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Unioni sì, unioni no: gli equilibrismi della Corte Costituzionale

corte-costituzionale1Nella sentenza n. 138 del 2010 la Corte Costituzionale si è misurata con la questione dell’estensione alle coppie omosessuali della disciplina dettata dal nostro legislatore in materia di matrimonio civile.

L’intervento della Corte è stato sollecitato dal Tribunale di Venezia e dalla Corte d’Appello di Trento, che hanno rimesso ai Giudici delle Leggi la questione di legittimità costituzionale delle norme disciplinanti l’istituto del matrimonio, questione formulata, in via subordinata, dalla difesa di alcune coppie omosessuali che si sono viste rifiutare le pubblicazioni di matrimonio dal funzionario pubblico ufficiale addetto, il quale le ha ritenute illegittime motivando che il matrimonio, nell’ordinamento giuridico italiano, avrebbe come presupposto la diversità di sesso dei coniugi.

Il Tribunale di Venezia ha chiesto ai giudici delle Leggi di pronunciarsi sulla costituzionalità, in riferimento agli articoli 2, 3, 29 e 117, primo comma, della Costituzione, degli articoli 93, 96, 98, 107, 108, 143, 143-bis, 156-bis del Codice Civile, nella parte in cui, sistematicamente interpretati, non consentono che le persone di orientamento omosessuale possano contrarre matrimonio con persone dello stesso sesso.

Secondo il Tribunale, nel nostro ordinamento non esiste una nozione di matrimonio, né un divieto espresso di matrimonio tra persone dello stesso sesso e l’interpretazione letterale delle norme del Codice Civile, posta dal funzionario a fondamento del diniego delle pubblicazioni, si sarebbe potuta trovare in contrasto con gli artt. 2, 3, 10, secondo comma, 13 e 29 della Costituzione.

Infatti, pur non essendo possibile, allo stato delle disposizioni vigenti, operare un’estensione dell’istituto del matrimonio anche a persone dello stesso sesso, non si potrebbe comunque non tenere conto delle trasformazioni sociali intervenute dal momento dell’emanazione del Codice Civile ad oggi, trasformazioni che hanno dato luogo a forme di convivenza diverse dal modello di famiglia tradizionale e che devono essere tutelate.

Non solo.

Il Tribunale veneziano ha sostenuto che la famiglia è la formazione sociale primaria nella quale si manifesta e cresce la personalità dell’individuo: la possibilità che esso individuo ha di assumere lo status di persona coniugata (status che ha un’impronta specifica nella società) si concreterebbe in una tutela dei diritti inviolabili del singolo, tant’è che il diritto di sposarsi come diritto fondamentale della persona è riconosciuto dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, dalla Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali e dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.

E tale diritto – ex art. 3 Cost. – dovrebbe essere garantito a tutti, senza discriminazioni derivanti dal sesso o dalle condizioni personali, come l’orientamento sessuale, con la conseguenza che lo Stato dovrebbe essere obbligato a intervenire in caso d’impedimenti al relativo esercizio.

A ciò si dovrebbe aggiungere che la Costituzione e il diritto civile non prevedono la capacità di avere figli come condizione per contrarre matrimonio, ovvero l’assenza di tale capacità come condizione d’invalidità o causa di scioglimento del matrimonio, sicché le tesi che ancorano il diritto a contrarre matrimonio alla composizione della coppia che permetta la procreazione sarebbero prive di fondamento.

Infine, il Tribunale rimettente ha richiamato l’art. 117, primo comma, Cost., che impone al legislatore il rispetto dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali quali, nel caso di specie, gli artt. 8, 12 e 14 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU), gli artt. 7, 9 e 21 della Carta di Nizza.

In particolare, nell’art. 8 la Corte europea dei diritti dell’uomo avrebbe accolto una nozione di “vita privata” e di tutela dell’identità personale non limitata alla sfera individuale bensì estesa alla vita di relazione, arrivando a configurare un dovere di positivo intervento degli Stati per rimediare alle lacune normative che, di fatto, impediscono la piena realizzazione personale.

Tant’è che in alcuni Stati (Olanda, Belgio, Spagna) il divieto di sposare persone dello stesso sesso è stato rimosso, mentre altri Paesi sono previsti istituti riservati alle unioni omosessuali con disciplina analoga a quella del matrimonio e molti altri prevedono forme di registrazione pubblica delle famiglie di fatto, comprese quelle omosessuali.

Anche la Corte di Appello di Trento ha sollevato questione di legittimità costituzionale degli artt. 93, 96, 98, 107, 108, 143, 143-bis, 156-bis cod. civ., nella parte in cui non consentirebbero agli individui di contrarre matrimonio con persone dello stesso sesso, per contrasto con gli artt. 2, 3 e 29 Cost., cavalcando, in linea di massima, le medesime motivazioni addotte dal Tribunale di Venezia.

Nei confronti di tali questioni, la pronuncia della Corte oscilla tra i due fronti della tutela dei diritti civili da un lato e dei suoi compiti istituzionali dall’altro, richiamando il Parlamento a coprire l’evidente lacuna legislativa esistente nel nostro ordinamento ma non intervenendo interpretativamente per porre rimedio in via diretta, adducendo la propria impossibilità istituzionale a costruire un contesto di norme giuridiche al momento del tutto assenti dal nostro ordinamento.

Non si deve pertanto cadere nella trappola delle superficiali letture riportate da buona parte della stampa, che ha sbandierato a destra e a manca un integrale rifiuto, da parte dei Giudici delle Leggi, dell’esistenza del diritto delle coppie omosessuali a unirsi in matrimonio o forme similari.

Nel suo slalom tra l’esistenza e la doverosa tutela dei diritti delle coppie omosessuali a una regolamentazione delle proprie unioni e la non volontà di dare uno scossone alla paralisi del legislatore in materia, la Corte Costituzionale ha infatti sancito alcuni principi e aperto alcuni fronti di non poca importanza.

Nello specifico, la Corte Costituzionale ha ritenuto di escludere che la garanzia di tutela dei diritti inviolabili dell’uomo – sia come singolo sia nelle formazioni sociali – propria dell’art. 2 della Costituzione debba necessariamente essere realizzata attraverso l’equiparazione delle unioni omosessuali al matrimonio (interpretazione sostenuta peraltro dal fatto che diversi Paesi “evoluti” al pari dell’Italia abbiano individuato, per le coppie omosessuali, forme di unione diverse dal matrimonio), riconoscendo però la necessità che tale garanzia debba essere assicurata anche nel nostro ordinamento, dove c’è un totale vuoto legislativo.

E fin qui ci siamo, il primo colpo è al cerchio (diritti 1 – istituzioni 0!).

Nel passaggio successivo, però, i Giudici delle Leggi non risparmiano il colpo alla botte.

Secondo la Corte, la formazione sociale costituita dalla cosiddetta “società naturale” ex art. 29 Cost., presuppone, rispetto a tutte le altre formazioni sociali, un quid naturalistico ulteriore rappresentato dalla diversità di sesso tra i coniugi e dalla loro astratta idoneità a generare figli (la Corte utilizza il termine “potenzialità”, evidentemente per salvare e includere tutte quelle coppie eterosessuali che sono impossibilitate ad avere figli), quid pluris che differenzierebbe le unioni eterosessuali dalle unioni omosessuali.

La tesi funziona poco, se si pensa alla possibilità degli omosessuali di generare, attraverso i sistemi di donazione e fecondazione artificiale, prole che abbia caratteristiche genetiche in comune con i genitori.

Ma tant’è (diritti 1 – istituzioni 1).

Con riguardo ai profili di incostituzionalità ex artt. 3 e 29 Cost. i Giudici delle Leggi hanno poi osservato che i concetti di famiglia e matrimonio attuali non devono ritenersi certo quelli esistenti all’epoca di emanazione delle norme codicistiche e devono essere interpretati alla luce delle trasformazioni dell’ordinamento stesso ma, ancor prima, della società e dei costumi.

Un altro colpo al cerchio, però (diritti 2 – istituzioni 1)!

Nessuno si senta scontento, ecco il pareggio alla botte.

La necessità di adattare i principi normativi all’evolversi della società, infatti, non significa, per i Giudici delle Leggi, che l’interpretazione di una norma possa spingersi fino a permettere alla Corte una modifica sostanziale della disposizione rispetto al momento in cui fu emanata, facendo rientrare come da essa disciplinati fenomeni e problemi che, nel momento in cui la disposizione è stata promulgata, non sono stati minimamente considerati, e ciò nonostante l’esistenza degli omosessuali non fosse certo sconosciuta.

Poiché nei lavori dell’assemblea costituente, la questione delle unioni omosessuali, pur essendo nota la sua esistenza, non fu esaminata, la disomogeneità tra le unioni omosessuali e il matrimonio non costituirebbe una forma di discriminazione (diritti 2 – istituzioni 2).

La forzatura effettuata dalla Corte trova un ammorbidimento nella chiusura del ragionamento.

A mente dei Giudici delle Leggi, il fatto che il mancato esame in sede costituente impedisca l’individuazione di una forma discriminatoria in senso tecnico non toglie però che due persone dello stesso sesso hanno il “diritto di vivere liberamente una condizione di coppia, ottenendone -nei tempi e nei modi stabiliti dalla legge- riconoscimento giuridico con i connessi diritti e doveri“: a tal fine, è formulato un esplicito invito al Parlamento (unica autorità con potestà decisionale in materia, secondo i Giudici) a dettare una disciplina generale che regoli i diritti e i doveri dei componenti di una coppia.

Non i diritti e i doveri dei componenti di una coppia omosessuale, ma quelli di una coppia in generale, tracciando le linee per l’emanazione di una disciplina che non veda distinzioni nelle tipologie di coppie e riservandosi di valutare (stavolta in conformità con i propri compiti istituzionali) se la normativa che il legislatore emanerà sarà tale da garantire realmente un’omogeneità di trattamento tra la coppia eterosessuale e quella omosessuale.

Qui, la Corte Costituzionale mostra un’apertura a trecentosessanta gradi nei riguardi delle diverse tipologie di unione prevedibili, affermando la possibilità di regolamentare le unioni omosessuali sia attraverso il matrimonio (“non soltanto” ci dicono i Giudici delle Leggi) sia tramite istituti da esso differenti ma che garantiscano ai componenti della coppia la medesima ampiezza di diritti delle coppie coniugate, riallacciandosi così agli istituti utilizzati da altri Paesi (diritti 3 – istituzioni 2, dai che ci siamo…).

No, ecco il pareggio.

Con riguardo al potenziale divario rispetto alla Convenzione dei diritti dell’uomo, alla Carta dei diritti fondamentali dell’unione Europea, alla Carta di Nizza e al Trattato di Lisbona, infatti, i Giudici delle Leggi hanno ritenuto che, nell’ordinamento sovranazionale, da un lato sia affermato il diritto per le coppie dello stesso sesso di sposarsi, dall’altro che la disciplina della modalità di applicazione di detto diritto sia rinviata ai singoli legislatori degli Stati nazionali, senza certamente individuare un obbligo di concedere lo status matrimoniale a persone dello stesso sesso.

L’affermazione è piuttosto fumosa, poiché, pur non escludendola a priori, non dà certezze sulla possibilità di rendere effettive, nel nostro ordinamento, eventuali pronunce della Corte di Strasburgo che riconoscano il diritto delle coppie omosessuali a vedere riconosciute le proprie unioni (diritti 3 – istituzioni 3).

Complimenti per il gioco di equilibri!


Corte Costituzionale: scheda ultimo deposito.

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