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Dossier sulla trans-omofobia in Italia

Omofobia
Dopo quasi un anno di lavoro che ci ha vist* impegnat* nella raccolta di firme (ad oggi 10.557 firme!) a favore della decriminalizzazione dell’omosessualità, cui il Parlamento Europeo ci ha risposto con esito positivo, proseguendo nella nostra opera di raccolta dei casi di violenza trans-omofobica in Italia, abbiamo deciso di pubblicare, dopo averlo tenuto in cantiere per mesi, il nostro dossier sugli atti violenti e discriminatori nei confronti degli individui GLBT in Italia.
Visto che l’ On. Concia lancerà oggi alla Camera la campagna ‘L’omofobia ha i giorni contati’ e vista l’apertura dell’ On. Carfagna che solo circa un anno fa aveva dichiarato che “l’omofobia è solo un reato di pensiero” e per questo non perseguibile, bloccando i fondi destinati all’Istat per l’indagine contro le discriminazioni causate dall’orientamento sessuale, ci auguriamo che il nostro lavoro possa in qualunque modo essere un supporto utile e stimolante. E’ possibile scaricare il dossier completo con l’elenco dei casi per il 2008, ma il nostro Osservatorio é sempre vigile e riunisce tutti i casi raccolti fino ad oggi a partire dal 2005.
Scarica il Dossier sulla trans-omofobiaDossier Trans-Omofobia

Dossier sugli atti violenti e discriminatori nei confronti delle persone GLBT in Italia, con l’elenco dei casi del 2008.

«Io credo che l’omosessualità non sia più un problema. Perlomeno così come ce lo vorrebbero far credere gli organizzatori di queste manifestazioni [Gay Pride n.d.r.]. Sono sepolti i tempi in cui gli omosessuali venivano dichiarati malati di mente. Oggi l’integrazione nella società esiste. Sono pronta a ricredermi. Ma qualcuno me lo deve dimostrare».
On. Mara Carfagna  08/05/2008,  Corriere.it

Chi siamo.

Siamo un gruppo di persone, gay, lesbiche, trans, incontratesi sul web un po’ per caso. Dallo scambio continuo di idee, dai discorsi, dai confronti e dalla delusione per il lassismo delle realtà associative e politiche che ci circondano, abbiamo sviluppata l’idea di costituirci in Rete. Nasce così ad Ottobre la Rete Agatergon, gruppo di persone distanti fisicamente ma che la tecnologia e le idee riescono a tenere unite e vicine nonostante i chilometri che li separano. Abbiamo dato vita ad un blog (ReteAgatergon) senza proprietari, se non le idee e la voglia di partecipare, dove chiunque possa scrivere e far passare informazioni. Riteniamo che la partecipazione diretta sia indispensabile, per questo il nostro obiettivo è quello di riuscire a coinvolgere i diretti interessati, mettendoci tutti nella condizione di poter operare per il cambiamento, secondo un’idea di rete che non ingabbi ma allargandosi sempre più consenta di essere attivi grazie all’impegno comune e di squadra, realizzando delle “buone opere”, ragion per cui ci siamo ispirati al greco “agatergon”.
La Rete, ad esempio, a seguito delle dichiarazione della Ministra Francese Yama Rade, e del silenzio agghiacciante che regnava attorno a politici e non in Italia, si è fatta promotrice della Petizione a favore della decriminalizzazione universale dell’omosessualità, inviata al Parlamento Europeo e alla Ministra Carfagna. Ad oggi ha ottenuto 10.557 firme e riteniamo di aver raggiunto un buon risultato, non solo per il numero di adesioni ma anche per il fatto di aver contribuito alla diffusione dell’iniziativa della Yade e al dibattito e all’azione in Italia.
La Rete Agatergon, adesso,  ha deciso di tentare l’impresa: far  ricredere la Ministra per le Pari Opportunità On . Mara Carfagna dimostrandole l’esistenza di una ancor viva discriminazione a danno di gay , lesbiche e transgender.

Discriminazioni e crimini d’odio: chiavi di lettura.

Secondo un sondaggio del 2007 condotto dall’ Eurobarometro (dedicato alle discriminazioni nell’Unione Europea) in Italia l’omosessualità è ancora un tabù. Per gli omosessuali la condizione di emarginazione sociale e discriminazione, non potendo spesso vivere alla luce del sole la propria condizione, in coppia o singoli, sul lavoro come a casa, è una realtà ancora molto forte. Lo pensano 7 italiani su 10, ovvero il 68% degli intervistati. Una percentuale che supera quella europea (ferma al 48%). Più alta è solo quella di Cipro (86%) o della Grecia (85%). La Spagna è invece al di sotto della media europea con il suo 46%, anche se i Paesi più aperti risultano Germania (28%) e Cecoslovacchia (dove solo il 19% degli intervistati pensa che l’omosessualità sia ancora un tabù).
La percezione che la discriminazione nei confronti degli omosessuali sia così elevata però non è per forza un elemento negativo, nel senso che una tale percezione può essere frutto di una maggiore coscienza del problema, anche se tale consapevolezza prende atto di una realtà oggettiva diffusa di
omofobia e transfobia. Con tali termini si intende fare riferimento a tutti quegli atteggiamenti ed atti discriminatori nei confronti degli omosessuali e delle persone transgender per il semplice fatto di essere considerati diversi per l’orientamento sessuale o l’identità di genere, intesa come l’assegnazione che ogni individuo fa (e cioè la sua identificazione) e quella che gli altri fanno di lui o di lei, rispetto ad una o varie categorie di genere, basate sulla differenza sessuale socialmente percepita. Per tale motivo tutti gli atti di violenza, discriminazioni ed omicidi nei confronti delle persone gay, lesbiche e trans (da questo momento GLT, n.d.r.) sono identificabili come crimini d’odio, cioè quei crimini che ledono una persona perché considerata diversa da ciò che è comunemente ritenuto giusto e normale. Eppure il moderno stato di diritto si fonda su importanti elementi costitutivi quali l’autonomia dell’individuo e la piena giurisdizione di quest’ultimo sul proprio corpo, la tutela giuridica delle diversità, e la sanzionabilità degli atti lesivi di terzi, intendendo con questi ultimi tutti coloro che vengono discriminati o subiscono violenze, GLT compresi.

Obiettivo del dossier.

Sono stati raccolti in questo dossier una serie di articoli dei maggiori quotidiani nazionali e locali, reperiti e reperibili in Internet, che illustrano atti di discriminazioni e violenze di cui sono state vittime, nel corso dell’anno 2008 persone gay , lesbiche o transessuali , o ritenute tali. E’ da notarsi come discriminazioni e aggressioni siano state perpetrate proprio a causa dell’ orientamento sessuale o dell’identità di genere delle vittime, ad esempio giovani lesbiche sono state picchiate al grido di “lesbica di merda”, e gay aggrediti perché “froci di merda”. Per non dire delle persone transessuali, costrette a prostituirsi per l’impossibilità di trovare un lavoro dignitoso, rischiando la vita ogni notte, come dimostrano molti fatti documentati, e la cui condizione può venire solo peggiorata da norme che mettono sullo stesso piano clienti, sfruttatori e transessuali, cioè carnefici e vittime.
L’obiettivo di questa pubblicazione è quello di contribuire a una maggiore e migliore diffusione degli atti omofobi e transfobici, fornendo gli strumenti per documentare in modo sistematico le violenze contro le persone GLBT computabili alla stregua di crimini d’odio. Inoltre si intende documentare come l’Italia non riesca a proteggere i diritti di tali vittime né di monitorare il rispetto dei diritti umani, anche attraverso l’utilizzo di standard internazionali relativi a crimini motivati dall’odio o dalla discriminazione.

Perché le discriminazioni non sono “facili a vedersi”.

Appare evidente, anche dal richiamo della ministra Carfagna, come la predisposizione di strumenti normativi a difesa dei diritti degli omosessuali costituisca una ‘priorità’ ed un’”esigenza” solo a patto che tali violazioni siano di entità tale da creare un allarme sociale diffuso.
A noi sembra chiara, però, se ci è permessa un po’ di malizia, l’”esigenza” di alcuni esponenti del mondo politico e delle istituzioni di intervenire solo quando certi fenomeni creano nella popolazione situazioni tali da ridefinire gli “spazi di consenso” .
Senza entrare nel merito di una questione assai spinosa come il senso stesso dell’azione politica, oggi ridotta quasi esclusivamente alla “gestione del consenso”, ci pare però opportuno chiarire meglio alcuni punti in merito all’entità e ‘qualità’ del fenomeno dell’omofobia e della sua presunta ‘marginalità’ o ‘inconsistenza’, soprattutto nelle moderne democrazie occidentali.
Innanzitutto, ci sembra importante sottolineare che gli atti di violenza e discriminazione sono comunque e per la loro stessa natura atti odiosi, che creano in chi li subisce danni spesso irreparabili
di natura non solo fisica, ma anche psicologica e sociale. Motivo per cui ogni ‘singolo’ atto perpetrato a danno di qualcuno per il suo orientamento sessuale non perde la sua valenza e la sua gravità solo perché ‘può’ riguardare alcuni o pochi soggetti. Se l’entità dei soggetti vittime di violenze o altri atti criminali fosse stata la ‘misura’ adottata dal legislatore nel dar vita ai codici che regolano la vita delle nostra comunità, ci troveremmo, oggi, un sistema normativo a dir poco ‘folle’, orientato più a disciplinare e sanzionare le “liti condominiali”, così diffuse e di grande entità nel nostro paese, che ad intervenire per tutelare l’integrità e dignità degli individui!
Fortunatamente, il nostro sistema normativo, come qualsiasi sistema di regole dei paesi civili, si struttura e si sviluppa a partire dal riconoscimento di alcuni valori fondanti, contenuti nella nostra carta costituzionale, valori e principi che non sono e non “possono essere” oggetto di scambi nel “mercato politico”, valori che fondano il nostro patto sociale e la cui violazione costituisce comunque un atto di gravità ‘eccezionale’, anche se riguardasse solo un soggetto!
Ricordiamo con questo alla ministra delle Pari opportunità che dovrebbe essere sufficiente, per un rappresentante delle istituzioni, il fatto che solo una di queste violazioni abbia luogo, come documentato peraltro dalle recenti cronache sui quotidiani, perché sia ‘spinta’ a ricredersi.
In secondo luogo, ci sembra utile entrare nel merito dell’”entità” stessa del fenomeno dell’omofobia e della transfobia, e questo non tanto per avviare una inutile “battaglia” di numeri e di cifre, ma per vedere meglio cosa c’è dietro questi numeri e queste cifre.
Chiaramente, riconosciamo che un fenomeno come quello delle discriminazioni quanto più interessa la collettività tanto più richiede un intervento ed un’azione politica tesi a ripristinare i principi di uguaglianza e parità tra gli individui. Cioè, siamo consapevoli del fatto che l’”urgenza” di interventi in merito ad atti di discriminazione trovi nell’entità del fenomeno uno, ma non il solo!, ‘indicatore’ di un interesse collettivo da tutelare.
Però, se ci si limita ad una lettura ‘miope’ ed ‘ingenua’ delle statistiche che riportano le denuncie di atti e fatti discriminatori, si finisce per concludere che, tutto sommato, il fenomeno è contenuto e quindi non ‘merita’ di essere preso in considerazione in termini di interventi sanzionatori.
Ora, è noto ai molti che, seppure di grande utilità, le statistiche che riguardano i crimini possono solo darci un quadro di massima dell’andamento del fenomeno deviante e delle sue caratterizzazioni, poiché esiste sempre un “numero oscuro” di delitti che per svariate ragioni non vengono denunciati dalle vittime, cosa che ridimensiona l’entità stessa dei comportamenti criminali rilevati.
Questo ‘limite’ dei dati a nostra disposizione andrebbe, a maggiore ragione, considerato proprio nel caso delle discriminazioni dovute all’orientamento sessuale. In effetti, proprio le vittime di atti discriminatori di questo tipo difficilmente tendono a denunciare perché temono con questo di rendersi troppo ‘visibili’, soprattutto coloro i quali, e sono molti, vivono la propria identità sessuale in una dimensione “privata”.
Sono numerose, infatti, le ricerche condotte sul mondo dell’omosessualità che testimoniano dell’esistenza di un vero e proprio “mondo sommerso” che, spesso, è costretto a vivere un’esistenza dimezzata per il timore proprio che il manifestarsi “per-ciò-che-si-è” comporti una serie di sanzioni sociali insopportabili e ancor più limitanti.
Alla luce di queste considerazioni è, dunque, difficile ritenere che l’entità del fenomeno discriminatorio possa essere reso dai dati statistici a disposizione. E sarebbe sconsiderato assumere una posizione politica solo sulla scorta di dati così poco affidabili.
Diversi sono, infatti, i fenomeni di violenze e discriminazioni che hanno caratterizzato nel corso degli anni il nostro paese e che proprio in quanto “statisticamente” poco visibili sono stati affrontati con grave e grande ritardo dalle istituzioni e dalla politica.
La violenza sessuale contro le donne ne è forse un esempio paradigmatico. Un fenomeno che ha avuto come sua peculiarità specifica quello di essere ‘sotterraneo’, ma che nel tempo si è manifestato come fortemente radicato e diffuso su tutto il territorio nazionale. Fenomeno
sotterraneo perché purtroppo largamente “tollerato” in un contesto come l’Italia di poco più di 20 anni fa, in cui era quasi un ‘costume’ abusare delle donne, in quanto ritenute “in-fin-dei-conti” consenzienti! Basti pensare che un giurista italiano poteva così dichiarare circa cinquant’anni fa: “Poiché la costrizione, per costituire reato, dev’essere illegittima, così non è punibile il coniuge che costringa l’altro coniuge, mediante violenza o minaccia, alla congiunzione carnale secondo natura e in condizioni normali. Tra gli scopi del matrimonio, invero, vi è anche quello di fornire remedium concupiscientiae (Manzini V., Diritto Penale Italiano, vol.VII, UTET, Torino, 1951, pg. 323)”.
Solo l’introduzione di una normativa finalizzata a sanzionare apertamente e direttamente atti così gravi ed ignobili, ha “consentito” a molte donne di uscire dall’ombra e di denunciare i propri aguzzini, riconoscendosi come vittime e contribuendo alla lotta contro fenomeni di questo genere di intollerabile inciviltà.
Ed è proprio nel periodo successivo all’introduzione di questi nuovi strumenti legislativi, che hanno reso la violenza sessuale un delitto non più contro la morale ma contro la persona e la sua integrità, che si è assistito ad un aumento esponenziale delle denuncie di violenze da parte delle donne.
Cioè, l’adeguamento del sistema normativo all’emergere di nuovi fenomeni criminali ha influito anche sul “sentire diffuso”, consentendo alle donne non solo di avere uno strumento concreto ed adeguato per tutelarsi, ma implicitamente dando loro anche la ‘forza’ di ‘emergere’ e di denunciare apertamente le violenze subite.
Questo esempio è stato riportato per sottolineare il fatto che, oggi, molte persone transgender, lesbiche e gay, crescono sentendosi isolati e consapevoli di essere diversi. Il costante sbarramento di messaggi negativi può portare a introiettare la transfobia e l’omofobia con sentimenti di vergogna e odio di sé, e quindi a legittimare atteggiamenti discriminatori o di violenza.

Descrizione violenze e discriminazioni.

Il metodo utilizzato nella raccolta dei casi è quello dei colori, cercando di realizzare una sorta di classificazione per genere, sottolineando in rosso le violenze nei confronti di donne, in blu nei confronti di uomini, in verde quelle nei confronti di persone transgender e in grigio scuro gli atteggiamenti discriminatori in generale. Tutto ciò con lo scopo di cercare di capire anche la tipologia di aggressori, che può variare e fare delle comparazioni.    Vengono inoltre riportati i link ai vari quotidiani che hanno diffuso la notizia, proprio per dare la possibilità di verificare di volta in volta la veridicità dei casi, ma anche per permettere una ricognizione dettagliata sul numero e sul modo di riportare la notizia da parte delle varie testate, o dei siti internet (spesso blog personali, ossia “diari” virtuali di persone interessate nelle tematiche dei diritti trans/omosessuali e non ).
Ciò che emerge dalla lettura dei casi di violenze e discriminazioni “dichiarate” e “documentate” in Italia per l’anno 2008 è ciò che è stato definito da Milgram come controantropomorfismo (Zulueta de F., Dal dolore alla violenza – Le origini traumatiche dell’aggressività, Cortina, Milano, 1999, pg. 23), cioè la negazione delle qualità umane delle vittime fino a distorcere la visione dell’Altro in quanto diverso, e pertanto minaccioso e colpevole, un po’ come ciò che si verificò in Germania con gli ebrei. “Nel concetto di violenza è implicito l’assunto che agli esseri umani sia dovuto un certo rispetto. La pietra angolare di tutte le persecuzioni e discriminazioni è lo stabilirsi di un sistema di teorie che sancisce che l’altro è essenzialmente meno umano e perciò inutile, da buttare via, o pericoloso”. Però, perché questo sistema possa radicarsi in un individuo deve esistere il presupposto  che l’”altro” sia oggetto delle nostre paure, così da passare dalla visione della differenza all’esclusione fino all’avvaloramento del gesto di violenza.
Se fino a venti anni fa l’esposizione al rischio di violenze, discriminazioni o omicidi a danno di gay  poteva essere in qualche modo collegato ad un certo stile di vita che consisteva nel cercare l’affetto in compagnie occasionali o retribuite, poiché l’omosessualità era una condizione da tenere nascosta e che difficilmente poteva dar luogo ad una vita di coppia “visibile” e “continuativa”, oggi questo
avviene con minore frequenza grazie ad una maggiore consapevolezza e visibilità degli omosessuali. Il mutamento va tuttavia osservato anche nei ragazzi di vita responsabili dei delitti: non sono più giovani emarginati delle periferie o delle borgate,  ma ragazzi provenienti dall’est Europeo o dal Maghreb, Paesi di cultura “omofoba”, cosa che ovviamente può provocare un ulteriore innesco della violenza. In molti casi il luogo del delitto è la casa della vittima, la differenza d’età è notevole e l’assassino non si riconosce come omosessuale.
Molte aggressioni a gay e lesbiche sono direttamente correlate a normali effusioni in luoghi pubblici (tenersi per mano, lo scambio di un bacio) e alla loro presentazione di “genere”: i capelli corti per una ragazza o gli abiti femminili per un ragazzo,  possono rappresentare una deviazione di ciò che è “comunemente accettabile” e quindi condannabile anche con gesti di violenza. Ma spesso anche i luoghi di aggregazione quali discoteche, centri sociali, pub o strade più o meno frequentate da omosessuali diventano la misura della riprova di una deviazione dalle regole di genere da “correggere” o condannare con azioni premeditate, come avvenuto per esempio nel caso della ragazza presa a sassate a Bologna a Novembre davanti al centro sociale “Atlantide”, luogo di aggregazione e socialità di identità diverse.
L’incidenza della violenza contro le persone transgender è poi molto alta e occupa un capitolo a sé.
Tale forma di discriminazione prende il nome di transfobia e intende descrivere il pregiudizio e la discriminazione diretta alle persone che si discostano dalle rigide aspettative di genere della nostra società. E’ una reazione di paura, disgusto e atteggiamento discriminatorio nei confronti delle persone la cui identità di genere o presentazione di genere non corrisponde, nel modo socialmente accettato, con il sesso assegnato alla nascita. Essa può andare dall’impiego di termini o aggettivi che corrispondono col genere che “noi vogliamo vedere” (“è un travestito, un maschio anche se si veste da femmina”, e viceversa), alla negazione all’impiego, alle cure mediche o alla protezione legale. Si verifica una sorta di mancanza di riconoscimento della loro esistenza, anche a livello istituzionale, alla quale inevitabilmente segue una  mancanza di protezione specifica per le persone transgender nelle politiche antidiscriminatorie, e anche un’azione come la denuncia alla polizia da parte di una persona transgender di un crimine subito può diventare un compito difficile e pericoloso, perché alla denuncia del fatto va aggiunta la dichiarazione dell’essere transgender e quindi il rischio di non essere presi in considerazione perché immediatamente giudicati.
La maggior parte dei casi riportati testimonia come gli individui transgender aggrediti, violentati, seviziati o uccisi per la maggior parte si prostituissero. Questo mette ulteriormente in luce la loro condizione di persone spesso costrette a prostituirsi perché nessuno assumerebbe un* trans  come segretaria, o cameriere, o ragioniere o bancario. Quindi, la frequentazione degli ambienti legati alla prostituzione costituisce una situazione di notevole rischio, cui va aggiunto l’ odio o il pregiudizio transfobico nei confronti di persone non riconosciute come tali!
I vari casi testimoniano certamente un’ impennata di intolleranza che un Paese come l’Italia non può ignorare. Si tratta sempre e solo di casi così gravi ed eclatanti da essere stati pubblicati in più quotidiani. Sono pertanto tutte notizie verificabili in ogni momento. La motivazione di tali reati è sempre e solo l’orientamento sessuale : gay e lesbiche picchiati perché omosessuali, trans stuprate e uccise perché  transessuali e quindi diverse. I casi di omicidio, stupro e sequestro sono inoltre sempre accompagnati da violenza fisica e verbale.

Cosa proponiamo.

Risulta  pertanto “urgente” che la politica e le istituzioni ritrovino la ‘capacità’ ed il ‘coraggio’ di essere lungimiranti, di intervenire, cioè, sui fenomeni per governarli ed orientarli prima che diventino “cancri sociali”, nonché capacità  e coraggio di leggere e dare risposte alle domande di
diritti che vengono pressantemente poste, piuttosto che rinchiudersi dietro elenchi inutili di cifre, ‘accarezzando’ e cavalcando in modo strumentale paure e pregiudizi.
Ribadiamo che anche su una questione come l’omofobia e la transfobia le istituzioni di questo paese e la politica tutta si giocano ancora una volta la loro capacità di governare realmente la nostra società.
All’obiezione che il reato di omofobia possa essere in qualche modo identificato come un reato di opinione, rispondiamo che una cosa è la libertà di parola e di pensiero, con la quale poter esprimere una certa “antipatia” nei confronti dell’omosessualità che può essere verbalmente espressa con toni di critica o con sentimento di distacco o lontananza, altra cosa è l’assunzione di toni imperanti o offensivi che possano diventare una sorta di “brodo di coltura” dell’omofobia, fino a sfociare in violenze, aggressività e discriminazioni. In questo caso certamente l’omofobia diventa una forma  di pregiudizio che si manifesta con un ampio spettro di azioni, dai discorsi di incitamento all’odio contro chi è diverso, agli inviti alla discriminazione contro i singoli ed è purtroppo ancora ampiamente diffusa.
Quello che si richiede, quindi, così come avvenuto per esempio in Francia nel 2004, dove è stata varata una legge che ha istituito un’alta autorità per la lotta contro ogni tipo di discriminazione nei confronti degli omosessuali, è l’introduzione anche in Italia di una legge che non ha nulla a che fare con l’opinione, ma che punisca atti di intolleranza e di offesa o violenza che rientrino nella competenza del codice penale, e condanni l’omofobia quando è evidente una discriminazione di natura sessuale.
Per esempio, la direttiva europea 2000/78 del Novembre 2000, volta a stabilire un quadro generale in materia di occupazione e lavoro, vieta “ogni discriminazione diretta o indiretta fondata sulla religione o le opinioni, un handicap, l’età o l’orientamento sessuale”. Nel Maggio 2003 il Parlamento europeo ha deplorato con una dichiarazione scritta l’assenza dell’applicazione di questa direttiva in diversi stati membri. Inoltre, la raccomandazione 1471 del 30 giugno 2000 sulla situazione delle persone omosessuali negli stati membri del Consiglio d’Europa inviata questi ultimi a “includere l’orientamento sessuale e l’identità di genere fra i motivi di discriminazione proibiti nella loro legislazione nazionale (…); a prendere misure concrete per combattere l’omofobia in qualsiasi campo (a scuola, nella sanità, nell’esercito, nella polizia, nello sport, nella magistratura, ecc.) attraverso una formazione permanente (…); a prendere misure disciplinari contro chi discrimina gli omosessuali; assicurare uguaglianza di trattamento in materia di occupazione per gli omosessuali”.
Oltre alle modifiche/integrazioni legislative è auspicabile, così come già avvenuto in altri Paesi Europei, la creazione di organismi indipendenti che veglino sul rispetto dei diritti di omosessuali e transessuali.

Proponiamo inoltre delle buone prassi di comportamento:

  • Finanziamento da parte dello Stato di progetti concernenti programmi di protezione sociale e reinserimento delle vittime della violenza a causa dell’ orientamento sessuale che, per effetto della violenza subita, manifestano difficoltà di reinserimento a livello sociale e lavorativo;
  • Interventi di informazione e di sensibilizzazione contro la violenza sessuale, di genere e per ragioni di orientamento sessuale, a scopo preventivo, anche tramite la realizzazione di campagne pubblicitarie informative;
  • Adozione di misure contro la discriminazione, sanzioni penali contro l’omofobia;
  • Possibilità per le associazioni di intraprendere tutte le iniziative giudiziarie o amministrative per far rispettare le norme in difesa degli omosessuali (garantita dalla direttiva 2000/78);
  • Periodici rilevamenti sulla violenza (con una raccolta dati realizzabile da soggetti pubblici o privati), istituzione di un Registro dei centri antiviolenza e organizzazione e analisi dei dati per renderli più accessibili;
  • Relazioni e diffusione delle informazioni agli attori (autorità governative, istituzioni Europee / internazionali, istituzioni per i diritti umani, ecc) che possano intervenire;
  • Monitoraggio continuo per raccogliere informazioni, anche attraverso interviste o questionari da distribuire nei centri di aggregazione (reti associative, centri sociali, locali pubblici);
  • Azioni di incoraggiamento della vittima a denunciare il fatto;
  • Promozione di iniziative per l’apertura di centri di tutela;
  • Creazione di codici di comportamento per i dipendenti pubblici e privati che vietino le discriminazioni nei confronti dei colleghi omosessuali o trans, e realizzazione di interventi di informazione e di sensibilizzazione;
  • Istituzione di appositi corsi per insegnanti, al fine di rendere la scuola uno spazio aperto e accogliente che garantisca un clima di sicurezza e rispetto, dove tutti gli alunni possano vivere la valorizzazione delle differenze d’identità e di esperienza come fondamentale;
  • Incoraggiamento a tenere incontri nelle scuole con associazioni omosessuali per educare ai diritti umani e ad una socialità in cui identità diverse convivono e prendono parola;
  • Promozione di iniziative culturali, nazionali e locali, volte a combattere il pregiudizio  e le violenze nei confronti di GLBT;
  • Impegni politici seri e concreti.


Considerazioni finali:

Il rispetto dell’uguaglianza e della pari dignità sociali senza discriminazioni fondate sull’orientamento sessuale e l’identità di genere è vitale per un Paese moderno e democratico come l’ Italia, perché, come l’Onorevole Carfagna stessa ha affermato: “Pari opportunità significa innanzitutto un cambio di mentalità!”.

Dossier Rete Agatergon

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