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Due Novembre 1975…… Morte Di Un Intellettuale Scomodo

PasoliniNella notte tra l’ 1 e il 2 novembre 1975 muore Pier Paolo Pasolini. Sarà assassinato brutalmente e con spietata ferocia. L’assassino, dopo averlo massacrato di percosse e bastonate, lo finirà passandogli più volte sopra con l’auto. Il corpo maciullato dello scrittore sarà ritrovato il mattino successivo in un misero e sporco spazio erboso vicino all’Idroscalo di Ostia, nello stesso luogo dove era stato consumato il delitto. A trentaquattro anni di distanza la sua morte è ancora avvolta nel mistero. Pino Pelosi, all’epoca diciassettenne, che si trovava con lui quella sera per un incontro sessuale, si accollerà in un primo momento la responsabilità dell’assassinio affermando che sarebbe stata, la sua, una reazione di difesa, conseguente a delle pesanti richieste di prestazioni sessuali da parte dell’artista. Dopo trent’anni di silenzio sull’accaduto, l’ex ”ragazzo di vita” ritratterà: “Non sono stato io… io sono innocente”.

Queste le sue parole rilasciate in un’intervista, nella quale racconterà di un’aggressione subita da entrambi da parte di tre uomini sbucati all’improvviso dal buio e, mentre uno aggrediva il Pelosi, gli altri due avrebbero iniziato a insultare lo scrittore urlandogli “fetuso, arruso, sporco comunista, FROCIO”. Pasolini non reagì. I due l’avrebbero poi tirato fuori dalla macchina a forza massacrandolo di botte e lasciandolo a terra agonizzante. Lo stesso Pelosi poi, cercando di fuggire, sarebbe passato più volte con la macchina sul suo corpo senza accorgersene, finendolo del tutto.

Omicidio a sfondo sessuale o aggressione omofoba?
Certamente Pasolini era un personaggio scomodo, uno che andava “controcorrente” e che dava fastidio a molti. Era un omosessuale che sviscerava e teorizzava la “diversità” sotto tutti i suoi aspetti, attraverso scritti e film, e la “diversità” spaventava, allora, così come fa paura oggi. Era un uomo che pubblicamente dichiarava senza metafore che non amava, né la società italiana, né il potere (politico ed economico) che stava spingendo l’Italia verso un abisso culturale e umano e stava distruggendo anche “l’ingenuità, la poesia, la sensualità e la bellezza delle classi popolari” di cui i suoi romanzi trasudano, per sostituirle con quelli che sono i valori tipici del consumismo: aridità e qualunquismo. Ci ha comunicato il dolore di un omosessuale che assisteva impotente al lento mutare di quel mondo dell’omoerotismo che, con l’avanzare del capitalismo, dopo una fase post bellica lontana dal cinismo e dalla violenza, diveniva sempre più vittima di aggressioni numerose e crudeli.

Il tema dell’omosessualità lo troviamo sempre presente nella sua opera, sia come racconto, sia come chiave di lettura della realtà. Mi piace ricordare due dei suoi primi romanzi, “Atti Impuri” e “Amado Mio”. Nel primo rappresenta il dramma della confessione dell’omosessualità e i relativi sensi di colpa, mentre nel secondo descrive un amore vissuto come possibile, senza conflitti morali né religiosi. Esploderà in questa fase della sua vita l’esigenza del riconoscimento e della confessione e all’amico Franco Farolfi dirà: ”La mia omosessualità è entrata ormai da vari anni nella mia coscienza e nelle mie abitudini e non è più un ALTRO dentro di me. Ho dovuto vincerne di scrupoli, di insofferenze e di onestà… ma infine, magari sanguinante e coperto di cicatrici, sono riuscito a sopravvivere salvando capra e cavoli, cioè l’eros e l’onestà”. Siamo alla fine degli anni quaranta e per i suoi scritti l’autore subirà ben due processi: uno dal Tribunale dello Stato e uno forse il più doloroso, da quel Partito Comunista di cui faceva parte e dal quale sarà espulso per “indegnità morale”. La Chiesa lo maledirà, mettendo, allora come adesso, ”l’omosessualità tra i peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio”. La piccola parentesi serena e gioiosa di “Amado Mio” si chiuderà per sempre e si arriverà alle “checche” dei “Ragazzi di Vita” e di “Una Vita Violenta”, dove l’eros omosessuale diverrà qualcosa di denigrante e “auto denigrante”, da tenere lontano da sé, ma che comunque rimarrà presente e non sarà mai disconosciuto; che sarà vissuto, seppure con dolore e sarà pagato a caro prezzo, così come saranno pagate l’onestà intellettuale e lo spirito critico, che erano scomodi per molti: per la morale piccolo borghese dell’epoca e per i partiti di destra e di sinistra. Andreotti, alla notizia della sua morte commenterà in modo lapidario: “Se l’è cercata”.

Oggi, a trentaquattro anni dalla sua scomparsa, Pasolini viene ancora ricordato per l’enorme eredità artistica e intellettuale che ci ha lasciato, ma poco e niente per la sua omosessualità. E’ un caso? Certamente no! L’Italia di adesso e ancora più perbenista, omologata, ipocrita e ossequiosa nei confronti del potere di quanto non lo fosse allora, proprio come lui stesso, profeta spesso schernito e osteggiato, aveva previsto. Eppure il giorno stesso in cui fu ucciso, il movimento gay dichiarò: ”È morto uno di noi” e Angelo Pezzana (del Fuori!), scrisse sull’ ”Espresso” che “Pasolini era stato ammazzato perché era gay, come altre decine e decine di omosessuali assassinati”.

Per questo le comunità LGBTQ vogliono ricordarlo soprattutto come “uno di noi”, dedicandogli le parole di Massimo Consoli che in una commemorazione di qualche anno addietro disse: ”Ci piace ricordare che questo nostro impegno non è passato inosservato e non sono stati pochi quelli che si sono accorti che il ricordo costante di Pier Paolo Pasolini, nell’anniversario della sua morte, è qualcosa che appartiene di diritto alla nostra comunità, prima ancora che a chiunque altro”.

La morte non è nel non poter comunicare ma nel non poter più essere compresi” (da “Scritti Corsari”)

Elisabetta per Agatergon

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