omosessualità è stata definitivamente depennata dal DSM solo il 17 maggio 1990 – e questa è la ragione per cui la data del 17 maggio è stata scelta come “giornata mondiale contro l’omofobia”. Mentre ancora oggi transessualità e transgenderismo sono considerate affezioni psichiatriche e catalogate come GID: Gender Identity Disorder, disturbo dell’identità di genere – definizione rispondente all’imperativo che impone coerenza tra sesso, genere e orientamento sessuale. Quindi: se nasci maschio ma ti senti donna, o se nasci femmina e ti senti uomo, per il DSM sei affetto da un disturbo psichiatrico. L’intersessualismo invece non compare nel DSM – non perché l’associazione psichiatrica americana non lo consideri una malattia, ma perché non lo considera un malattia mentale. Dalla medicina contemporanea l’intersessualismo è infatti considerato una malattia fisica, e quindi una malattia da correggere con il bisturi prima che con gli psicofarmaci. Questo punto è importante per tutt* coloro che intendono affrontare una ri-attribuzione del proprio sesso nel nostro Paese, perché in virtù del fatto che la disforia di genere viene considerata patologia, le spese sostenute sono a tutt’oggi a carico del sistema sanitario nazionale. All’interno del MIT (movimento identità transessuale) vi sono da tempo differenti posizioni in merito alla questione ossia se depennare il GID dalla lista dei disturbi mentali, quindi dare dignità a chi effettivamente malato non è, ma al contempo supportare la spesa ingente che il percorso di transizione e soprattutto l’intervento richiedono.

Sara

  

Un sogno fugge e, mentre apro gli occhi, vedo davanti a me due paia di braccia che tolgono il corpetto termico che mi ha tenuta al caldo durante le dieci ore trascorse nella sala operatoria, perché, per chi non lo sapesse, le sale operatorie sono proprie fredde e io avevo cominciato a tremare appena entrata. Le gambe sono state abbassate, segno che l’intervento è finito. Al mattino erano state fissate a dei supporti che le raga-cn-farfallaavevano tenute sollevate e divaricate, in modo da permettere ai chirurghi di poter lavorare comodamente ai miei genitali. Sento subito una sensazione forte in mezzo alle gambe, una cosa strana e mai provata prima. Sento come se avessi il pene in erezione, ma non la solita erezione, non è neppure più possibile. Sento come se un filo dentro il mio ventre fosse in erezione, proprio come fosse un pene, ma più fino. Devo dire che la cosa mi tranquillizza, è il segno che la mia clitoride è sicuramente sensibile se non ci saranno complicazioni in futuro. Un medico mi avverte che mi è stata somministrata della morfina così da non dover avvertire dolore.
Già, il dolore: l’ho da sempre mal sopportato o volutamente ignorato, altrimenti mi sarei dovuta fermare, avrei dovuto pensare, elaborare. Non tanto i miei problemi, quanto quelli degli altri. Alcune persone mi dicevano “perché lo fai?”, “proprio non la capisco questa cosa!” ,altre sostenevano di volermi aiutare. Ogni volta che affrontavo l’argomento glissavano o cambiavano discorso, proprio come se io non mi fossi mai pronunciata, come se quello che dicevo non avesse alcun valore. Se con il loro comportamento tentavano di indurmi a desistere dal mio intento, si sbagliavano di grosso.
Comprendo che seppure una professionista, una psicologa possa rimanere sconcertata nel sentirsi dire:-Sa dottoressa, io sono una donna. Voglio dire, non badi alla barba, al pene o al petto piatto, io mi percepisco donna e non sento neppure per un solo istante di essere un uomo. Anzi, con tutta onestà le posso garantire che io gli uomini non li ho mai sopportati, non ci sono mai andata d’accordo, non provo nessuna attrazione per loro perciò sono anche lesbica. Sì, ha capito bene, sono una transessuale lesbica e persino un po’ butch. Per questo motivo ho ritenuto poco opportuno presentarmi innanzi a Lei indossando gonna e tacchi a spillo. Personalmente mi sento più a mio agio con scarpe comode e jeans-.
Certo, potrei apparire come una trans anomala. Di solito le mtf (cioè coloro che effettuano transizione da maschio a femmina) tendono ad esaltare alcuni aspetti della femminilità come ad es. abiti, trucco e atteggiamenti vezzosi ma, osservando bene, almeno nella mia provincia di montagna, noto molte donne che vestono esattamente come me: jeans, pile, scarpe basse tipo sneakear o da ginnastica. Nella scelta del mio look mi sono sempre rifornita nel reparto donna. Il modello proposto dai media soprattutto italiani è quello di donne poco vestite e vergognosamente provocanti, ben lontane dalla realtà nella quale io stessa vivo. Essere oggetto di desiderio da parte degli uomini mi mette a disagio, perciò evito di destare la loro attenzione.
Della mia infanzia non possiedo ricordi particolari che meritino di essere rammentati. Ciò che invece mi sono rimasti impressi sono gli stati d’animo che ho vissuto e che tutt’oggi nonostante siano passati quasi quarant’anni, riemergono con tutta la loro intensità. In quegli anni e per molti altri successivi non ho mai disatteso le aspettative di coloro che ritenevo mi amassero, ossia i miei genitori e obbedivo scrupolosamente alle regole impartitemi senza opporre resistenza alcuna. Di fatto inibivo le mie aspirazioni e i miei desideri in funzione della altrui volontà.
Ero piccola e non in grado di comprendere i motivi della loro manifesta indifferenza, della loro incapacità di ascoltarmi. A scuola ero diligente, mi applicavo ma senza gran profitto. Mi sentivo disinteressata, insoddisfatta, e soprattutto decisamente poco amata. Quando mia madre mi degnava di interesse sembrava volesse controllarmi. Forse era colpa dei vestiti che indossavo? Si, confesso che già da piccina mi dilettavo a indossare i collant di mia madre lasciati stesi ad asciugare in bagno. Evidentemente devo esser stata sorpresa in flagranza di reato in più di un occasione anche se per qualche ragione che ignoro devo aver rimosso il ricordo della reazione di mia madre in quei frangenti. Quel che però mi è rimasta è la paura di essere scoperta.
Avevo un’amica, la mia amica del cuore, la coetanea che frequentavo con regolarità e che ricordo aveva un anno più di me. La domenica andavamo assieme in parrocchia a vedere un film e spesso la sua famiglia mi portava con loro quando andavano in montagna per una scampagnata o una sciata. Assieme a lei ho passato i momenti più belli della mia infanzia e non potevo fare a meno di confrontare la mia famiglia con la sua. I miei genitori non uscivano mai e mi obbligavano a non fare rumore, soprattutto quando mio padre era in casa. Contraddirlo era fuori questione.
Io intanto crescevo e con me la mia disforia di genere. Sapere a quale genere si appartiene è naturale come bere un bicchier d’acqua: mi sentivo una bambina e preferivo, o meglio avrei preferito, frequentare le bambine. La consapevolezza di essere donne o uomini, non si apprende dai libri, è un’emozione, una sensazione. Sentirmi a mio agio presentandomi al mondo esattamente come mi percepisco significa esprimere la mia vera essenza, ciò che sono davvero, significa interagire con gli altri in modo chiaro e sereno prediligendo la compagnia delle donne a quella degli uomini.
Nel mio corpo non mi riconoscevo, nel genere che la società mi attribuiva non mi ci ritrovavo e il disagio che vivevo nel appartenergli era per me fonte di sofferenza. Come accade spesso anche nella mia classe delle elementari i maschietti avevano formato una banda e io ne facevo parte: alla ricreazione l’altalena era certamente nostra e di nessun altro bambino. Era il nostro veliero e ci divertivamo ad andare su e giù. Crescendo entrai nel gruppo Scout della mia zona: purtroppo per me i maschi e le femmine svolgevano attività rigorosamente separate.
Ciò mi consentiva, se non altro, di trascorrere del tempo fuori casa: i campeggi mi divertivano moltissimo. Dormire in tenda durante un temporale era favoloso, perché non era come stare davanti alla TV a guardare un thriller, lì le cose succedevano per davvero, il vento gonfiava e sbatteva la tenda che mi riparava, era autentico. Quanto mi sono divertita a lavare le pentole in costume da bagno sotto la pioggia, neppure il temporale poteva fermarmi. E cantavo.
Più tardi la famiglia della mia amata amica dl’infanzia dovette trasferirsi in una grande città, lontana dalla nostra modesta provincia; lei era partita senza salutarmi.
Avevo 14 anni quando presi la decisione di cambiare sesso.
Nella mia testa solo una sigla: “MIT”. L’avevo letta circa due anni prima nell’appendice di un libro trovato in casa. Mi ero domandata come un libro scritto da una famosa giornalista americana che affrontava le cosiddette “perversioni sessuali” potesse capitare in casa di una famiglia tanto pia come la nostra. Come ovvio il libro sparì miracolosamente e con lui anche l’indirizzo e il telefono sovraimpressi. L’imprevisto non bastò a farmi desistere. Con pazienza consultai gli elenchi delle poste, cominciando dalle città più grandi, Milano, Roma, Torino, Bologna etc. Non sapevo con chi poter parlare, non mi fidavo di nessuno. Ero consapevole della riprovazione sociale che la mia scelta comportava, della diffusa intolleranza verso quelle persone che, come me, non accettavano la loro condizione e caddi in una profonda depressione. Chi mi conosceva vedeva che soffrivo ma preferiva ignorare. Mia madre si raccomandava affinché non mi prendessi un esaurimento nervoso. Purtroppo ormai era tardi, l’esaurimento aveva preso me. Fui costretta ad abbandonare gli studi al terzo anno delle superiori.
Arrivò il tempo del servizio militare: aderii come volontaria. Era mia intenzione trascorrere un po’ di tempo lontana da casa e con l’occasione guadagnare qualche soldo. Ottenuto il congedo dopo due anni partii per Londra, sapevo che lì avrei finalmente potuto iniziare la transizione; mi accorsi presto che la cosa presentava delle difficoltà. Trovai impiego come aiuto cuoca in un ristorante: per dodici ore al giorno ero rinchiusa in cucina e avevo un solo giorno libero alla settimana. Le poche persone con le quali venni in contatto non erano in grado di aiutarmi e alcune di loro mi invitarono alla rinuncia; mi dissero che non sarei stata felice anche qualora mi fossi operata.
Stanca ed avvilita non riuscendo a concludere nulla tornai a casa.
Lo sconforto aveva preso il sopravvento finché un giorno decisi di rivolgermi ad una psicologa professionista che presupponevo in grado di aiutarmi. Scelsi uno studio importante, uno di quelli dove lavora un equipe di professionisti.
Appena entrata nello studio della terapista notai in bella vista in una vetrinetta una foto autografata di Vittorio Emanuele di Savoia. Ne rimasi perplessa. Il tempo trascorso con lei mi convinse che ella non era la persona adatta al mio caso. Non condivideva la mia scelta di effettuare la transizione e fece tutto ciò che era in suo potere per dissuadermi dal mio obiettivo. Ci salutammo con reciproca cordiale ipocrisia.
Più il tempo passava, più io mi isolavo dal resto del mondo. Il lavoro era il mio unico impegno. Decisi di ritentare con un’altra psicologa,questa volta in una grande città dove ritenevo avrei trovato maggiore apertura mentale. Ebbi ragione. Mi presentai subito dicendo che mi sentivo una donna e che volevo cambiare sesso. La sua prima reazione fu di rifiuto. Poi però si rese disponibile ad ascoltarmi. Oltre a ciò contattai la sede più vicina dell’Arcigay, che dista centoventi chilometri da casa mia. Una scelta sofferta, perché non mi sentivo affatto gay, a me piacevano le donne.
In quella sede mi suggerirono di rivolgermi al MIT di Bologna ma non sapevano darmi un indirizzo o un numero da chiamare. Decisi di affidarmi alla tecnologia e mi feci installare una linea Internet: mi si aprì un mondo. Dopo poco tempo conobbi il sito di Crisalide Azione-Trans il cui forum fu per me illuminante: transessuali come me condividevano i miei dubbi e i miei problemi. Mi suggerirono un medico che prescriveva gli ormoni, lo contattai immediatamente ed in breve tempo ottenni l’impegnativa per gli esami necessari alla somministrazione degli ormoni.
medallion gluckstein hannah 1895-1978Comunicai la mia decisione anche ai miei datori di lavoro e lo confidai anche ad alcune amiche. Il seno cominciava a crescere e ne andavo fiera.
Attraverso la rete ho avuto l’opportunità di conoscere ragazze che mi hanno accettata per quello che sono e finalmente ho potuto cominciare a costruire le mie prime relazioni con persone che ho cercato e desiderato conoscere, che condividevano i miei gusti e interessi.
C’erano voluti parecchi anni per superare il primo ostacolo e preferii attendere un po’ prima di fare il passo successivo ossia rivolgermi al tribunale per chiedere l’autorizzazione all’intervento. Stavo vivendo il mio più grande amore e mi sentivo finalmente amata ed appagata. Quando alla fine feci il ricorso, il perito che doveva “valutarmi” mi augurò buona fortuna al momento del congedo.
Mi misi in lista di attesa presso l’ospedale Cattinara di Trieste, ma la psicologa che seguiva la mia pratica mi suggerì di chiedere anche al MIT di Bologna, l’ascoltai. Ebbi un colloquio con le due psicologhe del MIT, un anno dopo varcai con il mio zaino la porta del reparto di urologia dove venne eseguito l’intervento.
Una vita passata con in testa una sola cosa, poter essere a mio agio almeno con me stessa. Finalmente è stato cancellato dal mio corpo lo stigma che ha pesato su di me più di ogni altra cosa e che ha irrimediabilmente condizionato tutta la mia vita. Una incongruenza che ha creato serie difficoltà nei miei rapporti con le persone e con la società. Ora posso cominciare la mia vita, senza timore di essere fraintesa, senza condizionamenti, fedele a me stessa, ai miei desideri ed alle mie aspirazioni. Ho la possibilità di vivere finalmente la vita che ho sempre desiderato vivere e intendo godermela come non ho ancora fatto.

Doris

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