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“Religiosità islamica e diversità/differenze sessuali, valori e relazioni”

Si è svolto sabato 21 novembre, presso la sala video del Centro Servizi S. Chiara di Trento, il secondo appuntamento dedicato all’omosessualità e le religioni. In sala Stefano Co’, presidente del C.P. di Arcigay del Trentino, che ha presentato il film documentario “Beirut Apt” di Daniele Salaris (Italia, 2008, 50’).

5 interviste a gay e lesbiche arabi di diverse fedi religiose e background culturali, che prendono campo nello ristretto spazio di un appartamento di Beirut in Libano. Ambientato nel maggio 2007 tale spazio racchiude simbolicamente tematiche di scala internazionale. La legge libanese condanna lesbiche, gay e transessuali, rendendole vulnerabili a minacce e attacchi, anche da parte della polizia. Ne emerge uno spaccato della scena queer libanese attraverso lo sguardo dei protagonisti: l’infanzia trascorsa in una zona di guerra, gli Hezbollah e il rinnovato conflitto contro Israele, questioni d’identità, sicurezza e libertà si combinano con tematiche di sessualità e di genere. Nonostante le differenti culture di origine, queste eloquenti individualità condividono la lotta per vivere autenticamente in una cultura che nega la loro esistenza. Dalla visione del documentario emerge tutto il peso del disonore recato alla famiglia da parte di chi si riconosce in diversi orientamenti affettivo/sessuali, che non siano quelli stabiliti dalla società e dalle rigide imposizioni religiose.
L’associazione ‘Halem’ (che in arabo significa FUTURO), fondata nel 2004, è l’unica che milita allo scoperto per la depenalizzazione dell’omosessualità in Libano. Infatti, sebbene l’omosessualità non sia menzionata esplicitamente nel codice penale, l’articolo 534 prevede pene che possono arrivare sino ad un anno di detenzione per relazioni sessuali definite “contro natura”.

A seguito del documentario la testimonianza personale di Kamal Laftomi, giovane musulmano di origine marocchina, volontario del comitato provinciale Arcigay di Piacenza.
Kamal oggi ha 20 anni, ma dalle sue parole scaturisce tutta la forza e la tenacia di chi prende la propria vita tra le mani nonostante un vissuto pesante, lacerato nella mente e nel corpo.
Ha solo 11 anni Kamal, quando scopre la propria natura omosessuale e solo 14 quando decide di dichiararla ai suoi genitori. Il padre, fervente islamico, conservatore e praticante, non comprende le parole di Kamal e lo confina tra le mura domestiche credendo, forse, con preghiere, aggressioni (anche fisiche) e minacce, di riuscire a riconvertire il figlio e riportarlo alla “normalità”. L’intervento dei servizi sociali fa in modo che Kamal venga allontanato dai genitori e affidato ad una casa famiglia. Insorgono problemi quali depressione e bulimia curati a suon di medicinali da psicologi “esperti in problemi adolescenziali” e di chiaro stampo cattolico (le terapie riparative vi ricordano nulla?).
Ora Kamal è maggiorenne, vive con sua zia, si è diplomato cuoco e l’arcigay, al quale ha chiesto aiuto, oltre ad offrirgli sostegno psicologico ha provveduto a trovargli un posto di lavoro.

Il conflitto tra l’osservanza dei dettami, dei valori, dei modi di vivere che l’islam gli impone e la fede in Dio sono per lui motivo di crisi religiosa e credo di poter supporre che come “Kamal”, nel nostro paese molti altri vivano e condividano angosce e dilemmi apparentemente inconciliabili.

Sara

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